D: Quando è stato scritto questo libro?
Gli studiosi non ne sono certi, quindi cerchiamo di mettere insieme alcuni indizi.
Fuori dal contesto: nel libro di Giobbe la ricchezza era misurata in bestiame, non in denaro o in oro. Nel Medio Oriente non si utilizzavano monete fino al 500 a.C. circa; la loro diffusione è attribuibile principalmente ai Persiani, che ne fecero uso dopo averlo appreso dai Lidi. Ezechiele 14:14 menziona Giobbe, mentre Isaia 19:5 è quasi identico a Giobbe 14:11; se Isaia avesse tratto quel pensiero da Giobbe, è evidente che il libro di Giobbe avrebbe dovuto essere stato scritto prima (o molto prima) di Isaia ed Ezechiele.
Prima di ciò: poiché Giobbe era un uomo di Dio, ci si potrebbe chiedere perché non vi sia nemmeno un minimo accenno alla Legge di Mosè in alcun punto — a meno che questo testo non sia stato scritto prima che gli Israeliti entrassero nella Terra Promessa e i non ebrei potessero conoscere la Legge di Mosè.
A questo proposito: nel libro di Giobbe, Bildad era uno di Shuah ed Elifaz era un Temanita. Shuah era figlio di Abramo e di Keturah, come riportato in Genesi 25:2. Teman era un nipote di Esaù (Genesi 36:11, 15, 42; 1 Cronache 1:36, 45, 53). Pertanto, il testo fu redatto ben dopo l’epoca di Giacobbe ed Esaù. Lo stile di Giobbe è «ebraico classico», il che indicherebbe una data successiva al 1500 a.C. Tuttavia, in Giobbe 1-2; 12:9; 38; 40 e 42 Dio viene chiamato Yahweh, pertanto è probabile che il testo sia stato scritto dopo che Dio rivelò quel nome a Mosè, ovvero dopo il 1447 a.C.
Conclusione: non lo sappiamo con certezza, ma molto probabilmente Giobbe visse in un periodo compreso tra il 1800 e il 1447 a.C., in altre parole, quando gli Israeliti si trovavano in Egitto o vagavano nel deserto.
D: Qual è la struttura generale del libro di Giobbe?
R: Eccone uno semplice che ne illustra la struttura. I capitoli sono indicati tra parentesi.
Introduzione (1-2)
Giobbe (3)
Tre cicli:
Elifaz (4-5) Elifaz (15) Elifaz (22)
Giobbe (6-7) Giobbe (16-17) Giobbe (23-24)
Bildad (8) Bildad (18) Bildad (25)
Giobbe (9-10) Giobbe (19) Giobbe (26-27:12)
Zofar (11) Zofar (20) ? (27:13-23)
Giobbe (12-14) Giobbe (21) Giobbe (28-31)
Elihu (32-37)
Il Signore (38-41)
Giobbe (42)
Alcuni ritengono che in Giobbe 27:13-23 sia Zofar a parlare, mentre altri ritengono che sia stato Giobbe.
D: Il libro di Giobbe è stato tratto da antiche leggende sumere e babilonesi?
R: Non vi sono prove a sostegno di tale ipotesi, poiché la somiglianza non implica necessariamente che un’opera sia stata tratta da un’altra. Al contrario, sarebbe sorprendente se non esistessero altre opere letterarie che trattassero questo tema. Esistono due opere mesopotamiche che affrontano il problema della sofferenza.
«Loderò il Signore della Saggezza», un’opera accadica, viene talvolta definita il «Giobbe babilonese».
Il «Dialogo sulla miseria umana» (chiamato anche «Teodicea babilonese») si interroga sul perché esista la sofferenza in generale, mentre Giobbe si chiede perché stia soffrendo lui. Il «Dialogo sulla miseria umana» risponde affermando che sono stati gli dei a rendere malvagi gli uomini. Il libro di Giobbe risponde a ciò sostenendo che non è a causa del peccato di Giobbe. Piuttosto, Dio è talmente più grande di noi che talvolta ha ragioni a noi invisibili per cui permette che i Suoi servi obbedienti soffrano. Nel caso specifico di Giobbe, la fedeltà da lui dimostrata ha portato gloria a Dio.
In epoca moderna, il libro *Il problema del dolore* di C. S. Lewis offre spunti molto profondi.
D: Giobbe era una persona reale e storica?
R: Certamente. Giobbe stesso lo indica; anche Ezechiele 14:14,20 menziona Giobbe tra le persone giuste, insieme a Daniele e Noè. Anche Giacomo 5:11 menziona Giobbe come persona. Non vi sono prove che indichino il contrario. Il libro di Giobbe 1 presenta Giobbe con la stessa naturalezza con cui 1 Samuele presenta Elkanà e Luca presenta Zaccaria.
D: Giobbe era ebreo, israelita o gentile?
R: Giobbe probabilmente non avrebbe mai potuto essere ebreo, poiché il popolo «ebreo» era costituito dai discendenti degli Israeliti, che erano tornati in terra d’Israele dopo l’esilio, e il libro di Giobbe fu molto probabilmente scritto prima di allora.
Alcuni ritengono che Giobbe fosse un israelita, poiché il libro di Giobbe utilizza il nome divino per un totale di 23 volte. Tuttavia, in tutti i casi tranne due, il nome divino è usato dal narratore del libro e non da Giobbe né da alcuno dei suoi amici.
Alcuni ritengono che il Libro di Giobbe possa essere tra i primi libri della Bibbia. Non sappiamo quando sia stato scritto, ma poiché Giobbe 1,17 menziona i Caldei, e i Sumeri non furono assimilati alla Caldea fino al 1500 a.C. circa, deve essere stato dopo tale data. (Gli Israeliti lasciarono l’Egitto intorno al 1447 a.C.)
Giobbe potrebbe benissimo essere stato un israelita, ma non vi è alcun motivo per privilegiare questa interpretazione, e sono stati individuati numerosi non israeliti che portavano il nome di Giobbe. Il libro di Giobbe avrebbe certamente potuto specificarlo, ma tace riguardo all’origine etnica di Giobbe. Forse il motivo è che l’origine etnica di Giobbe non era rilevante.
D: Nel libro di Giobbe, chi altri portava i nomi di Giobbe e Bildad?
R: W.F. Albright ha riscontrato l’uso del nome «Iyyob» già prima dell’epoca di Mosè. I Testi di maledizione di Berlino menzionano un «Iyyob» come principe siriano nei pressi di Damasco. “Ayyabum” compare nei testi di Mari. Le lettere di Tell el-Amarna, risalenti al 1400-1370 a.C., menzionano Ayab come principe di Pella. W.F. Albright ha individuato il nome Bildad come forma abbreviata di “Yabil-Dadum” nel secondo millennio.
D: Nel libro di Giobbe, dato che le opinioni degli interlocutori erano discordanti, come è possibile che fossero tutti ispirati?
R: Dio ha scelto di mostrarci fedelmente ciò che essi hanno detto, senza avallare le loro opinioni come verità. Infatti, alla fine del libro di Giobbe, Dio ha dichiarato errate le opinioni dei tre amici.
D: Nel libro di Giobbe, dato che Dio ci ama, perché permette tanta sofferenza nel mondo?
R: Cinque punti da considerare nella risposta.
1. Sin dalla Caduta, il mondo è sotto il dominio del maligno (1 Giovanni 5:19). Ci troviamo in un territorio occupato dal nemico.
2. Questo non è il miglior mondo possibile; non dovremmo sentirci troppo a nostro agio qui. Il miglior mondo possibile è quello in cui le persone hanno la libertà di amare Dio, e tutti lì ameranno Dio. Il miglior mondo possibile è il Paradiso, e questo è il percorso verso il miglior mondo possibile.
3. Questo non è un mondo giusto, dove i bambini soffrono e alcune persone malvagie vivono vite lunghe e prospere. La giustizia verrà, e il Giorno del Giudizio sarà il momento in cui Dio metterà ogni cosa a posto.
4. La prospettiva eterna di Dio a volte differisce dalla nostra. Noi vediamo la morte come la fine e la sofferenza come estremamente lunga. Dio considera mille dei nostri anni come una sola veglia nella notte (Salmo 90:4). Forse dovremmo adottare una visione a più lungo termine, come fa Dio.
5. Potremmo non comprendere il motivo delle nostre sofferenze, ma Romani 8:28 afferma che Dio può usare tutte le cose, non solo quelle buone, affinché concorrano al bene di coloro che Lo amano. Potremmo non comprendere la nostra sofferenza, ma Dio la comprende, poiché Gesù stesso è venuto, ha sofferto ed è stato ucciso ingiustamente, e comprende il nostro dolore.
D: Nel libro di Giobbe, perché accadono cose brutte alle persone devote?
R: A volte è possibile individuare le ragioni delle calamità che colpiscono i cristiani. Paolo predicò per la prima volta ai Galati a causa di una malattia, come riportato in Galati 4:13. A Paolo fu data una sorta di spina, come descritto in 2 Corinzi 12:7-10, per impedirgli di diventare presuntuoso. I cristiani che prendevano alla leggera il calice del Signore venivano puniti con la malattia e la morte, come si legge in 1 Corinzi 11,29-32. Cristiani come Paolo (2 Timoteo 3,10-12) e Giovanni (Apocalisse 1,9) subirono persecuzioni per amore del Vangelo. Parte della prova di Giobbe consisteva proprio nel non sapere cosa stesse accadendo.
Eppure, il più delle volte, non riusciamo a comprendere le ragioni delle prove che colpiscono i devoti. Dobbiamo accontentarci di attendere fino al Cielo per conoscere le ragioni di molte cose. Possiamo tuttavia affermare, in linea generale, che le prove sviluppano la perseveranza (Giacomo 1:2-4). Tutte le cose, anche quelle malvagie, concorrono al bene di coloro che Lo amano (Romani 8:28).
Il libro di Giobbe approfondisce questa questione. Tralasciando le numerose verità sottili contenute in Giobbe, possiamo affermare:
1. Sebbene Satana abbia provocato la sofferenza, Dio l’ha permessa e l’ha utilizzata per la Sua gloria.
2. Una volta terminata questa prova, un risultato secondario fu che Giobbe conobbe Dio in modo molto più personale e intimo.
3. Durante l’intera prova, Giobbe non aveva idea del perché ciò stesse accadendo. In un certo senso, anche questo faceva parte della prova.
4. I tre amici di Giobbe avevano tutte le risposte per lui; purtroppo, erano le risposte sbagliate.
5. La risposta data a Giobbe non era: «A Satana è stato permesso di tormentare Giobbe per metterlo alla prova». Piuttosto, la risposta era: «Sulla terra, molte volte Dio non ci rivela le ragioni della sofferenza».
In sintesi, Dio può permettere tutto ciò che desidera. Oggi vi sono molte cose che non vanno bene, ma sta per arrivare un momento, il Giorno del Giudizio, in cui tutto sarà sistemato. Si veda la discussione su Galati 4:13 per ulteriori informazioni sulla sofferenza dovuta alla malattia.
D: Bart Ehrman scrive: «E una volta che si aggiunge l’Antico Testamento al quadro, le cose diventano completamente confuse. … Il libro di Amos sostiene che il popolo di Dio soffra perché Dio lo sta punendo per i suoi peccati; il libro di Giobbe sostiene che anche gli innocenti possano soffrire; e il libro di Daniele indica che gli innocenti, di fatto, soffriranno. Tutti questi libri sono diversi, …» (Jesus, Interrupted, p. 12. Si veda anche *Lost Christianities*, pp. 117-118)
R: A quanto pare, Ehrman ha un vero e proprio problema con le affermazioni complementari. Se una persona come Daniele in un determinato momento viene perseguitata perché ha obbedito a Dio, Ehrman fatica ad accettare che in altri momenti le persone soffrano perché Dio le sta punendo. Amos non ha mai affermato che le persone soffrano solo a causa dei propri peccati; Amos si riferiva a una situazione specifica del suo tempo. Giobbe dimostra effettivamente che le persone a volte soffrono per ragioni non legate ai propri peccati o a quelli di chi li circonda, mentre Daniele dimostra che il popolo di Dio a volte subisce persecuzioni da parte dei non credenti proprio perché segue Dio. Affermano cose diverse, ma non sono incompatibili. I diversi lati di una scultura appaiono diversi, ma si tratta della stessa scultura. Allo stesso modo, la verità presenta diverse prospettive a seconda del punto di vista, ma tali prospettive sono complementari, non incompatibili.
D: Nel libro di Giobbe, perché Dio ha permesso che Giobbe soffrisse?
R: Cinque punti da considerare nella risposta.
Poiché tutti gli uomini hanno una natura peccaminosa (Romani 3:23), viviamo in un mondo decaduto (Romani 8:20-22), sotto il controllo del maligno (1 Giovanni 5:19), pertanto tutti gli uomini sono soggetti alla sofferenza.
Giobbe non soffriva a causa di un peccato specifico che avesse commesso, e la sofferenza di una persona non è necessariamente dovuta al fatto che essa sia più peccatrice di altre. Gesù insegnò lo stesso in Luca 13:4. Infatti, Giobbe esaminò se stesso e non riuscì a trovare alcun peccato che potesse giustificare il fatto che lui subisse tale trattamento mentre altri no, come riportato in Giobbe 6:24, 29, 30. A volte la sofferenza è una correzione divina volta a persuaderci a pentirci dei nostri peccati, ma in questo caso non era così.
In generale, mentre noi possiamo leggere le cause e l’esito nel libro di Giobbe, Giobbe non poteva farlo. Da ciò possiamo imparare che talvolta i credenti obbedienti dovranno affrontare la sofferenza senza conoscerne il motivo.
Nello specifico, nel caso di Giobbe, la sua sofferenza glorificò Dio dimostrando la Sua fedeltà anche dopo che egli aveva perso ogni speranza. Persino un credente debole e mortale come Giobbe riuscì a resistere al peggio che Satana potesse scagliargli contro. Dio ha sempre le Sue ragioni, e tutte le ragioni, in ultima analisi, riconducono alla disciplina o alla Sua glorificazione. Spesso non ne conosciamo le ragioni sul momento, ma le conosceremo dopo la morte.
Alla fine, Dio creerà un mondo in cui non ci saranno né sofferenza né tentazioni, eppure tutti in quel luogo sceglieranno liberamente di amarlo. Questi sono i nuovi cieli e la nuova terra. Attendiamo con impazienza quel momento, quando «“Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi”, e non ci sarà più né morte, né lutto, né grida, né dolore, perché le cose di prima sono passate» (Apocalisse 21:4). Vieni, Signore Gesù!
D: In Giobbe 1:1, 1:8 e 2:3, in che senso Giobbe era giusto, dal momento che Romani 3:10 afferma che nessuno è giusto?
R: Giobbe era un uomo pio. Questi versetti non affermano che Giobbe fosse perfetto e privo di peccato, ma che egli obbedisse diligentemente a Dio e dichiarasse che si sarebbe pentito di qualsiasi cosa avesse fatto di sbagliato.
D: In Giobbe 1:1, in breve, dove si trovava Uz?
R: Uz era figlio di Aram, secondo Genesi 10:23 e 1 Cronache 1:17. Gli Aramei si concentravano in Siria, in un distretto che chiamavano Ussai. A complicare le cose, il nome arabo di Esaù è «is», e vi era un altro Uz, discendente di Edom, menzionato in 1 Cronache 1:42. Geremia 25:20 menziona Uz, ed Edom dimorava a Uz in Lamentazioni 4:21.
Allo stesso modo, ci si chiede se le persone in altre parti del mondo siano confuse dall’esistenza di uno Stato di Washington e di Washington, D.C. Per gli americani ciò non è fonte di confusione, e probabilmente nemmeno per gli autori biblici l’esistenza di due terre di Uz costituiva motivo di confusione.
D: In Giobbe 1:2, quale è il significato dei sette figli e delle tre figlie?
R: Esistono tre possibilità:
1. Potrebbe trattarsi semplicemente del numero effettivo di figli e figlie.
2. Questi numeri rappresentano la perfezione e la completezza in altri passaggi, e potrebbero semplicemente riflettere tale significato anche in questo caso.
3. Potrebbe trattarsi di entrambe le cose. Dio ha fatto inserire questi numeri per rappresentare la perfezione e la completezza, e ha operato nella storia in modo che fossero anche i numeri effettivi.
D: In Giobbe 1:5, gli ebrei avrebbero dovuto offrire sacrifici per gli altri come fece Giobbe?
R: No, poiché l’Antico Testamento non lo ha mai comandato. Inoltre, la Bibbia dimostra che una persona (caduta) non può espiare i peccati di un’altra persona. Per inciso, nulla nella Bibbia afferma che Giobbe fosse un israelita.
D: In Giobbe 1,5, il fatto che Giobbe offra sacrifici per i propri figli avvalora l’insegnamento cattolico romano sulle indulgenze, come ha affermato uno scrittore cattolico (Ludwig Ott)?
R: No. La dottrina cattolica delle indulgenze sostiene che una persona possa compiere un’azione, come ad esempio versare denaro alla Chiesa, per eliminare la pena nel Purgatorio sia per i propri peccati, sia per i peccati di un altro cattolico già defunto.
Non vi è alcun riferimento a un «tesoro di meriti» in cui un santo defunto possa aiutare qualcuno sulla terra.
Ancora in vita: i figli di Giobbe erano ancora in vita.
Non comandato nella Bibbia: sebbene le intenzioni di Giobbe fossero buone, non vi è nulla nella Bibbia che affermi che questo sia ciò che Dio volesse che facessimo, né ai tempi dell’Antico Testamento né in quelli del Nuovo. Nulla indica che Dio abbia accettato il sacrificio di Giobbe per qualcuno che non fosse Giobbe stesso.
Non vi è alcun accenno al purgatorio nel libro di Giobbe, né in nessun’altra parte della Bibbia, del resto.
Lo scopo di questo brano è mostrare quanto fosse giusto Giobbe, non introdurre una nuova dottrina (che non fu seguita da nessun altro nella Bibbia).
D: In Giobbe 1:6, chi erano i “figli di Dio” citati in questo passo?
R: Si trattava di angeli, sia angeli buoni che demoni caduti.
D: In Giobbe 1:6, perché a Satana fu permesso di presentarsi al cospetto di Dio, mentre noi non possiamo presentarci direttamente al Suo cospetto?
R: Sebbene la Bibbia non lo dica esplicitamente, è possibile formulare alcune osservazioni al riguardo.
a) Dio è presente ovunque (Salmo 139:7-12; Geremia 23:24).
b) Dio ha anche una presenza speciale e localizzata nella sala del trono del Cielo, come mostra Apocalisse 4.
c) Satana si presentò davanti a Dio anche in Zaccaria 3:1, per cercare di accusare il sommo sacerdote. L’Enciclopedia delle difficoltà bibliche, alle pagine 238-239, afferma che ciò suggerisce che Satana abbia accesso occasionale ad almeno una parte del cielo per formulare accuse.
d) Giobbe 1:6 non specifica in che senso Satana si sia presentato davanti a Dio, ma Giobbe 1:6 indica che Satana si trovava in un gruppo al quale non apparteneva.
D: In Giobbe 1:6, Giobbe è stato usato come una «pedina» nella «partita a scacchi» di Dio con il diavolo?
R: Giobbe non era né una pedina né un caso unico. Giobbe glorificò Dio con la sua vita; ora avrebbe glorificato Dio con la sua vita di fronte a una forte opposizione. Anche noi esistiamo per servire Dio e glorificarlo, nonostante le opposizioni che affrontiamo. Possiamo soffrire in questa vita, ma le sofferenze che sopportiamo sono così piccole rispetto alle ricchezze del Cielo (1 Pietro 1:6-7; 1 Corinzi 2:9-10), di cui godremo con Dio per sempre.
D: In Giobbe 1:9-12, quale era, nello specifico, l’accusa di Satana contro Giobbe?
R: Satana non poteva negare che Giobbe fosse un uomo giusto, e non sollevò tale questione. Piuttosto, Satana mise in dubbio le motivazioni di Giobbe, sostenendo che egli servisse Dio solo per il proprio tornaconto.
D: In Giobbe 1:11, il termine ebraico in questo contesto dovrebbe essere tradotto con «benedire» o con «maledire»?
R: La parola qui può significare «benedire», nel senso di una benedizione di commiato. In inglese si dice «good-bye», che è una contrazione di «God be with you» (Dio sia con voi). Sia qui che nel Salmo 10:3, la parola ha un senso ironico. Pertanto, Giobbe 1:11 può essere tradotto: «… e vi dirà addio in faccia». Allo stesso modo, il Salmo 10:3 può essere tradotto: «… dite addio e rinnegate il Signore».
D: In Giobbe 1:13-19; 2:7, perché Satana odiava così tanto Giobbe?
R: Satana odiava il fatto che Giobbe glorificasse Dio. A parte questo, Satana non si curava affatto di Giobbe, se non per screditare Dio e la testimonianza di uno dei Suoi servitori.
D: In Giobbe 1:14-20, come si sentirebbe un cristiano se, pur servendo Dio con spirito di sacrificio (Giobbe 1:5), dovesse comunque subire una calamità?
R: Alcuni cristiani reagirebbero come Giobbe in Giobbe 1:20-22: sarebbero tristi, ma userebbero quel dolore per adorare Dio. Altri, che magari servono Dio solo per le benedizioni presenti in questa vita, potrebbero allontanarsi da Dio. Questa è esattamente la sfida di Satana. Satana stava accusando Giobbe davanti a Dio di appartenere alla seconda categoria, e questa prova avrebbe dimostrato che tipo di credente fosse Giobbe. In tutto ciò Giobbe non peccò né nei pensieri né nell’atteggiamento — almeno non ancora.
Se nella vostra vita si fosse verificata una calamità mentre servivate fedelmente Dio, forse vi trovate di fronte a una prova simile, anche se forse non così grave. Intendete utilizzare l’ingiustizia e il dolore per adorare Dio comunque, in modo ancora più intenso di prima, oppure vi lascerete sopraffare dalla disperazione?
D: In Giobbe 1:15, chi erano i Sabei?
R: Potrebbe trattarsi dello stesso popolo menzionato in Gioele 3:8, che viveva nell’odierno Yemen, nel sud-ovest della penisola arabica. Tuttavia, è più probabile che si trattasse di un gruppo di persone che gli Assiri chiamavano «Saba», che vivevano nell’Arabia settentrionale. Naturalmente, i Sabei dell’Arabia settentrionale potrebbero essere imparentati anche con quelli dell’Arabia sud-occidentale.
D: In Giobbe 1:16, che cos’era il fuoco di Dio?
R: Un fulmine. Probabilmente si trattava di un termine colloquiale per indicare un fuoco che non era stato generato su questa terra. In altre parole, il fulmine che si abbatté dal cielo.
D: Giobbe 1:20-21 insegna la reincarnazione?
R: No. Talvolta gli aderenti al movimento New Age prendono versetti biblici che trattano dell’aldilà o della resurrezione e, poiché il versetto menziona l’aldilà, ne deducono che si riferisca all’aldilà inteso come reincarnazione. Tuttavia, questo versetto non tratta affatto dell’aldilà. Piuttosto, Giobbe osserva semplicemente che è venuto al mondo senza nulla (nudo) e che lo lascerà anch’egli senza nulla. In realtà, in Giobbe 10:21 Giobbe parla della morte come di un «andare per non tornare mai più».
D: In Giobbe 1:22, cosa significa esattamente la parola ebraica tiplah, tradotta con «malefatta»?
R: Il termine è correlato a «insipido». Una parola affine è tradotta con «inutile» in Lamentazioni 2:14. Giobbe, a questo punto, credeva che Dio avesse uno scopo superiore per quanto stava accadendo, pertanto non accusava Dio di compiere azioni inutili o prive di scopo.
D: In Giobbe 1:22, in che modo alcune persone accusano Dio di aver commesso un’ingiustizia?
R: Alcuni affermano esplicitamente che «Dio è ingiusto» per vari motivi. Alcuni credenti sostengono che Dio sia giusto, ma che la Sua giustizia sia insondabile. C’è del vero in ciò, poiché la giustizia e l’amore di Dio vanno oltre la nostra completa comprensione. Tuttavia, affermare che, poiché Dio è infinito, non possiamo comprendere quale sia la Sua giustizia e che non abbia senso provarci, equivale a dire che, poiché l’amore di Dio è infinito, non possiamo comprendere quale sia il Suo amore e che non abbia senso provarci.
Alcuni ritengono che Dio sia ingiusto perché vedono che la punizione per i malvagi non è immediata. Altri pensano che Dio sia ingiusto per la ragione opposta: i devoti non ricevono sempre cose positive. Altri ancora considerano Dio ingiusto perché i giusti non ottengono sempre condizioni migliori rispetto ai malvagi, almeno in questa vita. Possiamo comprendere ciò che Dio ha rivelato riguardo alla giustizia, ma dobbiamo confidare in Dio con fede che la giustizia verrà.
D: In Giobbe 2:3, in che modo Dio agì contro Giobbe?
R: Dio agì in modo significativo revocando parzialmente la Sua protezione su Giobbe.
D: In Giobbe 2:3 e Giobbe 1:8, in che modo una persona sulla terra può essere «irreprensibile e retta» pur avendo peccato?
R: Dio qui non stava parlando di una perfezione priva di peccato. Tuttavia, Giobbe seguiva fedelmente Dio e, sebbene nessuno sia privo di peccato, l’irreprensibilità di Giobbe era di grande gradimento a Dio. Sebbene gli esseri umani abbiano una natura peccaminosa (ad eccezione di Gesù), un essere umano, in questa vita, può essere privo di peccato cronico e persistente e pentirsi dei peccati commessi volontariamente. Non si tratta del fatto che una persona possa raggiungere su questa terra uno stato in cui non pecchi più (né intenzionalmente né involontariamente), ma del fatto che, quando se ne rende conto, si penta prontamente.
D: In Giobbe 2:4, perché Satana disse: «pelle per pelle»?
R: Satana sosteneva che ogni persona avrebbe fatto qualsiasi cosa per preservare la propria pelle. Satana sottintendeva che Giobbe avrebbe potuto accettare la morte dei suoi servi e dei suoi figli, ma non avrebbe accettato che la propria salute ne risentisse. Ma Giobbe dimostrò che Satana si sbagliava. Per inciso, un dermatologo (medico specializzato nella cura della pelle) una volta citò questo passo nella sua pubblicazione per sostenere che la Bibbia insegna quanto sia importante la pelle. Il problema è che, quando citò questo versetto (nella versione KJV), omise le prime tre parole; e quando non si cita l’inizio di un versetto o di una frase, si dovrebbero inserire dei puntini di sospensione (…), cosa che egli non fece. Le parole mancanti erano «E Satana rispose».
D: In Giobbe 2:7, di quale malattia soffriva esattamente Giobbe?
R: La Scrittura non lo specifica, ma potrebbero esserci diverse possibilità. Potrebbe trattarsi di lebbra; tuttavia, essi conoscevano la lebbra e la chiamavano con quel nome (2 Cronache 26:16-20), mentre in questo passo non viene definita come tale. Il termine ebraico che qui indica le piaghe era utilizzato anche per descrivere una delle piaghe d’Egitto in Esodo 9:8-11 e Deuteronomio 28:27, nonché la malattia di Ezechia in 2 Re 20:7. Potrebbe trattarsi di elefantiasi, una patologia in cui grandi tumori benigni possono ricoprire l’intero corpo. Essa conferisce alla persona un aspetto orribile, induce gli altri a evitarla e non esiste alcuna cura.
Potrebbe anche trattarsi di un’altra malattia della pelle, come il pemfigo foliaceo. Questa malattia presenta piaghe (Giobbe 2:7), prurito (Giobbe 2:8), alterazioni della pelle del viso (Giobbe 2:7, 12); perdita di appetito (Giobbe 3:24), perdita di forze (Giobbe 6:11); vermi nelle piaghe (Giobbe 7:5), piaghe che trasudano (Giobbe 7:5), difficoltà respiratorie (Giobbe 9:18), occhiaie (Giobbe 16:16); alito cattivo (Giobbe 19:17), perdita di peso (Giobbe 19:20; 33:21), pelle annerita e desquamata (Giobbe 30:30) e febbre (Giobbe 30:30).
Era inoltre facile contrarre un’infezione da stafilococco, difficile da curare senza antibiotici e che alla fine risulta fatale.
Ciononostante, Giobbe avrebbe potuto grattarsi con frammenti di ceramica per alleviare il prurito e cercare di eliminare il pus. Si potrebbe desiderare di sedersi sulla cenere, non solo a scopo di lutto, ma anche perché la cenere appena bruciata sarebbe sterile e ridurrebbe il rischio di infezione. Sebbene i suoi compagni, più avanti nel libro, potessero essere fuorviati, bisogna comunque riconoscere loro il merito di essere disposti a stare accanto al loro amico dall’aspetto orribile. Cominciarono a piangere quando videro quanto fosse ridotto male Giobbe, ma vennero comunque a sedersi con lui.
D: In Giobbe 2:8, perché una persona con piaghe su tutta la pelle dovrebbe sedersi sulla cenere?
R: Questa pratica ha in realtà un senso. Le ceneri fresche (ma fredde) rappresentavano il luogo più sterile su cui una persona potesse sedersi.
D: In Giobbe 2:9-10, perché Satana non uccise anche la moglie di Giobbe oltre ai suoi figli?
R: Forse Satana notò il suo atteggiamento e capì che avrebbe potuto essere uno strumento utile, in quanto persona vicina a Giobbe in grado di tentarlo. Satana la utilizzò come sesta tentazione, quella della disperazione. Ne parla Giovanni Crisostomo.
D: In Giobbe 2:9, perché la moglie di Giobbe avrebbe detto: «Maledici Dio e muori»?
R: Sia Giobbe che sua moglie erano sconcertati da ciò che stava accadendo a lui, ai suoi beni e ai suoi figli. Come Giobbe stesso intuì, si trattava di un’affermazione malvagia pronunciata da una donna in preda alla disperazione. Può essere interpretata come un suggerimento a suicidarsi. L’ebraico dispone di diverse parole per indicare gli stolti, e questa è la parola che designa uno stolto incallito, come nel Salmo 14:1. Lei stava chiedendo a Giobbe di fare esattamente ciò che Satana aveva detto a Dio che Giobbe avrebbe fatto. Forse amava Giobbe e avrebbe preferito vederlo morire piuttosto che vederlo affrontare tutto ciò. Ricordiamo che, sebbene Dio stesse mettendo alla prova Giobbe, anche la moglie di Giobbe aveva seppellito dieci figli. In un certo senso, questa era una prova anche per la moglie di Giobbe, e lei fallì completamente. La morte dei loro figli non significava che la moglie di Giobbe fosse peggiore di altre mogli, ma che in questa vita possono capitare conseguenze diseguali alle persone.
D: In Giobbe 2:10, cosa significa qui la parola «male»?
R: Non si riferisce al male morale, bensì a una calamità fisica. Si può tradurre con «guai» o «avversità».
D: In Giobbe 2:11, chi erano i Temaniti, gli Shuhiti e i Maamathiti/Naamathiti?
R: I primi due popoli erano noti agli ebrei, sebbene vi sia una certa ambiguità o incertezza riguardo alla loro ubicazione attuale.
Teman era un’oasi ben nota nell’Arabia settentrionale. Si trattava di una delle oasi più ricche d’acqua della penisola arabica. Teman era anche il nome di una città di Edom nota per i suoi saggi, come riportato in Geremia 49:7,20. 1 Cronache 1:36 afferma che Teman era un discendente di Elifaz di Edom, quindi l’Elifaz citato nel libro di Giobbe potrebbe aver preso il nome dal suo antenato.
Shuah era un fratello di Madian che viveva a est, secondo Genesi 25:2,6 e 1 Cronache 1:32. Inoltre, i documenti assiri menzionano un popolo chiamato «Suhu».
I Maamathiti/Naamathiti sono sconosciuti al di fuori di Giobbe 2:11 e Giobbe 20:1; 42:9.
Giobbe era un nome piuttosto comune, come risulta dalle Lettere di Tell el-Amarna (1400-1370 a.C.) e dai testi egizi di maledizione, nonché dai documenti provenienti da Mari e Alalakh.
D: In Giobbe 2:13, in quali circostanze è meglio non dire nulla quando si consola qualcuno?
R: Potrebbe essere trascorso un po’ di tempo prima che gli amici di Giobbe venissero a conoscenza della situazione e riuscissero a riunirsi tutti insieme per recarsi da lui in gruppo. Tuttavia, quando giunsero, furono talmente sopraffatti dalla sofferenza di Giobbe che inizialmente non sapevano cosa dire. In generale, però, non si dovrebbe provare la sensazione di dover dire qualcosa d’impulso. A volte il miglior conforto può essere una presenza silenziosa. Le vostre parole dovrebbero essere d’aiuto e ben scelte. Non c’è fretta di dire qualsiasi cosa, comprese affermazioni inutili che non potrete più ritirare.
D: In Giobbe 3:1-7, Giobbe ha peccato maledicendo il giorno in cui era nato?
R: Giobbe non trasgredì ciò che Dio aveva rivelato nella Legge. Giobbe non maledisse Dio, se stesso o chiunque altro, ma solo il giorno in cui era nato. Anche Geremia maledisse il giorno in cui era nato, in Geremia 20:14-18. Tuttavia, questo atteggiamento non era positivo né per loro né per noi, poiché Dio afferma nel Salmo 139:14 che siamo stati creati in modo meraviglioso e prodigioso. Molti vedono in questo il punto iniziale in cui Giobbe iniziò a peccare. Giobbe sta dando un consiglio davvero sbagliato, affermando che la cosa migliore per un credente sarebbe non essere mai nato, e la seconda migliore sarebbe morire immediatamente. A questo punto Giobbe ha dimenticato che dopo la morte saremo con Dio, anche se in seguito se ne ricorderà.
I credenti di oggi, come Giobbe, possono attraversare periodi di dubbio e mettere in discussione la bontà di Dio. Ma dovremmo comunque rimanere fedeli, come lo fu Giobbe.
D: Nel capitolo 3 del Libro di Giobbe, quali sono alcune caratteristiche fondamentali del discorso di Giobbe?
R: Si tratta di un monologo, in qualche modo rivolto a Dio, e sembra quasi che egli non si accorga affatto della presenza dei suoi amici. Spesso i discorsi hanno introduzioni cortesi e rispettose, ma questo discorso non ne presenta alcuna.
A volte le persone che soffrono di depressione possono avere la sensazione che il loro mondo sia crollato intorno a loro, riducendosi a qualcosa di molto piccolo, e non si accorgono facilmente delle persone che le circondano e che desiderano aiutarle.
D: In Giobbe 3,16-22, cosa pensava Giobbe dell’aldilà?
R: Questo brano dimostra che Giobbe aveva una prospettiva eterna e credeva in una vita ultraterrena. I morti trovano riposo (Giobbe 3:13; 17-19) in quanto i loro corpi non faticano più. Per quanto sereno possa essere il riposo di Giobbe e dei giusti, i malvagi continuano a soffrire dopo la morte.
Il versetto che illustra più chiaramente la visione di Giobbe è Giobbe 19:26-27. Naturalmente, concetti come il Millennio, la seconda venuta del Messia, l’era della Chiesa, ecc., non erano stati rivelati ai credenti ai tempi di Giobbe.
I primi cristiani interpretavano le parole di Giobbe come un riferimento alla risurrezione. Clemente di Roma scrive: «E ancora, Giobbe dice: “Tu risusciterai questa mia carne, che ha sofferto tutte queste cose”». 1 Clemente, cap. 26, p. 12
D: In Giobbe 3:16-22, cosa ci insegna questo passo riguardo all’aldilà?
R: Innanzitutto, questo brano si limita a riportare ciò che Giobbe pensava, senza avallare come vere tutte le sue affermazioni. Tutto ciò che Giobbe disse in questo contesto era vero, tranne che:
a) il versetto 22 si riferisce solo ai pii, mentre i versetti 17-19 valgono per tutti (nella morte egli è liberato dal suo padrone, ecc.), e
b) contrariamente a quanto lamentava Giobbe, esiste una punizione per coloro che rifiutano Dio.
D: In Giobbe 3:1-26, quando una persona passa dalla fede e dalla pazienza alla disperazione e alla depressione, può mai riprendersi?
R: Sì, come fece Giobbe alla fine del libro. Anche se a questo punto Satana sembra sul punto di vincere la sua sfida con Dio, Giobbe continua a resistere, sebbene non senza peccare.
D: In Giobbe 4:1-5:27, qual è la mentalità di fondo di Elifaz?
R: Elifaz riconosceva che Giobbe fosse stato un uomo giusto che aveva aiutato molti. Si poneva tuttavia la questione se Giobbe mettesse in pratica ciò che predicava in Giobbe 4:4. L’argomentazione di Elifaz deriva da Giobbe 4:8: una persona raccoglie ciò che semina. Elifaz sta cercando di aiutare Giobbe e di rafforzare il suo amato amico. Sembra molto importante per Elifaz, e per gli altri, aiutare Giobbe a scoprire la giusta ragione della sua particolare sofferenza, poiché per Elifaz la sofferenza di Giobbe dimostrava che questi doveva aver commesso qualcosa di sbagliato. Elifaz nutriva la falsa convinzione che la giustizia di Dio fosse sempre immediata. Se a nessuno accadesse nulla, né di buono né di male, si tratterebbe semplicemente di giustizia ritardata, ma la questione va ben oltre. Non solo spesso le persone empie non affrontano immediatamente le conseguenze della loro malvagità, ma perché accadono cose brutte ai pii, quando sono gli empi a meritarle di più? Pertanto, non solo la giustizia di Dio spesso non è immediata, ma spesso i torti ingiusti sono immediati.
Dio non solo dispenserà la Sua giustizia alla fine, ma ribalterà anche tutte le ingiustizie a cui siamo sottoposti. Nel caso specifico di Giobbe, egli ha sofferto ingiustamente per mano di Satana. Non è stata solo la sua sofferenza, ma la sua sofferenza ingiusta a glorificare Dio.
D: In Giobbe 4:1-5:27, Salmo 34:12-16, Marco 4:24 e Galati 6:7, non si raccoglie sempre ciò che si semina?
R: Sì, questi versetti affermano che si raccoglie ciò che si semina, ma non sempre in modo immediato. Inoltre, questi versetti non dicono che tutto ciò che si raccoglie sia dovuto esclusivamente a ciò che si semina. Il Salmo 73 offre un esempio di persone malvagie che diventano ricche e prosperano.
D: In Giobbe 4-5, in che modo una persona oggi può essere simile a Elifaz, nel possedere una teologia sostanzialmente corretta ma priva di compassione?
R: Elifaz diceva solo la verità, ma solo una parte della verità. Sebbene a Giobbe potesse sembrare privo di compassione, Elifaz stava cercando di infondere speranza a Giobbe. Anche se ora le cose vanno male, in Giobbe 5:17-27 Elifaz afferma che Dio alla fine può fasciare le ferite e guarire.
D: In Giobbe 4:7, poiché parte dell’argomentazione di Elifaz potrebbe essere definita «causa ed effetto», è vero o no che una vita devota produce buoni risultati e una vita empia produce risultati negativi?
R: In questa vita ciò è vero in linea di massima. Tuttavia, vi sono numerose eccezioni in entrambi i casi, e non è qualcosa su cui fare affidamento. Piuttosto, Dio sistemerà ogni cosa alla fine, dopo la nostra morte. Gesù disse in Luca 13:1-5 che coloro sui quali cadde la torre di Siloe non erano necessariamente peccatori peggiori.
D: In Giobbe 4,5-5,27, qual è la struttura dell’argomentazione di Elifaz?
R: Si tratta di un chiasmo, una figura retorica comunemente presente nella poesia ebraica.
— Introduzione (4:2)
— — Esortazione (4:3-6)
— — — Il modo in cui Dio agisce con gli uomini (4:7-11)
— — — — La rivelazione della verità (4:12-21)
— — — Il modo in cui Dio agisce con gli uomini (5:1-16)
— — Esortazione (5:17-26)
— Osservazione conclusiva (5:27)
D: Nei capitoli 4-5 del libro di Giobbe, ci sono momenti in cui, nel tentativo di aiutare una persona depressa, si rischia di sbagliare completamente, proprio come fecero i tre amici di Giobbe?
R: Essi erano venuti per trovare delle risposte e fornirle a Giobbe; forse, in quel momento, Giobbe non era alla ricerca di risposte. Si spera che, quando si cerca di aiutare qualcuno, vi sia almeno una certa corrispondenza tra ciò che la persona desidererebbe e ciò che percepisce che le state offrendo. A volte, all’inizio, tutto ciò di cui ha bisogno è una presenza amorevole al suo fianco.
Quando cercate di aiutare una persona depressa, non agite semplicemente in base a come ritenete che dovrebbe recepire il vostro gesto. Siate attenti alle reazioni e osservate come le persone le recepiscono effettivamente. Forse pulire per loro potrebbe essere fonte di stress; ora devono preoccuparsi di ciò che avete gettato via. Comprare loro dei vestiti o qualcos’altro significa forse che non approvate ciò che indossavano? Forse va bene così, ma assicuratevi doppiamente che le vostre espressioni d’amore siano recepite nel modo in cui le avete intese.
D: In Giobbe 4:5-5:27, qual è l’argomentazione di Elifaz in questo contesto?
R: Si articola in due parti.
Abbi fiducia nella vostra giustizia, Giobbe, poiché avete impartito buoni insegnamenti a molti. Elifaz ha visto i malvagi puniti e i giusti ricompensati.
Tuttavia, nessuno è giusto rispetto a Dio, quindi nessuno può mettere in discussione l’ingiustizia o incolpare Dio con risentimento. Mi rivolgerei a Dio, perché Egli salva sempre i giusti. Anche se avete peccato, Dio vi disciplinerà, ma vi salverà comunque.
Queste due parti sembrano incongruenti. Secondo un’interpretazione, Elifaz stava semplicemente esponendo delle ragioni, senza rendersi conto che fossero in conflitto tra loro. Ma forse Elifaz era deliberatamente incongruente. Stava parlando con ironia quando disse a Giobbe di confidare nella propria giustizia, data la situazione in cui si trovava Giobbe. Se Lei, Giobbe, non ha effettivamente messo in pratica ciò che ha sempre predicato, allora si assuma la responsabilità di ciò che sta raccogliendo, si rafforzi di fronte a questa disciplina e cambi d’ora in poi. Elifaz sta dicendo che Dio è buono, che disciplina con giustizia e che Lei può comunque trovare la felicità anche dopo essere stato disciplinato (Ebrei 12:5-11).
Ciononostante, Elifaz aveva torto su quattro punti:
a) La giustizia di Dio spesso non è immediata
b) La giustizia può essere immediata per alcuni e non per altri
c) Il fatto che Dio sia così santo non giustifica in alcun modo la sofferenza di Giobbe e l’assenza di sofferenza in altri.
d) Cosa più importante, il fatto che Giobbe soffrisse più di altre persone non era dovuto al peccato.
Il discorso di Elifaz è più o meno vero, tranne per il fatto che causa ed effetto della verità sono totalmente invertiti.
D: In Giobbe 4:6, cosa imparò Giobbe riguardo alla speranza?
R: L’afflizione di Giobbe non era una punizione per il peccato, né una disciplina volta a fargli comprendere l’errore delle sue vie, né un mezzo per purificare il suo carattere. Tuttavia, essa ha permesso a Giobbe di instaurare un rapporto più stretto con Dio. Proverbi 3:26 afferma che il Signore sarà la nostra fiducia.
Giobbe non sta semplicemente dicendo che la sua vita ora è miserabile. Piuttosto, sta affermando che la somma di tutte le cose buone che ha mai ricevuto nella vita non è pari a tutta l’angoscia e la sofferenza che ha sopportato, anche se queste sono iniziate solo di recente.
A volte ci disperiamo perché non abbiamo abbastanza speranza. Ma più spesso abbiamo troppa speranza, solo che riponiamo questa speranza nelle cose sbagliate. Abbiamo speranza nella nostra salvezza perché Cristo è morto per noi, E abbiamo speranza grazie al nostro conto in banca, E abbiamo speranza grazie ai nostri risparmi per la pensione, E abbiamo speranza grazie alla nostra famiglia, E alla nostra salute, E… Ma cosa accadrebbe se quelle altre cose ci venissero tolte, proprio come è successo a Giobbe? Avremmo ancora speranza a sufficienza?
D: In Giobbe 4:12-21, cosa ne pensa dell’opinione secondo cui tutti noi abbiamo peccato, per cui tutte le sofferenze dei credenti possono essere spiegate dal fatto che tutti i credenti hanno bisogno di una certa disciplina per i propri peccati?
R: Questa è una parte dell’argomentazione di Elifaz e, a prima vista, sembra logica. Tuttavia, i capitoli 1 e 2 del libro di Giobbe dimostrano che quella non era affatto la ragione delle sofferenze di Giobbe all’epoca e, per estensione, nemmeno di alcune sofferenze dei credenti odierni.
D: In Giobbe 4:12-21, è possibile che Elifaz avesse ragione nel ritenere che le sue parole derivassero da una rivelazione divina?
R: Molti hanno messo in dubbio questo aspetto, poiché la sua rivelazione presenta un Dio indifferente nei confronti delle persone. Le sue parole contenevano un errore teologico: egli non si rese conto che non tutte le sofferenze derivano direttamente dal peccato di chi le subisce, come insegna Gesù in Luca 13:1-5.
Anche oggi, alcuni credenti hanno pensato di aver ricevuto una rivelazione divina e si sono sbagliati.
D: In Giobbe 4:20-21, quale argomentazione valida sta esponendo Elifaz?
R: Elifaz sta sottolineando quanto siano fragili le nostre vite e che alcune persone vivono l’intera esistenza senza mai trovare la saggezza. Sebbene anche le nostre vite siano brevi e fugaci, non è questo il punto che Elifaz sta sottolineando in questo contesto.
D: Giobbe 5:7 dovrebbe essere tradotto come «l’uomo nasce nella tribolazione» o «l’uomo genera tribolazione»?
R: Con le sole consonanti, potrebbe essere in entrambi i modi. Aggiungendo le vocali, l’ebraico recita «l’uomo nasce nella tribolazione». Tuttavia, cambiando una sola vocale, il significato passa dalla forma passiva a quella attiva e quindi diventerebbe «l’uomo genera/provoca tribolazioni».
D: In Giobbe 5:13, perché Paolo citò Elifaz in 1 Corinzi 3:19, dal momento che Dio in seguito rimproverò Elifaz?
R: In Giobbe 42:7, Dio non ha affermato che tutto ciò che Elifaz aveva detto fosse sbagliato, ma solo alcune cose. Elifaz aveva ragione nell’affermare che Dio avrebbe colto i saggi nella loro astuzia, ma aveva torto in tutte le affermazioni in cui riteneva che Dio non avrebbe permesso che alcuna afflizione colpisse chi non la meritava in questa vita.
D: In Giobbe 5:25-27, in che modo Elifaz si è dimostrato particolarmente insensibile?
R: Elifaz assicura a Giobbe che, se è pio, la sua tenda sarà al sicuro; la casa di Giobbe era stata appena distrutta. Elifaz dice a Giobbe che un uomo giusto avrà molti figli. Giobbe, infatti, aveva molti figli, e tutti erano stati uccisi. Quelle osservazioni potrebbero aver ferito profondamente Giobbe.
D: In Giobbe 6:1-7:21, cosa c’è di così sbagliato nella risposta di Giobbe?
R: Sebbene si possano individuare alcune brevi frasi in cui Giobbe non si è espresso in modo molto costruttivo, ciò trascura un aspetto ben più ampio. Tutto ciò che Giobbe dice riguarda esclusivamente se stesso o la sua sofferenza. Giobbe sembra arrabbiato sia con Dio che con i suoi consiglieri privi di compassione, ed è determinato a giustificare ciò che prova. Elifaz ha dato alcuni buoni consigli in Giobbe 5:8-17, invitandolo sostanzialmente a volgere lo sguardo verso Dio e la Sua gloria. Ma Giobbe ignora completamente questa parte della risposta di Elifaz, per concentrarsi esclusivamente su se stesso. Giobbe «era integro e retto» davanti a Dio in Giobbe 1:1, ma perché? Era forse perché Giobbe era integro e retto a beneficio di se stesso, della sua prosperità e della sua famiglia, oppure la motivazione principale di Giobbe era quella di glorificare Dio? La risposta di Giobbe dimostrò che, quando gli furono tolti la prosperità, la famiglia e la salute, egli rimase comunque fedele a Dio. Ma Giobbe mirava davvero a glorificare Dio come suo obiettivo primario? Sembra che in Giobbe 6 Giobbe non pensasse a glorificare Dio; tuttavia, sembra che lo facesse alla fine del libro.
D: In Giobbe 6:1-7:21, cosa si può comprendere della risposta di Giobbe?
R: Le persone che affrontano una catastrofe spesso attraversano diverse fasi. La prima potrebbe essere «negazione e isolamento», poi «rabbia», quindi «contrattazione», poi «depressione» e infine «accettazione». Queste fasi sono state osservate nei pazienti terminali da Elisabeth Kübler-Ross. Anche Colin Murray Parkes ha studiato questo fenomeno e ha elaborato un elenco diverso nel suo libro *Bereavement*. Il suo elenco è: «torpore e shock, poi interrogativi, depressione, rabbia e infine risoluzione».
Parte del sostegno psicologico nel lutto consiste nell’accompagnare la persona mentre attraversa le proprie fasi.
D: In Giobbe 6:1-7:21, quando si offre sostegno a qualcuno, quanto è importante riconoscere la validità dei suoi sentimenti?
R: Dovreste dimostrare di ascoltarla e di comprendere almeno in parte ciò che prova — sempre che vogliate che vi presti ascolto. A volte, come nel caso di Giobbe, si può riconoscere che i suoi sentimenti sono naturali e che non si ha una risposta sul motivo per cui proprio a lui siano accadute queste cose. Ma a meno che non abbiate vissuto esattamente la stessa esperienza, non cercate di dirgli: «So esattamente come si sente», perché non è vero.
Altre volte, invece, può capitare che una persona abbia consapevolmente commesso un’azione malvagia e sia furiosa con Dio per essere stata scoperta. Potete comunque dimostrare di comprendere in parte ciò che prova e ripetere ciò che sta dicendo, ma fatelo in modo tale che capisca che le conseguenze potrebbero essere una sua responsabilità. In un certo senso, gli amici di Giobbe stavano cercando di fare proprio questo con lui, solo che cercavano di attribuire le calamità di Giobbe a un suo peccato specifico, e si sbagliavano.
D: In Giobbe 6:6, cosa viene descritto in questo passo?
A: C’è una certa incertezza, ma probabilmente si tratta dell’albume di un uovo. In alternativa, potrebbe essere l’interno di un ortaggio sconosciuto.
Ma a prescindere dal termine, il significato in questo contesto è che le gioie della vita sono ormai diventate insipide per Giobbe.
D: In Giobbe 6-7, qual è una sintesi della risposta di Giobbe?
R: Giobbe afferma che le sue parole avventate sono dovute alla grande angoscia che Dio gli ha causato. Egli desidera che Dio lo uccida subito, in modo da poter almeno morire senza aver mai rinnegato le parole di Dio.
Giobbe non ha speranza, né amici su cui poter contare, e le argomentazioni di questi ultimi finora non hanno dimostrato nulla; pertanto li sfida a istruirlo e a mostrargli in cosa abbia sbagliato.
Il capitolo 7 è un discorso sull’umanità in generale. L’uomo è alle prese con una lotta durante il suo breve soggiorno sulla terra. Ogni notte Giobbe si chiede quando si alzerà, e ogni giorno trascorre rapidamente, senza speranza e senza senso. Almeno la sua vita è breve, poiché non vorrebbe vivere a lungo in queste condizioni.
Dio, perché vi preoccupate così tanto dell’uomo, al punto da esaminarlo e metterlo alla prova in ogni istante? Ditemi cosa ho fatto di male e perché non potete perdonarmi per quella cosa sconosciuta che potrei aver commesso?
Come i suoi amici, anche Giobbe presume che la sua grande sofferenza sia dovuta a qualche suo peccato, ma non riesce a capire di quale peccato si tratti.
D: In Giobbe 7,20, si dovrebbe leggere: «Sono forse diventato un peso per te?» (LXX), oppure «Sono diventato un peso per me stesso» (MT)?
R: È molto probabile che sia la prima, la lettura della Settanta. In alcuni punti del libro di Giobbe sembra che gli scribi ebrei abbiano attenuato il significato affinché la rabbia di Giobbe non apparisse blasfema.
D: In Giobbe 7,6, la parola ebraica significa «senza speranza» o «senza filo»?
R: Entrambe le cose, poiché si tratta di un gioco di parole. Giobbe paragona i suoi giorni che scorrono rapidamente alla navetta di un tessitore; la tessitura giunge al termine quando il filo si esaurisce. Ibn Ezra fu uno dei primi scrittori ebrei a notare questo gioco di parole.
D: Giobbe 7:9 e Giobbe 14:12 negano una resurrezione fisica?
R: No. In Giobbe 7:9, Giobbe afferma semplicemente che tutti coloro che muoiono non tornano più. In Giobbe 14:12, egli dice la stessa cosa, tranne che qui la precisa aggiungendo che gli uomini non tornano finché i cieli non saranno più.
A proposito, sebbene la Bibbia ci riporti fedelmente tutto ciò che Giobbe disse, non tutto ciò che Giobbe disse è necessariamente vero. Ad esempio, in Giobbe 7:7, Giobbe afferma che i suoi occhi non vedranno mai più la felicità.
D: In Giobbe 6:14-27, Giobbe ritiene che i suoi amici lo abbiano deluso nel venire a consolarlo. Aveva ragione Giobbe?
R: Gli amici di Giobbe avevano buone intenzioni, ma in un certo senso sì, lo hanno deluso. Sebbene i suoi amici si siano presi il tempo di venire e si siano seduti con lui perché tenevano a lui, non li vediamo riconoscere ciò che Giobbe provava, né confortarlo. A suo merito, Elifaz suggerì a Giobbe di rivolgersi a Dio in Giobbe 5:8-16. Tuttavia, Giobbe non colse appieno il messaggio quando Elifaz suggerì, in Giobbe 5:27, che le sue sofferenze fossero dovute a una punizione per il suo peccato.
Giobbe 6:14-15 paragona i suoi amici a un wadi, ovvero un torrente stagionale, che è pieno d’acqua che scorre impetuosa durante la stagione delle piogge, per poi prosciugarsi nella stagione secca, proprio quando se ne ha davvero bisogno. La reazione di Giobbe potrebbe sembrare eccessiva rispetto alle parole misurate di Elifaz, ma in parte era dovuta al conforto che essi NON gli avevano offerto. Inoltre, gran parte dello sfogo di Giobbe potrebbe essere attribuibile alla sua rabbia in generale.
D: In Giobbe 7:19, cosa si dice letteralmente?
R: Laddove alcune traduzioni riportano «anche solo per un istante», l’ebraico dice letteralmente «il tempo necessario a ingoiare la mia saliva», che la BSB traduce con «ingoiare la mia saliva». Questa espressione gergale è ancora oggi in uso in arabo.
D: In Giobbe 7:20, in che senso Dio è colui che osserva gli uomini?
R: Questo è un aspetto di Dio che turba alcune persone. Per quanto si cerchi di isolarsi, Dio veglia su di voi. Un mio amico della Cina continentale, nel decidere di diventare cristiano, ha affermato che una delle cose su cui aveva riflettuto a lungo era: «Se Dio non esistesse, perché qualcuno dovrebbe comportarsi bene quando nessuno sta guardando?».
D: In Giobbe 8:1-10, in che senso Bildad non è un buon consolatore in questo contesto?
R: Dopo le parole di Giobbe, Bildad accetta la sfida di controbattere alle affermazioni di Giobbe. In questo frangente, Bildad ha completamente dimenticato il proprio intento di confortare Giobbe e ha deciso che il suo scopo fosse quello di rimproverarlo. Purtroppo, Bildad inizia il suo «conforto» concordando con Giobbe in Giobbe 6:26, dove considera le parole di Giobbe come quelle di un chiacchierone. In Giobbe 8:4, Bildad afferma come un dato di fatto che la ragione per cui i figli di Giobbe sono morti è certamente da ricercarsi nei loro peccati; ma se Giobbe è innocente, non morirà. Immagini come potrebbe prendere questa affermazione una persona che ha fatto del suo meglio per i propri figli e che sembrava affetta da una malattia incurabile e mortale.
Per inciso, dovreste essere certi che, con la guida dello Spirito, potete svolgere un ministero che offra conforto a chi soffre e sta morendo. Potreste sicuramente fare meglio di questi personaggi! Forse Bildad imparerà e i suoi prossimi discorsi miglioreranno, o forse no: staremo a vedere.
D: In Giobbe 8, qual è l’essenza dell’argomentazione di Bildad in questo punto?
R: La vita non è mai arbitraria; possono forse le canne prosperare senza acqua? È semplice: osservando le Scritture e il rapporto di causa ed effetto, si può comprendere ogni cosa. Si possono osservare gli effetti e individuarne la causa; proprio come si può vedere il papiro e sapere che lì c’è una palude. Bildad è indignato dal fatto che Giobbe non riesca a rendersene conto e che invece incolpi Dio.
Ad esempio, Bildad ipotizzò che i figli di Giobbe avessero peccato e che, per questo, Dio li avesse uccisi.
Dio non perverte la giustizia.
Dio punisce i peccatori, ma aiuta gli uomini retti.
Se Giobbe fosse davvero retto, Dio lo aiuterebbe.
Dio non lo sta aiutando ora, quindi Giobbe non è retto.
Pertanto, Giobbe, deve convertirsi e pentirsi di qualunque male abbia commesso.
Bildad ascoltò con le orecchie, ma non riuscì ad ascoltare con il cuore, come dimostra l’insensibilità della sua risposta.
D: In Giobbe 8, come risponderebbe brevemente all’argomentazione di Bildad?
R: La vita sotto il sole non è sempre giusta, e non lo sarà fino a dopo la morte. Come afferma il Commentario di Keil-Delitzsch sull’Antico Testamento a pag. 141: «È vero che nulla di ciò che Dio manda all’uomo deriva dall’ingiustizia, ma non è vero che tutto ciò che Egli gli manda provenga dalla Sua giustizia».
D: In Giobbe 8-10, qual è il punto principale?
R: Non ha senso cercare di difendersi, «ricorrere in tribunale» e chiedere a Dio perché abbia permesso una cosa. Non conosciamo il passato degli altri. Non abbiamo una visione chiara di tutte le cose nel presente. E certamente non sappiamo molto del futuro, né di ciò che avrebbe potuto essere. All’inizio Giobbe era ansioso di discutere con Dio e di presentargli le proprie argomentazioni riguardo alla Sua incoerenza. Ma alla fine, anche Giobbe si rende conto che non ha senso discutere con Dio; potremmo non conoscere la risposta finché viviamo su questa terra. Giungere a questa consapevolezza è un passo importante per Giobbe.
D: Nei capitoli 9-10 del Libro di Giobbe, qual è una sintesi della risposta di Giobbe in questo contesto?
R: Ecco una sintesi in cinque punti.
1. Le vie di Dio sono così vaste e la Sua saggezza così grande che non ha senso per Giobbe mettere in discussione alcunché di ciò che Egli fa. Dio potrebbe annientare Giobbe per aver osato parlare, quindi egli non intende più parlare.
2. Anche se Dio punisse ingiustamente un uomo del tutto irreprensibile, non avrebbe senso discuterne davanti a Dio (o, del resto, davanti agli amici di Giobbe).
3. (E qui l’atteggiamento di Giobbe si fa aspro) Giobbe vorrebbe che ci fosse una terza parte a fungere da arbitro tra lui e Dio, poiché Dio dichiara le persone colpevoli senza alcun ricorso, senza che venga richiesta loro alcuna rendicontazione e senza che il colpevole sappia nemmeno cosa abbia fatto di male.
4. La cosa peggiore è che Dio può dichiarare colpevole una persona del tutto innocente, e nessuno può dire che Dio sia ingiusto. Giobbe afferma: «Sono irreprensibile e non colpevole!» (Giobbe 9:21; 10:6,7,14)
5. Giobbe detesta la propria vita, vissuta sotto un Dio ingiusto. Una domanda, tuttavia, continua a tormentare Giobbe: perché Dio si è preso tanta cura di crearlo e gli ha mostrato tanta gentilezza, se nel Suo cuore aveva da sempre intenzione di dare la caccia al Suo servo irreprensibile?
In sintesi, la giustizia che va oltre la comprensione di Giobbe è ingiustizia secondo Giobbe. Tuttavia, dovremmo stare attenti a distinguere tra l’affermazione «ora non comprendiamo, quindi non comprenderemo mai, perché non possiamo comprendere, poiché non esiste una giustizia da comprendere» e «ora non comprendiamo, perché non vediamo ancora il quadro d’insieme, che forse non vedremo in questa vita». In realtà, Giobbe vide un quadro d’insieme della situazione alla fine del libro di Giobbe.
D: In Giobbe 9:5-10, qual è l’aspetto distintivo di questo brano?
R: Potrebbero essere state parole che Giobbe ha pronunciato per la prima volta in questa occasione, oppure potrebbe trattarsi di un inno già esistente che entrambi conoscevano.
D: In Giobbe 9:17; 10:2-3, come si sentirebbe se qualcuno sembrasse arrabbiato con lei senza motivo?
R: Potreste attraversare diverse fasi, e ciò può essere in qualche modo simile al lutto. Innanzitutto potreste pensare che quella persona abbia una buona ragione, ma che voi semplicemente non l’abbiate ancora individuata. Tuttavia, una volta giunto alla conclusione che ciò non è vero, potreste valutare se vi siano altri fattori esterni. In terzo luogo, potreste mettere in discussione l’«imparzialità» di chi è arrabbiato con voi. Alla fine potreste arrivare al punto di non curarvene più, perché vi rendete conto che è impossibile capire perché sia arrabbiato e cosa possiate fare al riguardo.
D: In Giobbe 9:18, perché alcune persone provano amarezza nei confronti degli altri, della vita o di Dio?
R: L’amarezza è un risentimento cronico. Può comprendere uno o più dei seguenti sentimenti: tristezza, rabbia, disgusto e delusione. Le persone amareggiate tendono ad avere più disaccordi e rapporti più difficili con gli altri. Una persona amareggiata sente di soffrire ingiustamente, forse per qualcosa che non ha fatto, che pensa di non aver fatto, oppure per qualcosa che sa di aver fatto ma per cui non ritiene che la punizione debba essere così severa. Si aggrappa a due convinzioni: sta subendo un trattamento ingiusto e la vita e le altre persone dovrebbero essere giuste. È vero che gli altri dovrebbero essere giusti, e molte volte non lo sono. Allo stesso modo, dovremmo fare del nostro meglio per trattare gli altri in modo equo. Ma la vita e gli altri non ci trattano in modo giusto, e se il nostro modo di pensare «è incentrato su questa vita», allora anche come credenti possiamo diventare amareggiati. Il nostro pensiero, tuttavia, non dovrebbe essere rivolto a questa vita, bensì alle cose celesti (Filippesi 3:19-20), e in Efesini 4:31 ed Ebrei 12:15 ci viene comandato di liberarci da ogni amarezza. Ciò implica almeno due cose. In primo luogo, individuate ogni angolo del vostro cuore in cui l’amarezza potrebbe nascondersi. In secondo luogo, pregate per liberarvene e perdonate le persone, compreso voi stessi. Perdonate gli altri anche se non si sono pentiti e non vi hanno chiesto perdono. L’amarezza è come bere del veleno sperando che faccia male all’altra persona. Il perdono è qualcosa che si compie anche per il proprio bene, non solo per quello dell’altra persona.
D: In Giobbe 9:30, cosa intende dire Giobbe riguardo all’essere lavato?
R: Alcune traduzioni riportano «lavato con acqua di neve». Tuttavia, M.H. Pope, nell’opera *Job* (Anchor Bible, vol. 15), a pag. 75, dimostra che il termine *seleg* significa «sapone», non «neve».
D: In Giobbe 9:21-24, perché Giobbe usa qui un linguaggio così estremo?
R: Non sono parole appropriate. Ma a volte, quando una persona è depressa e disperata, può capitare che dica cose avventate.
D: In Giobbe 9:25-31, in che modo un corridore, le navi veloci e le aquile descrivono la nostra vita sulla terra?
R: Giobbe sta dicendo che, in ogni caso, nessuno di noi ha davvero molto tempo a disposizione sulla terra. Utilizzando le tre analogie del corridore, delle navi e dell’aquila, egli sta mettendo a confronto tre delle cose più veloci sulla terra, sul mare e nell’aria. Il termine «aquila» in questo contesto può indicare un’aquila, un avvoltoio, un falco o un gheppio. I falchi pellegrini possono raggiungere velocità di 186 miglia all’ora (300 km all’ora). Pertanto, l’unica piccola consolazione che Giobbe intravede in questo contesto è che la sua vita, in ogni caso, non sarebbe durata a lungo.
D: In Giobbe 9:29, quale senso di disperazione viene espresso?
R: Giobbe si chiede ironicamente che senso abbia cercare di fare il bene, se a Dio non importa nulla e lo ha già condannato? Oggi alcune persone provano la stessa sensazione. Poiché hanno già commesso il male, ritengono che per loro sia troppo tardi e che Dio non vorrà mai perdonarle.
D: In Giobbe 10:1-7, cosa ammette Giobbe in questo punto?
R: In Giobbe 9:2 Giobbe afferma che almeno una parte di ciò che dice Bildad è vero. Giobbe sembra cominciare a lasciarsi convincere da Elifaz e Bildad. Sta iniziando a dubitare della propria vita e a pensare che le sue calamità dimostrino che egli è malvagio agli occhi di Dio. Tuttavia, Giobbe non riesce a comprenderne il motivo.
D: In Giobbe 10:18-22, cosa potreste dire a qualcuno che si sente intrappolato e senza speranza?
R: Ha bisogno di intravedere almeno un barlume di speranza. Bildad, nonostante tutti i suoi difetti, ha comunque colto nel segno quando, in Giobbe 8:21, ha predetto che Dio «riempirà ancora la vostra bocca di risate».
D: In Giobbe 11:1-20, che tipo di persona pensate fosse Zofar?
R: Zofar intervenne per ultimo; è probabile che ciò sia dovuto al fatto che fosse il più giovane dei tre, ed è stato il più severo. Come Bildad, anche Zofar non è molto cortese nei confronti di Giobbe. Ma mentre Bildad ritiene che tutto sia semplice da comprendere, Zofar è diverso; egli afferma che ci sono molte cose che non sappiamo riguardo a Dio. Zofar è dogmatico nelle sue opinioni e non prova alcuna compassione per Giobbe. Zofar non si chiede mai se Giobbe sia colpevole o meno di un grave peccato; questo è un dato di fatto che Zofar dà semplicemente per scontato. Come osa Giobbe affermare il contrario!
Elifaz ha sostenuto le sue affermazioni con le sue osservazioni. Bildad ha sostenuto le sue affermazioni con la storia. Zofar non ha sostenuto affatto le sue affermazioni.
D: In Giobbe 11:1-20, un cristiano di oggi, o persino noi stessi, potremmo mai essere un avversario involontario di Dio?
R: Zofar è la forma maschile del nome femminile Zipporah. Sia Zofar che Zipporah, la moglie di Mosè, erano credenti che si trovavano involontariamente in opposizione a Dio. Pietro si trovava involontariamente in opposizione a Dio e veniva usato da Satana per tentare Gesù in Matteo 16:22-23. Se Pietro poteva esserlo, lo possiamo essere anche noi. Quando pensiamo di dover dire a Dio che Egli deve fare qualcosa, allora ci troviamo su un terreno molto instabile. Si potrebbe obiettare che Pietro in quel momento non avesse lo Spirito Santo, ma oggi i cristiani possono scegliere di agire senza pregare o senza ascoltare Dio. Se mai foste così sicuri delle vostre parole e delle vostre azioni da ritenere di non aver bisogno di confrontarle con la Scrittura, potreste essere un avversario involontario di Dio. Ma la buona notizia è che, per Pietro, per gli amici di Giobbe e per i cristiani, se seguiamo Dio, leggiamo la Bibbia e preghiamo, Dio può correggerci.
D: In Giobbe 11:1-20, qual è il punto di vista di Zofar?
R: Zofar non ha affrontato le argomentazioni di Giobbe. Piuttosto, ha offerto un messaggio più severo: «Non possiamo conoscere i misteri di Dio, quindi si rivolga semplicemente a Dio e si penta, senza rifletterci troppo». Nello specifico, Zofar ha affermato con tono aspro:
1. Giobbe, lei merita di essere rimproverato per aver detto ciò riguardo a Dio.
2. Lei dice a Dio di essere irreprensibile, ma chi può davvero conoscere Dio o la Sua giustizia?
3. Esamini dunque la propria anima, si dedichi a Dio e si liberi dal proprio peccato [non specificato].
4. Allora Dio vi salverà, anziché lasciarvi cadere come i malvagi.
Sia Zofar che Giobbe concordano sul fatto che non possiamo conoscere Dio e che Dio punisce gli empi e ricompensa i giusti. Tuttavia, Zofar esige che Giobbe riconosca la propria malvagità.
D: In Giobbe 11, come si fa a parlare con qualcuno che non è d’accordo con voi a causa di un presupposto errato che non intende mettere in discussione?
R: Può essere difficile, ma forse potete almeno far sì che si rendano conto che c’è un punto che non stanno mettendo in discussione, mentre altri lo fanno. Ci sono almeno quattro approcci che potete utilizzare. Gli ultimi tre sono simili a dei “boomerang”: si pone loro una domanda su qualcun altro, e poi la questione ritorna su di loro.
a) Ipoteticamente parlando: una volta stavo parlando con un responsabile di casa della Chiesa dell’Unificazione del Rev. Moon e, dopo aver discusso di varie cose, gli chiesi: «Ipoteticamente parlando, se sapesse che il Rev. Moon non proviene realmente da Dio, cosa farebbe? Se ne andrebbe o resterebbe?». Dopo avergli gentilmente ricordato la domanda un paio di volte, alla fine rispose: «È disonorevole e irrispettoso anche solo mettere in discussione il reverendo Moon». Poi mi chiese di andarmene e mi disse che non ero più il benvenuto. Una conseguenza di quella domanda fu quella di rivelare che la barriera non era di natura intellettuale, bensì di volontà. Ho posto domande simili ad altre persone e, a volte, mi hanno rivolto a loro volta la stessa domanda. Rispondo che so che Gesù proviene davvero da Dio, ma, ipoteticamente parlando, se dovessi scoprire che ciò non fosse vero, seguirei la verità, a qualunque costo.
b) Una situazione ipotetica, come fece Natan con Davide in 2 Samuele 12:1-13, quando presentò un caso giuridico ipotetico.
c) Un altro approccio consiste nell’utilizzare un «osservatore ipotetico». Quando non sono disposti nemmeno ad ammettere la possibilità di potersi sbagliare, chiedete loro come un osservatore esterno valuterebbe la loro risposta.
d) Chiedete loro come si possa far capire a qualcuno che potrebbe sbagliarsi. È un concetto un po’ difficile da spiegare, quindi ecco un esempio che coinvolge un buddista e un musulmano, ma che potrebbe essere applicato a qualsiasi coppia di religioni. Supponiamo che un buddista non sia realmente disposto a considerare che il buddismo possa essere errato. Potreste chiedergli: se incontrasse un musulmano convinto che la jihad sia una cosa positiva, a cui è sempre stato insegnato che le donne sono meno intelligenti degli uomini e che la loro testimonianza in tribunale valga la metà di quella di un uomo, e che sia lecito violentare le donne catturate in battaglia, cosa potrebbe dire al musulmano per dimostrargli che tali convinzioni sono errate? Reagisca alla sua risposta e faccia notare che quel musulmano ha imparato quelle cose per tutta la vita e che nessuna delle persone che rispettava le ha mai messe in discussione. Dopo un po’, sottolinei che non è solo un musulmano a poter credere a cose sbagliate senza mai metterle in discussione; potenzialmente, anche un buddista o persino un cristiano potrebbero farlo. Come potrebbe sapere di non credere a cose profondamente errate solo perché non ha mai sentito dire il contrario? Ma siate pronti a ricevere la stessa domanda (il che è legittimo). Potete rispondere attingendo all’apologetica e alla vostra testimonianza personale. Quindi assicuratevi di porre nuovamente loro la domanda.
In questo caso specifico, Giobbe avrebbe potuto chiedere a Zofar: «Ritiene possibile che a una persona possa accadere qualcosa di male senza che ciò sia una conseguenza diretta del suo peccato? È questo che direbbe ai genitori che hanno perso un figlio, a ogni singola persona anziana affetta da un problema di salute, o a qualcuno i cui parenti sono morti di fame, specialmente se lei avrebbe potuto aiutare loro invece di aiutare altri? Quindi, se mai dovesse accadere qualcosa di brutto a voi o alla vostra famiglia, potrei essere certo che ciò sia dovuto al vostro peccato o a quello dei vostri cari, è corretto? Forse non è così che opera Dio. Forse Dio permette che accadano cose brutte al Suo popolo obbediente, ingiustamente, e Dio ci darà in cielo molto più di quanto abbiamo mai perso.
D: In Giobbe 11:6, Dio ha davvero dimenticato alcuni dei nostri peccati, come ha affermato Zofar?
R: No. Non tutto ciò che hanno detto gli amici di Giobbe è necessariamente corretto. Zofar stava semplificando eccessivamente nella sua risposta, proprio come aveva semplificato eccessivamente e tratto conclusioni affrettate nella sua analisi. Zofar stava dicendo in modo poetico che Dio non stava punendo Giobbe nella misura in cui Giobbe meritava. Infatti, alla fine del libro di Giobbe, a Giobbe fu detto di offrire un sacrificio a nome dei suoi amici per le loro parole errate. Zofar ha ragione, sebbene in modo eccessivamente semplificato. Dio conosce ogni cosa, quindi non dimentica i fatti. Dio punirà ogni peccato, ma ha già punito tutti i peccati perdonati facendo sì che Gesù subisse la punizione sulla croce. Tuttavia, Zofar ha ragione nell’affermare che, per coloro i cui peccati sono stati perdonati, «quanto è lontano l’oriente dall’occidente, tanto Egli ha allontanato da noi le nostre trasgressioni» (Salmo 103:12).
D: In Giobbe 11:7-8, gli esseri umani possono conoscere Dio?
R: Sì e no, se inteso correttamente. Sebbene Zofar non avesse ragione su tutto ciò che affermò, la sua visione riguardo alla conoscenza di Dio era sostanzialmente corretta. Lo stesso Zofar afferma implicitamente di conoscere molte cose su Dio, in base a tutto ciò che ha dichiarato riguardo a Lui. Tuttavia, Zofar riconosceva di non sapere né di poter sapere tutto su Dio. Egli sostiene che non dovremmo fingere di poter conoscere tutto di Dio, come i Suoi misteri e le profondità della Sua conoscenza.
Qualsiasi teologia che affermi che Dio sia tutto mistero, o completamente inconoscibile, è fuori luogo. Allo stesso modo, qualsiasi teologia che affermi che Dio non abbia alcun mistero e possa essere compreso appieno dalle nostre menti limitate e mortali, presenta un Dio troppo piccolo.
D: In Giobbe 12-14, qual è il punto che Giobbe vuole sottolineare?
R: Questo è il secondo discorso più lungo di Giobbe. Giobbe sta sostanzialmente dicendo: non sminuitemi cercando di insegnarmi ciò che già riconosco. La saggezza e la potenza appartengono a Dio, che è al di sopra della natura, delle persone e delle nazioni. Perché proprio io? Io, Giobbe, una persona devota, sono diventato oggetto di scherno, e Dio ha permesso che ciò accadesse, mentre lascia indisturbati i predoni. Dio possiede la saggezza e la potenza sugli animali, sugli individui, sulla natura e sulle nazioni.
Vorrei poter perorare la mia causa davanti a Dio, poiché voi non valete nulla. So che potrei difendere le mie azioni. Chiederei a Dio di smettere di spaventarmi e di mostrarmi, se mai ce ne fosse uno, quale errore io abbia commesso. La nostra vita è così breve e, a differenza di una pianta, viviamo e moriamo una sola volta. Stando così le cose, vorrei che Dio si affrettasse a uccidermi.
D: In Giobbe 12:4, come rispose Dio a Giobbe?
R: Dio non stava rispondendo a Giobbe in quel momento, ma gli aveva già risposto prima che tutte queste calamità si verificassero. Aveva insegnato a Giobbe che, qualunque cosa accada in questa vita, bisogna confidare in Dio, che dona la vita eterna.
D: In Giobbe 12:6, in che modo alcune persone portano il proprio dio nelle proprie mani?
R: Questa espressione descrive in modo appropriato coloro che adorano un idolo che le loro stesse mani possono trasportare. Anche oggi le persone occidentali adorano dei che possono trasportare quando venerano il denaro, i beni materiali e se stessi.
D: In Giobbe 12:13-25, qual è il punto di vista di Giobbe?
R: Sebbene gli amici di Giobbe si dichiarino così saggi, e Giobbe affermi di essere saggio quanto loro (Giobbe 12:3), in definitiva nessuno è saggio rispetto a Dio. Giobbe 12:13-25 sottolinea inoltre che nessuno è potente rispetto a Dio.
D: In Giobbe 13:4-5, gli amici di Giobbe non avevano alcun peccato grave da attribuire a Giobbe, eppure si comportavano tutti come se lo avessero, per avvalorare la loro visione del mondo. In che modo le persone oggi potrebbero inventare cose prive di fondamento, al fine di sostenere la propria visione del mondo?
R: È possibile rendersi conto di quando ciò accade semplicemente chiedendo: «Mi mostri le sue prove». È fin troppo facile per le persone cadute passare da «vorrei che questo fosse vero» a «probabilmente è vero», fino a «so che questo è vero». Ciò può accadere in qualsiasi contesto, compresi la politica e la religione. Una delle cause di questo fenomeno è quando «sostenere la narrazione» delle conclusioni che si desidera che qualcuno accetti diventa per voi più importante della «vera verità».
D: In Giobbe 13:15, il testo ebraico dovrebbe essere tradotto con «Porrò la mia speranza in Lui» o con «Non ho speranza»?
R: Le parole ebraiche possono essere tradotte in entrambi i modi. La risposta dipende dal fatto che si ritenga che Giobbe sia ottimista o pessimista in questo punto. L’ambiguità risiede nella parola ebraica che può essere tradotta come «attendere», «esitare» o «tremare». Poiché la parola può assumere entrambi i significati, occorre considerare il contesto, che in questo caso è la conclusione del secondo discorso più lungo di Giobbe. Poiché Giobbe afferma di sapere che alla fine sarà scagionato come giusto seguace di Dio, la traduzione corretta è «Porrò la mia speranza in Lui», poiché esprime la fede di Giobbe, non il suo dubbio.
D: In Giobbe 13:23, quando dovremmo chiedere a Dio di mostrarci i nostri peccati?
R: È lodevole che Giobbe, almeno alla fine, si decida a chiedere a Dio di mostrargli i propri peccati che potrebbero essere la causa della sua severa punizione. Non dobbiamo aspettare che qualcosa del genere accada a noi; possiamo e dobbiamo chiedere a Dio di mostrarci i nostri difetti e peccati nascosti. Essi non sono nascosti a Dio, e potrebbero non esserlo nemmeno agli altri, ma possono essere nascosti a noi stessi.
D: In Giobbe 14,13-22, Giobbe nega l’esistenza di una vita dopo la morte?
R: Giobbe solleva la questione dell’aldilà in Giobbe 14, ma poi vi risponde. Giobbe afferma l’esistenza di un aldilà per almeno quattro ragioni.
1. Giobbe non si preoccuperebbe del fatto che Dio copra il suo peccato in Giobbe 14,16-17, se, non appena fosse morto, i suoi peccati fossero comunque scomparsi poiché lui non c’era più.
2. Giobbe 14:13 afferma che Giobbe desidera essere nascosto nella tomba, finché l’ira di Dio non si sarà placata.
3. In Giobbe 13:15, Giobbe è fiducioso che si presenterà davanti a Dio come giustificato, anche se ciò avverrà dopo la sua morte. Si veda la discussione su Giobbe 13:15 per ulteriori informazioni.
4. Nell’intero libro di Giobbe, Giobbe si rivela un uomo che pensa al lungo termine, non qualcuno che pensa solo a questa vita terrena.
Ad esempio, Giobbe 19:26-27 afferma che, anche dopo che la sua carne sarà distrutta, egli sa che vedrà Dio.
D: In Giobbe 15, cosa possiamo dire riguardo a questo secondo ciclo di tre discorsi e tre risposte di Giobbe?
R: Sebbene le opinioni dei tre cosiddetti consolatori non siano cambiate, né quelle di Giobbe, si nota un irrigidimento dei loro punti di vista, così come di quelli di Giobbe. Elifaz è molto meno cortese rispetto al primo discorso, ma rimane comunque più cortese degli altri due.
D: Nel capitolo 15 del Libro di Giobbe, qual è una breve sintesi del discorso di Elifaz in questo punto?
R: Elifaz esordisce qui con un’osservazione valida. Sta dicendo a Giobbe che le sue risposte amare non si addicono a un uomo saggio di Dio. Va bene rispondere ed esprimere ciò che si prova, ma si devono usare parole utili, non parole vuote che non servono a nulla. Vi sono tre parti principali.
(15:1-13) Ascolti, Giobbe, lei è saggio, quindi giudichi le sue stesse parole. Le sue parole peccaminose non solo sono inutili, ma minano anche la pietà quando lei sostiene di sapere più di Dio e si scaglia contro Dio invece di trovare conforto in Lui. Lei sostiene di essere più giusto di Dio.
(15:14-16) Poiché nulla nell’universo è santo rispetto a Dio, non spetta a voi cercare di giustificarvi. Poiché gli uomini sono malvagi, limitatevi a tacere, smettete di porre domande e accettate semplicemente la vostra condizione come un risultato inevitabile della misteriosa giustizia di Dio.
(15:17-35) I malvagi saranno sicuramente puniti. Anche se ora possono essere ricchi e ben nutriti, la loro rovina arriverà.
D: In Giobbe 15:7-8, in quali modi i non cristiani a volte pensano di essere più saggi di Dio?
R: Alcuni musulmani ritengono ridicolo che i cristiani debbano porgere l’altra guancia. Gli oggettivisti sostengono che sia da sciocchi aiutare altruisticamente gli estranei. Gli avidi considerano antiquato cercare di non amare il denaro. Un mormone una volta mi disse che, a suo avviso, quando Dio creò ogni cosa commise molti errori; e che quando lui diventerà un dio, farà di meglio.
D: In Giobbe 15,7-8, in quali modi i cristiani possono talvolta ritenersi più saggi di Dio, senza dirlo esplicitamente?
A: Quando Dio comanda una cosa e noi diciamo a Dio e agli altri che abbiamo un modo migliore. Se non vediamo una ragione per il comando di Dio e diciamo, in sostanza, che obbediremo a ciò che Dio dice solo quando ne vedremo la ragione. Ad esempio, 1 Timoteo 2:11-12 afferma che una donna non deve insegnare né esercitare autorità su un uomo. Non è che una donna non possa essere una leader devota e saggia, come lo era la giudice Debora; piuttosto, è in definitiva perché questo è ciò che Dio vuole. Possiamo discutere invano delle ragioni per cui Dio lo ha voluto, oppure cercare di vedere tutto nel futuro come può farlo il Dio onnisciente, ma la vera domanda di cui dovremmo discutere è questa: se il Signore dice di fare qualcosa, in linea con quanto ha affermato, e noi non ne comprendiamo la ragione, obbediremo comunque o no?
D: In Giobbe 15:16, in che modi le persone bevono l’ingiustizia come acqua, o bevono il disprezzo come acqua in Giobbe 34:7?
R: Così come noi sentiamo il bisogno di acqua per vivere, una persona malvagia prova una sete tale da aver bisogno del proprio male per vivere, poiché ne è dipendente. Così come noi proviamo piacere nel bere, alcune azioni malvagie vengono compiute non per una necessità percepita, ma perché ne traggono piacere. Le persone malvagie «bevono acque in abbondanza» perché pensano che Dio non le stia osservando o non sappia ciò che stanno facendo, come afferma il Salmo 73:10-11.
D: In Giobbe 15:1-35, quali sono alcuni modi migliori per offrire consiglio a qualcuno?
R: Ecco una citazione di Martyn Lloyd-Jones. «Ricordo il caso di una signora che stava attraversando uno di quei periodi di aridità spirituale e che si trovava in grande difficoltà. Si trattava in parte di un problema fisico, e molti dei suoi amici le erano andati incontro, alcuni dei quali erano ministri della Parola, e tutti le avevano parlato allo stesso modo. Cercavano tutti di spronarla a reagire, parlandole in modo puramente teorico e affermando che i sentimenti non contano, che in realtà nulla conta se non la verità della giustificazione per fede. Lei lo sapeva bene quanto loro, anzi meglio di molti di loro, ma ciò non le era di alcun aiuto, poiché il suo problema era che non provava più quella beatitudine che un tempo aveva conosciuto. «Dov’è la beatitudine che provavo quando vidi il Signore per la prima volta?» Questa era la sua condizione, la condizione descritta dal poeta William Cowper.
I consigli dei suoi amici non le furono d’aiuto, perché a persone del genere non serve mai dire loro di darsi una regolata e di risvegliarsi. È proprio ciò che non riescono a fare… Il modo per aiutare una persona del genere, il modo in cui fu aiutata proprio la persona a cui mi riferisco, è dire: «Ah sì, sa, ci sono periodi del genere nella vita dei santi. A volte Dio, per ragioni a Lui sole note, ci nasconde il Suo volto». Lei mi guardò stupita dicendo: «È vero?» «Certo che è vero», risposi, e procedetti a fornirle numerosi esempi e illustrazioni al riguardo. Immediatamente il suo problema si risolse, perché ora aveva una spiegazione…» M. Lloyd-Jones, Romani: un’esposizione dei capitoli 8:17-39: La perseveranza finale dei santi (Banner of Truth, 1975, p. 176), citato da The Message of Job di David Atkinson, pp. 47-48.
D: In Giobbe 15:21,34, cosa sta dicendo qui Elifaz?
R: In precedenza Elifaz aveva parlato in termini generici, ma non sembrava che Giobbe avesse colto il messaggio. Pertanto, ora Elifaz è più specifico. Egli afferma in Giobbe 15:21 (cfr. Giobbe 1:17) che il distruttore piomba improvvisamente sull’uomo malvagio e gli porta via i beni nel pieno della sua prosperità. I Sabaei e i Caldei piombarono improvvisamente sulle sue greggi e sulle sue mandrie. Le case crollano o cadono in Giobbe 15:28 (cfr. Giobbe 1:19). Pertanto Giobbe deve essere un uomo malvagio. Giobbe 15:30,34 afferma che il fuoco consuma i malvagi, come in Giobbe 1:16. Giobbe 15:34 afferma che l’uomo malvagio sarà sterile, motivo per cui Giobbe ha perso i propri figli.
D: In Giobbe 15:27-31, in che modo alcune persone, come Elifaz, presumono che se una persona possiede denaro, essa sia malvagia perché ripone fiducia nella propria ricchezza?
R: Sebbene sia sbagliato riporre fiducia nel denaro, non tutti i ricchi ripongono fiducia nella propria ricchezza. Il fatto che abbiano subito una calamità non è prova che siano sottoposti alla disciplina o al giudizio di Dio per aver riposto fiducia nel denaro. È fin troppo facile per le persone fingere di sapere esattamente cosa pensi Dio, come agisca e, di conseguenza, come giudicare gli altri. Un punto importante che si può apprendere dal libro di Giobbe, anche se non si apprende nient’altro, è che non si può presumere di conoscere i giudizi di Dio e il modo in cui Egli agisce nei confronti degli altri.
Sebbene anche gli altri amici condividano la stessa visione, Elifaz è il più esplicito in questi tre versetti. Egli è l’esempio di un credente che crede alla verità sulle questioni essenziali, ma la combina con presupposti teologicamente errati. È possibile che un cristiano oggi sia salvato, credendo alle verità fondamentali della Scrittura, e allo stesso tempo le combini con false credenze su altre questioni. Ad esempio, il razzismo, il sessismo, lo sciovinismo nei confronti del proprio Paese o la giustificazione della violenza verso gli altri a causa delle loro convinzioni. Agostino di Ippona, i leader cattolici romani, Martin Lutero e Giovanni Calvino hanno tutti peccato in quest’ultima categoria. E se essi sono stati in grado di combinare le verità della Scrittura con gravi menzogne, non dovremmo pensare di non doverci proteggere anche noi da ciò.
D: In Giobbe 16-17, qual è il riassunto del discorso di Giobbe in questo punto?
R: Che cosa vi prende, che continuate a discutere, invece di incoraggiarmi e confortarmi? Dio ha usato la famiglia, la salute, i beffardi e i malvagi contro di me. Possa il mio grido non cessare mai. Io [Giobbe] andrò presto nella tomba. È una buona cosa che io speri nella tomba, altrimenti non avrei alcuna speranza!
D: In Giobbe 16:2, come ci si sente quando gli amici su cui si pensa di poter contare sembrano non provare alcuna compassione nei propri confronti?
R: È naturale provare delusione, persino rabbia, e forse disillusione. Se avete riposto fiducia nei vostri amici e questi vi hanno deluso, allora di chi potete fidarvi? Di Dio. Se riponete la vostra fiducia in Dio, potreste comunque provare delusione e rabbia nei confronti dei vostri amici, ma potete anche guardare oltre, rendendovi conto che in realtà la nostra unica speranza e la nostra unica roccia è Dio.
D: In Giobbe 16:18-19, perché Giobbe chiede poeticamente alla terra di non coprire il suo sangue?
R: Si tratta di un pensiero tipicamente mediorientale. Giobbe non vuole che le sue sofferenze vengano dimenticate, analogamente a quanto afferma Dio quando dice che il sangue di Abele, metaforicamente, «grida a Me dalla terra» in Genesi 4:10. In questo momento di profonda angoscia, Giobbe vuole che il mondo sappia come sia stato trattato ingiustamente. Giobbe si sente deriso per qualche male non specificato e desidera essere scagionato, non semplicemente abbandonato e poi dimenticato. A questo punto, il suo desiderio di riabilitare il proprio nome e dimostrare di essere pio è più forte del suo desiderio di glorificare Dio. Un’espressione simile si trova in Isaia 26:21, dove viene profetizzato che la terra rivelerà il sangue e le persone uccise che in essa giacciono.
D: Che cosa significa Giobbe 17:3?
R: Giobbe sta chiedendo a Dio di dirgli quale sia il prezzo che deve pagare (o ciò che deve fare), poiché ritiene di non possedere quella cosa misteriosa che Dio desidera.
D: In Giobbe 17:11-16, Giobbe accetta il fatto che sembra che morirà presto. Come si comportano le persone oggi quando si rendono conto della loro morte imminente, e come dovrebbero sentirsi i cristiani?
R: Le persone oggi possono reagire con depressione, disperazione e, o con la mancanza di voglia di fare qualsiasi cosa, o con la propensione a compiere azioni avventate e rischiose. Un cristiano, invece, dovrebbe rallegrarsi all’idea di tornare presto a casa e desiderare di concludere la propria vita terrena con forza.
D: In Giobbe 18:1-21, qual è il punto di vista di Bildad in questo contesto?
R: Bildad dice a Giobbe di non essere così prolisso e di non sminuirli. Poi Bildad tiene un discorso sui molti modi in cui Dio punisce i malvagi impenitenti, in modo severo e definitivo. Come afferma David Atkinson nel suo *The Message of Job*, alle pagine 53-54, Bildad pronuncia un discorso che suona bene, ma non affronta la situazione di Giobbe.
La frase di Bildad significa letteralmente: «Per quanto tempo ancora cercherete le parole?». Bildad accusa Giobbe di cercare parole per colmare il vuoto quando in realtà non ha nulla da dire. C’è del vero nell’accusa di Bildad. Nel nostro discorso, dovremmo dire ciò che è necessario dire e poi fermarci. Troppe parole non significano che stiamo aiutando la nostra causa. Quando Giobbe affermò che gli animali muti avevano più buon senso dei suoi amici in Giobbe 12,7-9, probabilmente poteva aspettarsi risposte simili a questa.
Esistono almeno sei diverse parole ebraiche per indicare le trappole (rete, maglie, trappola da terra, laccio, ecc.), e Bildad le utilizza tutte e sei in questo contesto. Le trappole potevano essere realizzate con materiali diversi e avere un aspetto diverso, ma tutte hanno in comune il fatto di determinare il destino di chi vi rimane intrappolato.
D: In Giobbe 18:1-21, è mai stato accusato di essere arrogante quando in realtà non lo era, e come dovrebbe reagire?
R: Innanzitutto, dobbiamo comprendere che cosa sia l’arroganza. Alcuni definiscono l’arroganza come il ritenersi davvero bravi in qualcosa, o migliori di qualcun altro in qualcosa. Ma cosa accadrebbe se incontrassi il campione mondiale di sollevamento pesi e lui ritenesse di essere un sollevatore migliore di me? Sta semplicemente dimostrando arroganza? Oppure ha semplicemente una visione accurata dei fatti? Questa è una definizione inadeguata di arroganza.
Altri considerano l’arroganza come la sensazione di essere in qualche modo più importanti degli altri. In tutte le aziende per cui ho lavorato come sviluppatore di software, sono certo che l’amministratore delegato abbia ritenuto di poter influire sulla redditività dell’azienda molto più di quanto potessi fare io. Quindi ogni amministratore delegato è arrogante? Oppure tutti quegli amministratori delegati avrebbero pienamente ragione a tal proposito?
È molto comune che una persona ritenga di essere più importante per il successo di qualcosa di quanto non sia in realtà. A volte le persone che si irritano maggiormente quando qualcun altro appare arrogante (sia che si tratti di una percezione o di una realtà) sono proprio quelle che sono arroganti a loro volta.
In un’azienda per cui lavoravo stavano conducendo un colloquio con un candidato per una posizione di sviluppatore front-end senior. Non facevo parte della commissione esaminatrice, ma ero seduto molto vicino alle persone che vi partecipavano e potevo sentire la loro discussione. Erano d’accordo sul fatto che il candidato fosse molto valido, ma si chiedevano se fosse opportuno assumerlo perché lo ritenevano arrogante. (Non avevo incontrato il candidato, quindi non avevo un’opinione in merito.) Alla fine lo assunsero comunque, e mi ritrovai a sedere abbastanza vicino a lui, con cui lavorai per un po’. Conosceva sicuramente bene la sua specializzazione tecnica, ma non era affatto arrogante. Altri si rivolgevano regolarmente a lui per ricevere consigli. C’era un secondo collega che era altrettanto competente nella stessa specializzazione, e i due lavoravano bene insieme. In seguito è stata assunta una ragazza più giovane che conosceva anch’essa quella stessa specializzazione. Dopo aver lavorato un po’ con lei, lui diceva apertamente agli altri che lei ne sapeva più di lui ed era più brava di lui. Era quindi l’esatto contrario dell’arroganza. Ma l’apprensione iniziale, secondo cui fosse arrogante, era semplicemente una confusione tra l’arroganza e il fatto che una persona fosse brava nel proprio lavoro e ne fosse consapevole.
Cosa occorre fare per apparire arroganti? A volte, assolutamente nulla! Io e un product owner eravamo le uniche due persone a lavorare su un progetto che, secondo il reparto operativo, consentiva di risparmiare circa un milione di dollari a trimestre. A lui è stato assegnato il premio come “Dipendente non tecnico del trimestre”, mentre io ho ricevuto quello come “Dipendente tecnico del trimestre”. Quando l’amministratore delegato si rivolgeva ai dipendenti, spesso sottolineava quanto fosse straordinario il fatto che disponessimo di quel prodotto. Oltre al bonus ordinario, ho ricevuto anche un bonus di 5.000 dollari direttamente dall’amministratore delegato. In seguito, con l’arrivo del COVID, ho dovuto apportare una profonda revisione al prodotto per adattarlo alle nuove modalità di lavoro. L’ho fatto in circa una settimana. L’amministratore delegato ha poi sottolineato a tutti quanto fosse importante la nostra agilità e la nostra capacità di agire in tal senso. Non mi sono vantato né ho fatto sfoggio di ciò che avevo fatto, mi sono semplicemente «lasciato guidare dalle mie mani» programmando ciò che era necessario. Sebbene non abbia mai ottenuto una promozione per quel risultato, mentre il mio responsabile ne ha ottenuta una per lo stesso risultato, ho ricevuto il risentimento incessante del mio responsabile, il quale ha affermato che «l’avevo messo in cattiva luce». (Non ricordo se ciò avvenne prima o dopo la sua promozione.) Quella è stata la prima e unica volta in cui ho visto un responsabile, a due mesi dalla fine dell’anno, eliminare obiettivi di rendimento che avevo già raggiunto (tra cui il rinnovamento del software per il COVID) e aggiungerne un paio di nuovi, nonostante avessi anche delle ferie in quei due mesi. Mi disse che non avrei mai potuto diventare caposquadra, perché gli altri capisquadra non mi avrebbero accettato. (Forse era vero, considerando ciò che avrebbe potuto dire agli altri capi squadra riguardo alla mia arroganza.) In tutta coscienza posso affermare di non aver fatto nulla di arrogante, se non cercare di svolgere bene il mio lavoro. Alla fine ho trovato un altro impiego e mi sono licenziato, e ho saputo che alcuni mesi dopo lui è stato licenziato.
Il punto è quindi rendersi conto che a volte si può essere considerati arroganti. Potrebbe trattarsi di un’accusa infondata, ma è comunque bene scrutare il proprio cuore per assicurarsi di non esserlo. D’altra parte, non si deve pensare che qualcun altro sia arrogante solo perché è sinceramente bravo in qualcosa o perché ha ragione nel ritenere di ricoprire un ruolo più importante.
Ma finora non abbiamo mai definito realmente cosa sia l’arroganza. L’arroganza consiste nel ritenersi una persona più importante di qualcun altro, dimenticando che siamo tutti creati a immagine di Dio e trascurando il fatto che dovremmo trattare tutti con rispetto. È possibile apprezzare il contributo degli altri non solo in silenzio, ma anche verbalmente e pubblicamente, senza sentirsi minacciati, poiché la propria autostima non dipende da loro. La vostra autostima vi è già stata donata da Dio.
Tra gli antidoti all’arroganza vi sono l’essere servitori (cfr. Romani 15:16; Galati 5:13), il ricordare che gli ultimi saranno i primi (Matteo 19:30; 20:16; Marco 10:31; Luca 13:30) e il considerare gli altri più importanti di voi stessi (Filippesi 2:3 sgg.).
D: In Giobbe 18:16, cosa significa non avere né radice né ramo?
R: Una radice è una metafora di coloro che vi hanno preceduto e vi sostengono. Un ramo è una metafora di coloro che verranno dopo di voi e daranno vita a una discendenza che perpetuerà il vostro nome. Se non avete né l’una né l’altro, allora la vostra memoria cadrà completamente nell’oblio.
Si tratta di un’espressione mediorientale; sul sarcofago di Eshmunazar si legge: «Che non abbia radice in basso né ramo in alto», secondo il Commentario di Keil-Delitzsch sull’Antico Testamento, vol. 4, pagg. 328-329.
D: In Giobbe 19:1-29, qual è il punto che Giobbe vuole sottolineare in questo passo?
R: Questo capitolo rappresenta probabilmente il momento di maggiore sconforto per Giobbe. Ma, paradossalmente, proprio dal cuore di questa disperazione per la vita terrena scaturisce anche il momento di maggiore elevazione di Giobbe. La risposta di Giobbe si articola in cinque parti.
(19:1-6) Dovreste vergognarvi delle vostre parole. Sebbene voi, miei tre amici, mi tormentiate con le parole, non dovete esaltarvi al di sopra di me. Dio mi ha fatto un torto.
(19:7-12) Anche se grido «violenza», Dio tace. Peggio ancora, è Lui stesso a privarmi dell’onore e ad attaccarmi.
(19:13-20) Dio mi ha allontanato dalla mia famiglia, i bambini piccoli mi deridono e sono scampato per un soffio.
(19:21-22) Abbiate dunque pietà di me. Non perseguitatemi come fa Dio.
(19:23-29) Io, Giobbe, so che alla fine vedrò comunque Dio, e continuo ad ardere dal desiderio di vederLo. Smettete dunque di tormentarmi, oppure pensate voi stessi al giudizio di Dio.
Giobbe avrebbe voluto degli amici in quel momento, ma tutto ciò che aveva erano tre accusatori. Dio era pronto a confortare Giobbe, eppure Giobbe lo accusava di aver agito in modo sbagliato e di essere l’artefice di tutto ciò. Giobbe non vedeva alcuna differenza tra il fatto che Dio agisse in quel modo e il fatto che Dio lo permettesse. Giobbe giunse alla conclusione che la sua sofferenza fosse priva di senso, poiché non ne intravedeva il significato. La sofferenza di Giobbe proveniva da Satana, ma Dio la utilizzò per la Sua gloria. Nonostante tutto ciò, nonostante Giobbe pensasse erroneamente che Dio ce l’avesse con lui, Giobbe continuava a desiderare ardentemente di andare in Paradiso e di stare con Dio. Nonostante le peggiori circostanze possibili, Giobbe rimase incrollabile nella sua certezza della salvezza e del luogo in cui desiderava trovarsi.
D: In Giobbe 19:3, cosa penserebbe se avesse la sensazione che Dio, per così dire, le avesse «fatto un torto»?
R: Innanzitutto, la reazione di Giobbe non è un esempio da seguire. È lecito lamentarsi. Tuttavia, Giobbe si lamentò, accusò Dio, si lamentò ancora, ebbe difficoltà a guardare oltre la sua situazione immediata e continuò a lamentarsi. Il Libro di Giobbe non dice nulla su quanto Giobbe ritenesse che le sue lamentele si fossero rivelate utili, almeno fino a quando Dio non lo rimproverò alla fine.
Cogliendo gli aspetti positivi dei consigli dei suoi amici, dobbiamo renderci conto che non sappiamo cosa stia accadendo nei regni spirituali e nel Consiglio di Dio. Non sappiamo cosa sarebbe successo se non si fosse verificata una calamità. Dobbiamo smettere di dire a Dio cosa fare e chiedere il Suo aiuto e la Sua saggezza su ciò che Egli desidera che facciamo in questa situazione. Dobbiamo renderci conto che la vita cristiana consiste nel glorificare Dio, non nel nostro benessere.
D: In Giobbe 19:13-27, come Giobbe, come possiamo mantenere viva la speranza in una situazione senza speranza?
R: Alzate lo sguardo, non fissatevi sulle circostanze. Ricordate 1 Pietro 1:3-9 e 1 Corinzi 2:9. Anche nella sua condizione, Giobbe era in grado di alzare lo sguardo. Anche allora, Giobbe ricordava la sua speranza: che alla fine Dio lo avrebbe salvato e discolpato. Giobbe qui è preoccupato non solo per una, ma per due cose. Desidera sollievo e guarigione dalle sue afflizioni, ma vuole anche che la sua buona reputazione venga discolpata.
D: In Giobbe 19:17, come poteva il respiro di Giobbe essere ripugnante per i suoi stessi figli, dal momento che questi erano stati tutti uccisi in Giobbe 1:2, 18-19?
R: L’espressione può riferirsi ai suoi fratelli, che non erano stati uccisi; la BSB la traduce con «la mia stessa famiglia». Il versetto 18 dice «bambini piccoli», non «i suoi figli». Anche l’opera When Critics Ask, alle pagine 228-229, aggiunge che il termine «figli» qui indica i discendenti, compresi i nipoti.
D: In Giobbe 19:18, in che modo i bambini disprezzavano Giobbe?
R: Secondo Giobbe 19:17, la malattia di Giobbe gli causava un alito davvero sgradevole. Ciò potrebbe significare che persino i bambini prendessero in giro Giobbe. Sebbene G.R. Driver affermi che nelle glosse dell’antico babilonese e di Amarna ciò significhi «fuggire», questa espressione idiomatica si trova anche nel Salmo 78:19 e significa «parlare contro».
D: In Giobbe 19:20, significa forse che Giobbe aveva perso i denti?
R: L’espressione «pelle dei miei denti» forse si riferisce alle gengive di Giobbe. Ciò potrebbe significare che i suoi denti fossero caduti, se non fosse che l’ebraico non contiene il termine «solo», che alcune traduzioni aggiungono. In ogni caso, a Giobbe questa situazione sembrò una fuga per un soffio.
D: In Giobbe 19:25, che cosa si intende esattamente per «Redentore» in questo contesto?
R: Il termine ebraico, go’el, è lo stesso utilizzato per indicare il «parente redentore» nel libro di Ruth. Il go’el aveva due funzioni.
Vendicatore del sangue: se un membro della famiglia veniva ucciso, anche involontariamente, il compito del go’el era quello di ottenere giustizia: rintracciare l’assassino, assicurarlo alla giustizia e farlo giustiziare. L’unica eccezione era nel caso in cui il criminale avesse commesso un omicidio colposo e fosse fuggito in una città di rifugio. Se fosse rimasto nella città di rifugio fino alla morte del sommo sacerdote in carica, il go’el non avrebbe potuto assicurarlo alla giustizia. Dopo la morte del sommo sacerdote, il go’el non poteva più perseguire qualcuno per omicidio colposo.
Difensore degli oppressi: il secondo scopo del go’el, quello su cui ci concentriamo in questa sede, consisteva nel fatto che, se un membro della famiglia veniva venduto come schiavo, il go’el poteva pagare per liberarlo. Inoltre, se la moglie di un membro della famiglia rimaneva vedova, il go’el la sposava e i figli avrebbero portato avanti il nome del marito defunto.
Questi scopi possono sembrare molto diversi tra loro, ma il filo conduttore che li univa era che il go’el era il difensore dei vivi e il difensore degli assassinati.
D: In Giobbe 19:25, cosa sta dicendo Giobbe?
R: Ci sono tre punti: dal generale al particolare. In primo luogo, Giobbe sa che Dio vive. In secondo luogo, Dio vive per sempre come Redentore. Dio non rinuncerà mai al Suo ruolo di Redentore. In terzo luogo, Giobbe nutre ancora fiducia nel fatto che l’eterno Redentore lo redimerà. Giobbe potrebbe non sapere esattamente in che modo vedrà Dio nella carne (ricordiamo che il resto delle Scritture non era ancora stato scritto), ma sa che, in qualche modo, Dio Onnipotente farà certamente in modo che ciò avvenga.
Potremmo essere tentati dal desiderio di voler vivere per sempre sulla terra quando le cose vanno bene e senza intoppi. Giobbe, a questo punto, non provava alcuna tentazione al riguardo. Sebbene fosse facile per Giobbe e difficile per noi, dobbiamo ricordare che questo mondo non è la nostra casa; abbiamo qualcosa di molto, molto migliore che ci attende. Ma la parte migliore del paradiso non è vedere gli altri santi, né le nostre ricompense e corone, bensì vedere Dio faccia a faccia in cielo.
D: In Giobbe 19:26, quali sono le altre interpretazioni di questo versetto?
R: Secondo il New International Bible Commentary, pag. 533, un’interpretazione è «vedere Dio al mio fianco» anziché «vedere Dio con i miei stessi occhi». Nessun commentatore antico, tuttavia, interpretò in questo modo né l’ebraico né la Settanta greca. A prescindere da ciò, Giobbe riteneva che, in un certo senso, avrebbe «visto Dio», sia nel proprio corpo fisico risorto sia in qualche altra forma.
D: Giobbe 19:26 indica che i corpi risorti saranno ancora di carne?
R: Ci sono due risposte possibili. Potrebbe significare «a prescindere dalla mia carne» oppure «nella mia carne». Non è chiaro quale delle due opzioni Giobbe intendesse, ed è possibile che egli sia stato ambiguo se non sapeva quale delle due fosse corretta. Tuttavia, come dimostrano 1 Corinzi 15:35-55 e 1 Tessalonicesi 4:16-17, la carne che abbiamo attualmente non vedrà Dio, ma Lo vedremo in una nuova carne, ovvero in nuovi corpi fisici.
D: In Giobbe 20:1-14, in che modo Zofar ha modificato la propria argomentazione?
R: Presumibilmente ciascuno degli amici di Giobbe ha ascoltato gli altri. Zofar si rende conto che, dei cinque discorsi ascoltati finora, nessuno ha indotto Giobbe a confessare qualche grave peccato nascosto e a pentirsi. Pertanto, Zofar tenta un approccio diverso e, in teoria, si tratta di un buon approccio.
Zofar, in Giobbe 20:1-14, 20-21, non può più attendere per sottolineare l’importanza del tempo, in particolare la brevità del periodo del peccato. La giustizia di Dio potrà anche tardare, ma le inevitabili conseguenze non tardano poi così a lungo.
Sebbene questo sia un argomento valido da presentare a un peccatore incallito, Zofar, come il resto degli amici di Giobbe, fraintende completamente la situazione di Giobbe.
Il discorso di Zofar è poetico e del tutto corretto nel contenuto. Tuttavia, Zofar ha tralasciato il punto più importante, poiché si è concentrato esclusivamente su questa vita terrena. Zofar non è riuscito a comprendere che, sebbene la giustizia di Dio nei confronti dei malvagi non sia sempre immediata, talvolta anche la giustizia di Dio nei confronti dei giusti subisce un ritardo.
D: In Giobbe 20:1-14, quali valide riflessioni ha espresso Zofar riguardo al peccato?
R: Qui Zofar offre una visione diversa e complementare del peccato. Ogni volta che desiderate fare qualcosa che vi dia piacere nell’immediato, fermatevi a riflettere su come vi sentirete al riguardo in futuro, o anche solo domani; quale piacere ne trarrete allora? Quando si considerano molti peccati dalla prospettiva del futuro, commetterli ora sembra, nella migliore delle ipotesi, privo di senso. Non esiste piacere che potreste provare ora di cui non vi pentirete o che non dimenticherete rapidamente in futuro.
D: In Giobbe 20:1-14, quali sono i due gravi errori commessi da Zofar?
R: Sebbene Zofar abbia giustamente osservato che il giudizio per le persone malvagie è spesso ritardato, egli non compie il passo successivo e non si rende conto che spesso la giustizia non giunge ai malvagi se non dopo la morte. Ciò è dimostrato in Salmo 9:17; Isaia 5:14-15; 30:33; Ezechiele 32:22-25; Matteo 7:13; 2 Tessalonicesi 1:8-9, sebbene, naturalmente, quei libri non fossero ancora stati scritti.
In secondo luogo, potrebbe mai una persona subire un’afflizione senza che ciò sia dovuto ai propri peccati? A quanto pare, questo pensiero non sfiorò mai la mente di Zofar. Zofar non rifletté sul fatto che anche la ricompensa per i giusti potesse arrivare solo dopo la morte.
D: In Giobbe 20:1-29, Zofar ha peccato?
R: Secondo gli standard successivi, sì. Zofar e gli altri oratori si permisero di razionalizzare le vie misteriose di Dio e il motivo per cui Dio agì in quel modo, quando Dio non aveva rivelato nulla di tutto ciò a Zofar, e Zofar si sbagliò. Giobbe li aveva avvertiti di non fraintendere Dio e di non esporsi al giudizio. Zofar qui ignora spensieratamente le parole di Giobbe. Giobbe aveva affermato che le loro menti erano chiuse alla comprensione, ma Zofar rispose che la sua comprensione lo costringeva a replicare. Zofar è agitato e impaziente nei confronti di Giobbe, come dimostra Giobbe 20:23. Giobbe afferma che i tre oratori dovrebbero vergognarsi di se stessi in Giobbe 19:3, e Zofar risponde con tono polemico invece di dire cose che potrebbero davvero essere d’aiuto.
Giobbe ha criticato i suoi tre amici in Giobbe 16:1-5, e Zofar sembra ferito da ciò. Zofar comprende correttamente che la giustizia non è sempre immediata per i malvagi. A volte essi prosperano per un certo tempo prima di ricevere la punizione.
D: In Giobbe 20:19, Zofar ha falsamente accusato Giobbe di opprimere i poveri e di appropriarsi con la forza delle loro case. Come reagisce quando le persone si inventano cose dal nulla?
R: Si tratta di accuse molto gravi — se fossero vere. Ma in realtà sono accuse gravi, che siano vere o meno, in quanto distruggono la reputazione di una persona, e Zofar ha peccato se intendeva davvero dire quelle cose su Giobbe. E se non è così, allora perché le ha sollevate?
Come dovreste quindi reagire se qualcuno vi accusa, direttamente o indirettamente, di qualcosa? Se non dite nulla, alcuni ascoltatori interpreteranno il vostro silenzio come una conferma di quanto affermato, poiché non avete fornito alcuna risposta. Anche se affermate di non averlo fatto e non vi credono, continuate comunque ad affermare la vostra innocenza, poiché alcuni potrebbero interpretare il silenzio come un’ammissione di colpa. Oltre a negare di averlo fatto, chiedete loro prove o testimoni. Ricordate loro che muovere accuse per le quali voi stessi sapete di non avere prove costituisce una calunnia menzognera.
In un servizio giornalistico di alcuni anni fa, è stato affermato come un dato di fatto che Donald Trump fosse antisemita; in realtà suo genero è ebreo, e ha contribuito a ristabilire la pace tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti. Ops! Non si tratta solo del fatto che si sbagliassero; il punto è che stavano inventando tutto di sana pianta. Le persone e gli articoli non dovrebbero lasciare impuniti coloro che diffondono calunnie. Dovremmo assicurarci che gli altri ricordino che tali persone non godranno più di alcuna credibilità in futuro, non solo per aver avanzato affermazioni infondate, ma per aver avanzato affermazioni che sapevano essere infondate.
D: In Giobbe 21:1-30, qual è il succo del discorso di Giobbe in questo punto?
R: Giobbe sta ribadendo ciò che aveva già detto in precedenza. È possibile riassumere questo discorso con il versetto 2: «Ascoltate attentamente le mie parole». Giobbe afferma addirittura che ora avrebbe un po’ di consolazione, se solo riuscisse finalmente a farsi ascoltare. A volte sembra che l’unica cosa che si possa fare sia ripetere le cose ancora una volta, sperando che gli ascoltatori alla fine le capiscano.
Molti anni fa facevo parte di un’agenzia missionaria cristiana che evangelizzava i mormoni, e circa la metà delle persone del gruppo erano ex mormoni. La sera a volte chiedevo loro cosa li avesse spinti ad abbandonare il mormonismo, nella speranza di individuare un filo conduttore. Non ho riscontrato un unico motivo comune, ma ciò che ho notato è che qualunque fatto o «imbarazzo storico» li avesse allontanati dal mormonismo non aveva avuto alcun effetto su di loro la prima volta che ne avevano sentito parlare. Hanno dovuto sentirlo nove o dieci volte prima che finalmente li toccasse nel profondo. A quel punto, spesso decidevano di fare qualche ricerca, solo per dimostrare che quei cristiani si sbagliavano. Ma quando hanno svolto le ricerche, hanno scoperto cose che non si aspettavano di trovare e, alla fine, Dio li ha guidati fuori dalla contraffazione spirituale del mormonismo.
D: In Giobbe 21:7-15, come si sente quando persone che hanno imbrogliato e sono dei truffatori finiscono per prosperare più di lei?
R: Hanno davvero «finito per» prosperare più di voi? Dipende dal fatto che abbiate una visione ristretta di questa vita o che guardiate in prospettiva eterna. Se guardate con miopia solo a questa vita, sembra un peccato che a voi debba andare peggio dal punto di vista finanziario. Il salmista Asaf afferma di essere quasi caduto in questo peccato di invidia nel Salmo 73:2-17. Anche Proverbi 24:1 ne parla. Ma se si guarda a lungo termine, in una prospettiva eterna, ci si rende conto che a) alla fine tutto si sistemerà, e b) questa vita sulla terra è comunque molto breve e fugace, come insegna 1 Pietro 1:5-6. Lasciate quindi che si godano i loro guadagni illeciti, perché sarà solo un periodo di tempo molto, molto breve, rispetto all’eternità, al termine del quale rimpiangeranno tutto.
D: In Giobbe 21:14-15, come si fa a condividere il Vangelo con qualcuno che afferma: «La mia vita ora va bene, quindi perché dovrei aver bisogno di Dio»?
R: Sebbene Zofar stesse usando le parole giuste in una situazione del tutto sbagliata, questa è una situazione adatta all’approccio di Zofar. Chieda loro: «Ha pace nella sua vita?». Pochi non credenti pensano di averla. Inoltre, chieda loro: «Cosa farà alla fine, quando si troverà al cospetto di Dio e dovrà rendere conto della sua vita?». Ritiene che Stalin, Idi Amin e altri autori di genocidi dovranno affrontare delle conseguenze dopo la morte? Se sì, allora perché non dovrebbero farlo tutti coloro che vogliono fare affidamento sulla propria bontà?
D: In Giobbe 22:1-30, qual è il punto di vista di Elifaz in questo contesto?
R: Elifaz ricorda a Giobbe che Dio non ha bisogno di noi. Proprio come in precedenza, Elifaz esorta Giobbe a pentirsi, assicurandogli che Dio lo libererà grazie alla sua giustizia; tuttavia, in questo caso Elifaz si spinge oltre. La giustizia e il peccato dell’uomo non apportano alcun beneficio a Dio. Elifaz pecca affermando che a Dio non importa nulla. Potrebbe non essere a causa della vostra malvagità che Dio vi fa soffrire.
Elifaz si spinge poi oltre ed elenca a Giobbe tutte le azioni riprovevoli che, secondo lui, Giobbe deve aver compiuto. Zofar aveva inizialmente affermato che Giobbe fosse un peccatore nascosto in Giobbe 11:5 e seguenti, ma Elifaz ha ripreso questa accusa. A quanto pare, qui Elifaz sta perdendo la pazienza con Giobbe e sta oltrepassando la sottile linea che separa le affermazioni infondate dalle menzogne palesi. Se Giobbe non ha compiuto direttamente queste azioni, Elifaz attribuisce tutte le conseguenze negative subite dagli altri alla sua inazione, al fatto che non abbia compiuto più opere buone. Sicuramente Elifaz riuscirà, in un modo o nell’altro, a far ammettere a Giobbe di essere un grande peccatore. Dopo tutto ciò, Giobbe dovrebbe crollare e confessare tutte le cose cattive che ha fatto. Giobbe non lo fa, quindi Elifaz sta cercando di aiutarlo. Si noti l’insensibilità di Elifaz: non si è nemmeno preso la briga di cercare di rispondere alle questioni sollevate in precedenza da Giobbe.
Dal punto di vista teologico, Elifaz giunge a questa conclusione perché nella sua teologia non c’è spazio né per Satana né per i demoni. Dobbiamo ricordare che Elifaz sta cercando di compiere un’opera buona: ricondurre un peccatore a Dio. Tuttavia, in realtà Elifaz sta agendo contro questo obiettivo, raccontando menzogne su Giobbe e anche su Dio.
Forse Elifaz è davvero irritato in questo momento, poiché questo è l’ultimo discorso che rivolge a Giobbe. E forse è meglio così. Se una persona in cerca di consiglio sa che il consulente le sta mentendo, difficilmente lo ascolterà o si fiderà di lui.
D: In Giobbe 22:1-30, cosa direbbe a un cristiano o a chiunque altro ritenga che la prosperità o la sventura di una persona siano conseguenze della sua attuale rettitudine?
R: La Scrittura, l’esperienza e la logica dimostrano tutte che tale persona ha torto.
Scrittura: Oltre alle tribolazioni di Giobbe, Geremia fu perseguitato, gettato in un pozzo vuoto e lasciato morire, e Geremia non meritava tutto ciò. Si considerino i profeti che Jezabel uccise ai tempi di Elia.
Esperienza: Alcuni re e papi malvagi vissero a lungo. Alcune delle persone comuni che soffrirono sotto il loro dominio furono assassinate. Sta forse cercando di dire che Pol Pot, Idi Amin e Stalin fossero più giusti, poiché vissero più a lungo delle persone che avevano assassinato?
Logica: Hugh Hefner, il fondatore di Playboy, è morto all’età di 91 anni. Quindi, se un pastore o un missionario cristiano morisse prima dei 91 anni, sarebbe più malvagio?
D: In Giobbe 22:1-30, quando, ammesso che ciò avvenga, un consulente dovrebbe mentire alla persona che sta assistendo?
R: Naturalmente, nessun consulente mentirebbe se ritenesse che ciò potesse causare un danno, minare la fiducia e non apportare alcun beneficio. Ma che dire nel caso in cui il consulente ritenga che ciò possa apportare qualche beneficio?
Per rispondere a questa domanda, un consulente cristiano deve avere ben chiara la sua ragione principale per trovarsi lì. È a) fornire consulenza alla persona al meglio delle proprie capacità, facendo ciò che ritiene giusto secondo la propria coscienza, oppure b) glorificare Dio ed essere una vera testimonianza di Dio, considerando la consulenza alla persona come secondaria? Se avete dimenticato che glorificare Dio è il vostro scopo supremo, allora forse dovreste smettere di fornire consulenza, o di svolgere qualsiasi altro ministero, finché non avrete ritrovato la vostra integrità ricordando il motivo per cui siamo qui. Uno dei problemi legati all’uso della menzogna, oltre alla disobbedienza e al dispiacere che ciò provoca a Dio, è che le persone sembrano sempre fare male i conti. Proprio quando pensate che non ci saranno ripercussioni (conseguenze negative) perché nessuno saprà che state utilizzando metodi peccaminosi per cercare di compiere la volontà di Dio, qualcuno lo scopre inaspettatamente. Come dice Proverbi 16:25: «C’è una via che all’uomo sembra diritta, ma la sua fine è la via della morte».
Dovremmo quindi glorificare Dio innanzitutto con labbra sincere, come afferma Proverbi 16:13.
D: In Giobbe 22:1-30, le vengono in mente altri esempi simili a quello di Elifaz, in cui le persone ritenevano più importante dimostrare la propria posizione piuttosto che assistere una persona o essere sinceri?
R: L’orgoglio nei confronti degli altri, mascherato da preoccupazione per la propria reputazione, può spesso manifestarsi in modo inaspettato. A volte può risultare ridicolo agli occhi degli altri quanto una persona si inventi delle cose pur di evitare di dover ammettere che il proprio punto di vista era sbagliato. Tuttavia, chi agisce in questo modo spesso non si rende conto che ciò è evidente agli altri.
Tutti sbagliano su qualcosa, proprio come tutti hanno bisogno di crescere. Come diceva spesso una persona: «Mi riservo il diritto di diventare più saggio».
D: In Giobbe 22:30, dovrebbe esserci scritto «isola degli innocenti»?
R: Gli studi linguistici sull’ebraico e sul fenicio dimostrano che dovrebbe essere «colui che non è innocente» o «colui che è colpevole». La traduzione greca della Settanta è diversa e recita: «gli innocenti».
D: In Giobbe 23, qual è il punto che Giobbe vuole sottolineare in questo punto?
R: Qui Giobbe ha smesso di criticare i suoi tre amici. Ora Giobbe sta accusando Dio. In realtà, Giobbe non sta accusando Dio di avergli arrecato un torto ingiustamente. Giobbe sta accusando Dio di essere un giudice assente.
D: Nel capitolo 24 del Libro di Giobbe, qual è la nuova consapevolezza di Giobbe in questo punto?
R: Giobbe si rende conto che non si tratta solo di lui; anche altre persone, che non sono più malvagie di altre, soffrono più di altre. Giobbe osserva due cose: il problema che ha lui, e che hanno i suoi amici, è che non comprendono i tempi in cui Dio esegue il giudizio sulla terra; e Dio non glielo sta rivelando. Giobbe è costernato dall’apparente inattività di Dio in questo momento. La seconda osservazione è che Giobbe e i suoi amici dimenticano troppo facilmente che Dio giudicherà le cose dopo la morte delle persone.
In Giobbe 24:18-25, Giobbe ha colto dai suoi amici la verità secondo cui gli empi saranno alla fine distrutti come la schiuma del mare o la neve che si scioglie. Almeno su questo punto, riguardo agli empi in generale, Giobbe e i suoi tre amici sono tutti d’accordo.
D: In Giobbe 24,18-25, si tratta di una parte del discorso di Giobbe o del discorso successivo di Bildad?
R: La collocazione nel libro di Giobbe nelle Bibbie ebraiche e cristiane odierne è la stessa che si riscontra a Qumran nei Rotoli del Mar Morto. Tuttavia, alcuni ritengono che alcuni versetti di Giobbe siano stati disposti in ordine errato e che questa potrebbe essere una parte del discorso successivo di Bildad. In ogni caso, su questo punto tutti sono d’accordo.
D: In Giobbe 25:1-6, qual è il punto che Bildad intende sottolineare?
R: Bildad pronuncia qui il discorso più breve dell’intero libro. Questa è l’ultima volta che parlano sia Bildad che gli altri due amici. Forse perché si rendono conto di non avere più nulla da aggiungere. In sintesi: Dio è così elevato e noi siamo così umili, e il divario è così vasto, che chi può comprendere le vie di Dio? Bildad nega qui l’immanenza di Dio. Bildad ribadisce brevemente:
1) Dio è Onnipotente
2) Pertanto l’uomo non è puro davanti a Dio
3) Se nemmeno la luna e le stelle sono pure davanti a Dio, allora, naturalmente, l’uomo non può esserlo.
Bildad ha ragione su questo punto, tranne per il fatto che l’affermazione secondo cui le stelle non sono pure non è biblica, e l’uomo non è del tutto malvagio. Tuttavia, il modo in cui Bildad ha giustapposto queste affermazioni rivela un malinteso. Il fatto che Dio sia Onnipotente non dimostra in alcun modo che la sofferenza di Giobbe sia giustificata. Il fatto che Dio sia santo e giusto, di per sé, non proverebbe la giustizia di un danno capriccioso e ingiusto.
Bildad comprende che esiste la giustizia e che può esserci misericordia. In tutti i suoi discorsi, Bildad, a differenza di Elifaz, non accenna mai al fatto di riconoscere che la giustizia per i malvagi non è sempre immediata. I tre amici, nel loro insieme, non comprendono mai che anche i giusti possono soffrire ingiustamente per un certo periodo.
D: In Giobbe 25:4-6, l’uomo è solo un verme (larva di mosca)?
R: Bildad sta ricordando a Giobbe la morte. Sia il verme che il bruco hanno una vita breve e si trovano entrambi nelle tombe. Questo è ciò che ha detto Bildad, non ciò che ha detto Dio. La metafora è in parte corretta, ma non offre un quadro completo.
La durata della nostra vita è simile all’erba agli occhi di Dio (Giacomo 1:10-11; Isaia 40:6-8; Salmo 90:3-6). Per approfondire il tema della terra, le nostre vite sono come polvere rispetto a Dio (Isaia 40:15). Dio siede al di sopra degli uomini come se fossero cavallette (Isaia 40:22). Tuttavia, questa è solo metà della storia.
Nonostante tutto ciò, siamo stati creati in modo meraviglioso e prodigioso (Salmo 139:14) e a immagine di Dio (Genesi 1:27). Egli si compiace dei Suoi figli (Sofonia 3:17).
Potremmo vivere sulla terra solo per un istante, ma Dio ci ama e ci apprezza (Salmo 8:4-8).
D: In Giobbe 26:1-4, quando, se mai, si dovrebbe cercare di discutere o dibattere con qualcuno che sta attraversando un profondo dolore?
R: Quando la persona non è interessata a discutere, né tantomeno ad ascoltare un’argomentazione ragionevole, quello è il momento migliore per rimandare qualsiasi cosa si volesse dire. C’è un momento in cui è opportuno dimostrare di avere a cuore la persona e di provare empatia nei suoi confronti. Forse più tardi, quando non sarà più così provata emotivamente, sarà il momento migliore per ragionare con lei.
D: In Giobbe 26:1-4, i discorsi dei tre amici di Giobbe contenevano molte cose valide in astratto, ma non riuscivano a venire incontro a Giobbe nella sua situazione concreta. Cosa dobbiamo fare, quando offriamo consulenza a qualcuno, per assicurarci di venire incontro a quella persona nella sua situazione concreta?
R: Il primo passo è ascoltarlo. È possibile ascoltare un’altra persona su almeno quattro livelli.
In primo luogo, fate uso del silenzio. Smettete di parlare così tanto se l’altra persona ha difficoltà a inserirsi nella conversazione senza interrompervi.
In secondo luogo, ponete delle domande, non solo per dimostrare che state ascoltando, ma per chiarire aspetti che potrebbero risultare ambigui e non vi sono chiari.
In terzo luogo, assicuratevi di aver ascoltato e di ricordare le sue parole. Alla fine, potreste chiederle se potete riassumerle ciò che ha detto, per assicurarvi di aver capito bene.
In quarto luogo, cercate di entrare in empatia e di comprendere quali atteggiamenti, presupposti, verità, falsità, bisogni, sentimenti – peccaminosi o meno – potrebbero averli spinti a dire ciò che hanno detto, nel modo in cui lo hanno detto.
D: In Giobbe 26:1-30:31, qual è una sintesi della risposta di Giobbe in questo passo?
R: Questo è il discorso più lungo di Giobbe. Alcuni commentatori ritengono che Giobbe abbia pronunciato Giobbe 26:1-6, che Bildad (o forse Zofar) lo abbia interrotto e abbia parlato in Giobbe 26:7-14, e che poi Giobbe abbia pronunciato il resto. Tuttavia, Giobbe di solito parla più dei suoi amici riguardo alla trascendenza di Dio, quindi è probabile che queste parole siano state pronunciate da Giobbe. Giobbe ne ha abbastanza dei suoi amici, e:
(26:1-4) Giobbe afferma sarcasticamente: «Voi, ragazzi, siete stati davvero di grande aiuto!». In realtà, Giobbe li accusa di non essere stati affatto d’aiuto, poiché cercano di esortare qualcuno ad ascoltare la saggezza che essi stessi possiedono, eppure sostengono che Giobbe non possieda alcuna saggezza.
(26:5-14) So che la sovranità e la potenza di Dio sulla morte, sul cielo e sulle acque sono solo l’inizio della Sua potenza.
(27) Anche se Dio fosse ingiusto nei miei confronti, finché io, Giobbe, vivrò, non parlerò male né negherò di essere stato giusto. Il ricco potrà prosperare, ma Dio affliggerà lui, la sua discendenza e la sua famiglia.
(28) Gli uomini setacciano tutti i recessi profondi e oscuri della terra alla ricerca di minerali metallici, ma dove possiamo cercare la vera saggezza? Solo Dio la possiede, e noi possiamo apprenderla solo temendo il Signore e allontanandoci dal male.
(29) Ero benedetto. Oh, quanto rimpiango i giorni in cui il consiglio benevolo di Dio risplendeva su di me e i miei figli erano ancora in vita. Ero onorato e la gente mi rispettava. Ero benevolo verso gli altri. Aiutavo i bisognosi e gli oppressi e mi rivestivo di giustizia. Pensavo di essere al sicuro fino al giorno della mia morte, e la gente ascoltava i miei consigli.
(30) Ma ora non ho più alcun onore. I giovani mi deridono, mi scherniscono. Non ho alcuna benedizione. Persino il mio stesso corpo mi tormenta, perché Dio mi affligge. Nessuno è benevolo con me. Dio tace, anche se io avevo ascoltato il grido dei poveri.
(31) Ho stipulato un patto e prestato quattordici giuramenti. I miei occhi, i miei piedi, il mio cuore e le mie mani sono puri. Se ho camminato nella menzogna, mi sono allontanato dalla retta via, mi sono lasciato sedurre da una donna, ho negato giustizia ai servi, ho respinto i poveri, ho accumulato pane, non ho aiutato chi era nudo, ho sfruttato gli orfani, ho riposto fiducia nell’oro, mi sono rallegrato della ricchezza, ho adorato i cieli, mi sono rallegrato della vendetta, non sono stato generoso o ho nascosto il mio peccato, allora che venga la calamità. Se Dio può perseguirmi per queste cose, va bene, ma se no…
D: In Giobbe 26:7, si dovrebbe tradurre «Zaphon» o «nord»?
R: Zaphon, o «Sapon», era un’alta montagna in Siria. Sebbene il termine ebraico significhi «nord», il verbo associato noteh, «si estende», è usato esclusivamente in riferimento ai cieli. Alcuni ritengono che ciò possa riferirsi alle costellazioni che sembrano ruotare attorno al polo nord.
D: In Giobbe 26:7, cosa significa che la terra è sospesa nel vuoto?
R: Il termine ebraico qui utilizzato per indicare lo «spazio vuoto» è lo stesso impiegato in Genesi 1:2 per descrivere il «caos».
Molte culture antiche concepivano la terra come sostenuta dal dorso di un animale, da un gigante titano o dal corpo di una dea. Al contrario, in qualche modo Dio aveva insegnato a Giobbe che la terra è sospesa nello spazio, sul nulla.
D: In Giobbe 26:11, cosa sono le colonne del cielo?
R: Esistono tre possibilità riguardo alle colonne o alle fondamenta del cielo.
Il cielo stesso potrebbe semplicemente tremare quando Dio rimprovera. Tuttavia, le due alternative seguenti sono più probabili.
Le montagne sono chiamate pilastri dei cieli, così come pilastri della terra. Il tremare dei pilastri potrebbe riferirsi ai vulcani e ai terremoti.
L’orizzonte era chiamato «fondamento del cielo» nella lingua accadica, affine a quella dei Babilonesi.
D: In Giobbe 27:4-6, qual è il punto che Giobbe vuole sottolineare in questo passo?
R: Per quanto la situazione fosse difficile per Giobbe, dal punto di vista medico, finanziario ed emotivo, egli rimane comunque saldo come una roccia, affermando che non pronuncerà parole malvagie né rinuncerà alla propria integrità. Giobbe non si aggrappa alla propria integrità per preservare la propria reputazione; egli afferma infatti che la sua reputazione è già stata distrutta agli occhi di molti in Giobbe 30:1, 9-10.
D: In Giobbe 27:4-6, in che modo un cristiano che attribuisce maggiore valore alla propria integrità piuttosto che alla prosperità agirebbe in modo diverso da un cristiano che attribuisce maggiore valore alla propria prosperità?
R: Non ci si può mai fidare veramente di qualcuno, cristiano o meno, che dia più valore alla prosperità o al denaro che alla propria integrità. Ogni volta che fanno una promessa o stringono un accordo con voi, come potete sapere che non verranno meno alla parola data quando si presenterà un’occasione migliore, specialmente se non li state osservando? Se alcune persone agiscono correttamente solo quando le state osservando, e ci vuole un grande sforzo per tenerle d’occhio, si potrebbe arrivare al punto in cui dedicherete così tanto tempo e impegno a sorvegliarle che non ci sarà alcun vantaggio nel far loro svolgere quel compito. Ma anche un non cristiano dovrebbe voler assumere un cristiano, perché sa che manterrà la parola data e farà del suo meglio, anche quando nessuno lo sta osservando, come dimostrano Efesini 6:6-7 e Colossesi 3:22.
D: In Giobbe 27:21, cosa c’è di così negativo nel vento d’est?
R: Il vento soffiava normalmente da ovest e, quando proveniva da ovest o da sud, era leggero. Ma, in occasioni relativamente più rare, quando il vento soffiava da est era molto forte e secco — si pensi a una tempesta di sabbia. Può far appassire i raccolti nei campi. Se si provasse a separare il grano dalla pula in presenza di vento d’est, sia il grano che la pula verrebbero spazzati via. Sebbene le tempeste non siano comuni con il vento d’est, si verificano vortici d’aria quando il vento cambia direzione da ovest a est. Un’espressione gergale araba lo definisce «vento velenoso». Non era tanto il timore che il vento d’est potesse uccidere le persone, quanto piuttosto che potesse danneggiare i raccolti dei contadini.
D: In Giobbe 27:23, Giobbe 34:37, Naum 3:19, Ezechiele 25:6 e 2 Re 11:12, è preferibile dire in chiesa «amen» o «lode al Signore» piuttosto che battere le mani?
R: No, ciò non è corretto. Henry M. Morris dell’Institute for Creation Research ha avanzato questa ipotesi nel devotional «Days of Praise» del 12 giugno 2004. Esistono quattro diverse parole ebraiche per indicare l’azione di battere le mani e, secondo lui, nessuna di esse ha una connotazione positiva. Ad esempio, Naum 3:19 afferma che gli altri batteranno le mani quando verranno a sapere della distruzione di Ninive. In 2 Re 11:12 gli israeliti devoti batterono le mani quando Joas fu incoronato, ma Morris sostiene che «con ciò stavano esprimendo la loro intenzione di colpire e distruggere la malvagia regina Atalia».
Ecco alcuni versetti dell’Antico Testamento relativi all’applaudire:
caphaq (Strong 5606) [si pronuncia saw-FAK] Giobbe 27:23; Giobbe 34:37; Lamentazioni 2:15
teqa (Strong 8628) [si pronuncia taw-KAH] Salmo 47:1; Naum 3:19
mecha’ (Strong 4222) [si pronuncia maw-KHAW] Salmo 98:8; Isaia 55:12; Ezechiele 25:6
nakah (Strong 5221) [si pronuncia naw-KAH] 2 Re 11:12
Morris ha ragione riguardo ai cinque versetti non sottolineati, ma ha torto riguardo all’applaudire in generale.
Versetti principali a confutazione di tale tesi:
Isaia 55:12 parla di battiti di mani senza alcun contesto di trionfo, se non quello dell’uomo malvagio che abbandona i propri pensieri.
Il Salmo 47:1 recita: «Battete le mani, o popoli tutti; gridate a Dio con voce di trionfo». Il Salmo 47:3 menziona effettivamente la sottomissione delle nazioni, ma il versetto 47:1 non si limita a ciò.
Versetti secondari a sostegno:
Il Salmo 98:8 menziona Dio che viene a giudicare e che ottiene la vittoria. Non si tratta di «esprimere forte disapprovazione nei confronti degli uomini malvagi», poiché l’applauso è «per Dio» e non «contro gli uomini».
2 Re 11:12 narra che il popolo batteva le mani esclamando: «Viva il re!». Morris afferma che l’applauso «esprimeva il loro intento di colpire e distruggere la malvagia regina Atalia», come descritto in 2 Re 11:13-16. Tuttavia, l’applauso era in segno di celebrazione dell’incoronazione del giovane re Joas, non un’espressione di ostilità nei confronti di Atalia.
In conclusione, l’applauso non serve solo a esprimere disapprovazione, poiché Isaia 55:12, Salmo 47:1 e, probabilmente, Salmo 98:8 e 2 Re 11:12 mostrano l’applauso come segno di approvazione. Anche per coloro che ritengono che l’applauso serva solo a manifestare trionfo, dovremmo applaudire in chiesa per il trionfo che Gesù ha ottenuto sulla croce e per la Sua vittoria nelle nostre vite.
D: In Giobbe 28:1-28, qual è il punto principale di questo capitolo?
R: Questo capitolo è suddiviso in tre parti distinte da due domande: «Dove si trova la saggezza?» in Giobbe 28:12 e «Da dove viene dunque la saggezza?» in Giobbe 28:20.
La scoperta del tesoro: le persone sono molto abili nell’estrarre risorse dalla terra
La saggezza come tesoro: eppure non vedono il valore evidente della saggezza.
La fonte della saggezza: la saggezza proviene solo dal Signore. Il timore del Signore è l’inizio della saggezza, come si legge nel Salmo 111:10 e in Proverbi 1:7
D: In Giobbe 28:1-28, cosa sappiamo dell’attività mineraria di allora?
R: Non disponiamo di molte informazioni, ma sappiamo che nell’Arabah (nel sud di Israele e in parte dell’Arabia Saudita) si estraeva rame già molto prima di Abramo, sebbene i pozzi minerari siano stati realizzati solo in epoca romana. Già prima dell’epoca di Ezechia sapevano come scavare pozzi fino alla superficie per far entrare la luce del sole. Nel I secolo a.C. in Nubia si utilizzavano lampade da miniera.
D: In Giobbe 28:1-28, in che modo si ottiene la saggezza e in che modo ciò è simile all’attività mineraria?
R: Sebbene esistano diversi tipi di attività mineraria, indossiamo i nostri caschi da minatore, accendiamo le nostre lampade da miniera e consideriamo la metafora dell’estrazione mineraria in generale. Si passa attraverso le fasi di esplorazione, prospezione, costruzione della miniera, estrazione del minerale, purificazione del minerale e manutenzione della miniera.
Esplorazione: La prima regola dell’estrazione di oro, argento o altri metalli è «assicurarsi di recarsi sulla montagna giusta». Il miglior minatore del mondo non riuscirà a estrarre oro da una montagna se lì, in primo luogo, non c’è oro! Per l’esplorazione petrolifera, occorre individuare una formazione geologica che possa essere un buon candidato a contenere petrolio al suo interno. Per i metalli, individuate una montagna in cui qualcuno abbia già trovato nel terreno circostante o in un corso d’acqua tracce del metallo che state cercando. Allo stesso modo, non andate a cercare la saggezza nel posto sbagliato. Cercatela nella Parola di Dio e negli scritti e nei consigli di persone pie e sagge. Sebbene si possano trovare frammenti di saggezza in altri scritti e in altre religioni, non vale la pena tentare di estrarli senza incorrere anche nei sottoprodotti tossici.
Prospezione: setacciare l’oro nel fiume o perforare un pozzo petrolifero di prova può portare benefici economici, ma può rivelarsi ancora più prezioso nell’indicarvi dove cercare e dove smettere di cercare. Alcune cose hanno l’apparenza della saggezza, ma si tratta solo di «fattoidi», oppure saranno gemme che potrete applicare alla vostra vita e che vi avvicineranno a Dio?
Costruire la miniera: una volta che si ritiene di sapere dove si trovi il «filone principale» o l’estensione del giacimento petrolifero, si costruisce la miniera per arrivare dalla superficie al minerale nel modo più efficiente e sicuro possibile. Si costruisce la miniera a regola d’arte, in modo che non crolli né risulti troppo ingombrante per potervi accedere e lavorarci tutto il giorno. Dovete spendere denaro per acquistare travi robuste e attrezzi di qualità, sapendo che il vostro investimento in termini di tempo e denaro sarà di gran lunga superato dai rendimenti che vi aspettate di ottenere. Allo stesso modo, l’apprendimento della saggezza può essere un’attività che richiede tempo, mentre potreste guardare la TV o dedicarvi ad altre cose. Ma i sacrifici in termini di tempo che farete per acquisire saggezza varranno ciò che otterrete. A volte è necessario addentrarsi in profondità in una miniera buia per ottenere i gioielli più splendidi.
Estrazione del minerale: adottate un metodo coerente da utilizzare per apprendere e ricordare la saggezza. Alcune persone usano un taccuino per annotare ciò che hanno appreso. Altre utilizzano un computer o scrivono a margine della propria Bibbia. Inoltre, condividere con gli altri ciò che avete appreso non solo li aiuta, ma rafforza il concetto nella vostra mente. Naturalmente, potete anche acquisire ancora più saggezza quando gli altri condividono con voi ciò che hanno appreso.
Purificare il minerale: non tutti i dettagli che leggete hanno la stessa importanza. Riassumete periodicamente l’applicazione di ciò che avete letto, poi agite e mettete in pratica ciò che avete appreso. Se non lo fate, potreste dimenticarlo facilmente. Inoltre, se sapete qual è la cosa giusta da fare e non la fate, ciò costituisce peccato, come afferma Giacomo 4:17.
Manutenzione della miniera: man mano che vi addentrate nella miniera, le gallerie potrebbero crollare se non le rinforzate adeguatamente. In un certo senso, la fase di «costruzione della miniera» deve proseguire anche dopo che avete iniziato a trovare il filone. Potreste partire con un buon slancio iniziale, ma avete bisogno anche di perseveranza per non esaurire le energie. Dedicare 10 minuti al giorno alla Bibbia per il resto della propria vita è meglio che dedicarle 3 ore al giorno per il primo mese e poi smettere. Infine, la nostra memoria non è perfetta; tendiamo a dimenticare le cose. È necessario tornare su ciò che si è già appreso e rileggerlo per non dimenticarlo.
Giobbe osserva in Giobbe 28:13 che le persone sono così ingegnose nell’estrazione di metalli e gioielli, ma perché non sono altrettanto abili nell’estrazione della saggezza?
Infine, un modo semplice e straordinario per ottenere la saggezza è chiederla a Dio, come ci esorta a fare Giacomo in Giacomo 1:5. Infatti, non possiamo ottenere una saggezza duratura senza che Dio ce la conceda. Molte volte mi capitava di avere domande a cui non riuscivo a rispondere; allora pregavo su quella questione che mi lasciava perplesso, chiedendo a Dio e aspettando pazientemente. A volte ci voleva anche un mese, ma ricevevo sempre una risposta a ciò che avevo chiesto. Tuttavia, a quel punto, di solito avevo già un’altra domanda. Non consideri le Sue domande sulla Bibbia, sul cristianesimo e sulla vita come «difficoltà», ma piuttosto come argomenti che catturano il Suo interesse e che Dio può utilizzare per insegnarle qualcosa.
D: In Giobbe 28:28, in che modo il timore del Signore è l’inizio della saggezza?
R: Innanzitutto cerchiamo di chiarire che cos’è la saggezza, per poi rispondere alla domanda.
La saggezza può essere definita come conoscenza applicata alla vita. Può trattarsi di un senso comune non del tutto banale, come nel Libro dei Proverbi, dell’astuzia umana nel raggiungere risultati, nell’esplorare gli enigmi della vita, o anche della capacità di affrontare le difficoltà. Il termine «hokmah» è utilizzato 45 volte nel Libro dei Proverbi. Può essere tradotto come «saggezza» o anche come «abilità», come nel caso dell’abilità del tessitore del tabernacolo in Esodo 35:26, di un falegname o di un fabbro in Esodo 31:6, dell’abilità dei marinai nel Salmo 107:27, di un generale in battaglia in Isaia 10:13, l’abilità di un amministratore in Deuteronomio 34:9 e 1 Re 3:28; e il consiglio di un saggio consigliere in 2 Samuele 20:22. Il Libro dei Proverbi può essere considerato come un libro di abilità per vivere con saggezza. Auspichiamo che un numero maggiore di persone desideri apprendere tali abilità.
Dio è la fonte della saggezza, e qualsiasi saggezza umana che neghi la saggezza di Dio non è poi così saggia. Cercare di comprendere come Dio vede le cose e come dovremmo vivere di conseguenza per compiacerLo significa avere le priorità ben definite. Qualsiasi altra cosa equivale a «dare importanza alle cose secondarie e trascurare quelle principali». Così, ad esempio, quando Dio dice di non prendere una scorciatoia etica, le persone possono cercare di razionalizzare il motivo per cui ciò valga per gli altri ma non per loro, oppure perché non si applichi in quella situazione, dato che desideriamo ardentemente qualcosa. Oppure possiamo semplicemente dire a Dio: «Va bene. Rispetto al compiacerti, quell’altra cosa non mi serviva né la desideravo poi così tanto». Questa semplice scelta può salvarvi da molte truffe, delusioni, perdite di amicizie e di denaro.
È curioso che le nazioni non siano considerate sagge, ma solo gli individui. Il rispetto per Dio e l’obbedienza a Lui sono il punto di partenza della vera saggezza. Proverbi 8:13 afferma che temere il Signore significa odiare il male, e che Dio odia l’orgoglio, l’arroganza, i comportamenti malvagi e le parole empie.
D: In Giobbe 29:1-25, cosa c’è di interessante nella struttura della poesia di Giobbe sui nostalgici «bei vecchi tempi» che sperava potessero tornare?
R: I capitoli 29-30 di Giobbe costituiscono la sintesi finale di Giobbe. Il capitolo 29 cambia bruscamente tono, assumendo un «modo ottativo», ovvero inteso a esprimere un desiderio o un’aspirazione. Giobbe stava rievocando i tempi passati in cui i suoi figli gli stavano accanto, era prospero e molto rispettato, il futuro appariva roseo e non aveva idea di come sarebbe stato messo alla prova. Questi versetti formano una relazione simmetrica.
Benedizione (29:2-6)
— Onore (29:7-11)
— — La bontà di Giobbe (29:12-17)
Benedizione (29:18-20)
— Onore (29:21-25)
D: In Giobbe 29:3-5, Giobbe obbediva a Dio, si adoperava per compiere la Sua volontà e si teneva lontano da ciò che dispiaceva a Dio, ma Giobbe trovava anche gioia in Dio. Come sarebbe oggi un cristiano se non riuscisse a trovare gioia in Dio?
R: Il cristiano potrebbe apparire pio, diligente, obbediente e laborioso, ma agendo con le proprie sole forze ci si potrebbe chiedere se ciò possa davvero durare per tutta la vita. A volte un cristiano potrebbe semplicemente avere troppe cose da fare (o almeno pensare erroneamente di averle) per avere tempo da dedicare a Dio.
Immagini di avere un coniuge fedele, che contribuisce con impegno al sostentamento della famiglia, bravo a ricordare tutte le cose da fare e a comunicarle le notizie e i compiti di cui ha bisogno, ma che è semplicemente troppo occupato per trascorrere del tempo con lei. O forse non era troppo impegnato; semplicemente non voleva davvero stare con voi. Anche se non fosse così, trascorrere del «tempo insieme» a voi non era una priorità per lui. Direste che si tratta di un buon matrimonio?
Noi facciamo parte della sposa di Cristo. Ma è possibile che alcuni cristiani trattino Dio allo stesso modo.
D: In Giobbe 29:7-17, perché Giobbe era un tempo così rispettato e per quanto tempo durò tale rispetto?
R: Giobbe non era rispettato perché era ricco e potente. Piuttosto, quest’uomo ricco e potente godeva di grande rispetto perché utilizzava la sua ricchezza e il suo potere per fare del bene. Giobbe aiutava i bisognosi, le vedove, gli indigenti e gli orfani. Giobbe stesso potrebbe essersi sorpreso di quanto rapidamente il rispetto che alcuni nutrivano per lui fosse svanito, una volta che non ebbe più i mezzi per aiutare gli altri e sembrò come se fosse stato punito da Dio. Alla fine del libro di Giobbe, quando riottenne la sua ricchezza e ebbe altri figli, mi chiedo quanto Giobbe tenesse al rispetto ritrovato di coloro che in precedenza lo avevano deriso.
D: In Giobbe 29:1-25, cosa direbbe a un cristiano che vive nel passato, che rimpiange «i bei vecchi tempi»?
R: Tralasciamo il fatto che a volte la memoria è selettiva e che ci sono sfide diverse nelle diverse fasi della vita. Ciò che potete dirgli è: «Non soffermatevi su quelle; i vostri giorni migliori devono ancora venire!» 1 Pietro 1:3-4 recita: «Benedetto sia Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo! Per la sua grande misericordia ci ha rigenerati a una speranza viva mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, 4 e a un’eredità incorruttibile, immacolata e immarcescibile, conservata nei cieli per voi» (BSB)
D: In Giobbe 30:1, proprio come questi schernitori che in passato mostravano rispetto verso Giobbe, perché alcuni «calpestano le persone quando sono a terra»?
R: Alcune persone si sentono meglio con se stesse quando riescono a sminuire qualcuno, specialmente quando non vedono alcuna conseguenza negativa nel farlo. Altri ritengono che la loro posizione sociale aumenterà, tra le persone che considerano importanti per loro, parlando male di coloro di cui tutti gli altri parlano male. Oggi si può osservare la “cultura della cancellazione” che mira a soffocare chi non è d’accordo con loro. Parte del motivo per cui hanno successo è il fragile ego che alcuni hanno quando vengono sminuiti dagli altri.
D: In Giobbe 30:1, ritiene che Giobbe stesso abbia dato prova di un pizzico di arroganza in questa occasione?
R: Sì. Tutti gli esseri umani sono stati creati a immagine di Dio, ma Giobbe aveva giudicato alcune persone inferiori persino ai suoi cani da guardia. Da un lato, i cani sarebbero stati fedeli e ci si poteva contare affinché facessero ciò che dovevano fare, il che potrebbe essere più di quanto si possa dire di alcune persone. D’altro canto, però, a Giobbe non piaceva essere disprezzato, mentre lui stesso aveva disprezzato certe altre persone.
D: In Giobbe 30, qual è il punto che Giobbe vuole sottolineare?
R: Tutti i momenti felici del passato descritti in Giobbe 29 creavano un netto contrasto con la condizione pietosa che egli descrive ora in Giobbe 30. In Giobbe 30:1-8, Giobbe denigra gli altri definendoli sciocchi senza valore, e poi, in Giobbe 30:9-31, si lamenta del fatto che persino quelle persone si ritengano migliori di lui. Ciò ferisce l’orgoglio di Giobbe. Come cristiani, dovremmo preoccuparci di compiacere Dio e, a differenza di Giobbe, non giudicare il valore degli altri né prestare troppa attenzione a ciò che pensano gli altri.
D: In Giobbe 31:1-40, come si comporta quando qualcuno insiste affinché lei si difenda per qualcosa che ha fatto, mentre lei non ne vede la necessità?
R: Giobbe si rende conto di dover difendersi davanti ai suoi tre amici che, in teoria, erano venuti a confortarlo, ma che in realtà si sono limitati ad accusarlo. In generale, è necessario dire qualcosa, ad esempio negare l’accusa infondata e fornire almeno una breve spiegazione del perché. A seconda della situazione, potreste chiedere loro quali prove sarebbero necessarie per convincerli di ciò che state affermando. A volte, però, potreste valutare quanto tempo desiderate dedicare a parlare con qualcuno se questa persona, in ogni caso, non vi sta ascoltando. Tuttavia, prima di allontanarvi, potreste far presente che avete l’impressione che «non vogliano essere confusi dai fatti» e che dovrebbero dimostrare di essere disposti a prendere in considerazione le vostre parole prima che voi sprechiate ulteriori parole con loro.
D: In Giobbe 31:1-40, cosa c’è di piuttosto curioso nei parallelismi che Giobbe traccia in questo passo?
R: Giobbe ci offre uno sguardo intimo nel suo cuore, sul modo in cui vede le cose. Il modo in cui mette in relazione diversi peccati con le caratteristiche di Dio o del Cielo è piuttosto singolare e molto interessante. Egli espone una promessa e 14 giuramenti che ha fatto, nonché le ragioni per cui è giusto. Faremmo bene a ricordarli come alcune delle ragioni per cui dovremmo mantenere la rettitudine nelle nostre vite.
Ha stretto un patto con i propri occhi per non guardare una donna con desiderio — gli occhi di Dio osservano (Giobbe 31:1-3)
La menzogna e l’inganno — Non vorrei commetterli ed essere giudicato sulla bilancia di Dio — Se qualcosa di altrui è rimasto nelle mie mani, allora non possa io trarre alcun guadagno da ciò che le mie mani seminano (Giobbe 31:5-7).
Ho desiderato o preso le cose altrui — Non voglio che Dio permetta ad altri di prendere le mie cose (Giobbe 31:8-9).
Essere stato sedotto da una donna — Non voglio che altri uomini giacciano con mia moglie o mi rovinino finanziariamente (Giobbe 31:9-12)
Ho negato giustizia ai miei servi e ai miei lavoratori — cosa farei se Dio mi chiamasse a renderne conto? Dio ha creato tutti noi. (Giobbe 31:13-15)
Se con la mia mano avessi negato aiuto ai poveri e alle vedove (Giobbe 31:16),
non avessi dato da mangiare agli orfani (Giobbe 31:17-18),
non avessi vestito i poveri (Giobbe 31:19-20),
oppresso gli orfani in tribunale
Che mi cada il braccio: - Non voglio che Dio mi faccia del male fisicamente. - Non farei queste cose per timore dello splendore di Dio (Giobbe 31:21-23).
Riporre la mia fiducia e la mia sicurezza nell’oro (Giobbe 31:24).
Mi sono rallegrato della mia grande ricchezza (Giobbe 31:25).
Reso omaggio al sole o alla luna
Dio mi giudicherebbe per questi peccati o per la mia infedeltà verso Dio nell’Alto dei Cieli (Giobbe 31:26-28).
Mi sarei rallegrato della rovina del mio nemico, maledicendolo (Giobbe 31:29-30).
Non sono stato generoso con i membri della mia famiglia (Giobbe 31:31).
Non ho offerto ospitalità a uno straniero (Giobbe 31:32).
Ho nascosto il mio peccato come fanno le persone, perché temevo l’opinione pubblica (Giobbe 31:33-34).
Ho taciuto
[a proposito, vorrei che «Qualcuno» mi stesse ascoltando proprio ora!] (Giobbe 31:35-37).
Ho oppresso i miei affittuari: non vorrei che Dio facesse spuntare rovi al posto del grano (Giobbe 31:38-40).
D: In Giobbe 31:1, il non guardare una donna con desiderio fa parte della morale del Nuovo Testamento o di quella dell’Antico Testamento?
R: In ogni epoca, avere uno sguardo puro è gradito a Dio. Sebbene Dio non lo avesse specificatamente comandato nella legge dell’Antico Testamento, i Suoi servi obbedienti, come Giobbe, non cercavano di vedere tutto ciò che potevano permettersi di fare, ma piuttosto cercavano di compiacere Dio in ogni loro azione. Giobbe non aveva bisogno della Legge dell’Antico Testamento per saperlo, poiché molto probabilmente visse prima della Legge mosaica.
Per inciso, alcune persone ritengono che ciò si riferisca alla dea della fertilità mediorientale. Sebbene Giobbe non prendesse in considerazione nemmeno la venerazione di alcun dio o dea idolatra, è più probabile che ciò si riferisca alle donne in generale, non solo a una specifica immagine di una dea.
D: In Giobbe 31:7, cosa afferma Giobbe riguardo alla purezza delle sue mani?
R: Il Kethiv orientale indica che ciò significa «aderire a». Pertanto, si sta dicendo: «Se qualcosa si è attaccato alle mie mani». In altre parole: «Se Giobbe ha le mani lunghe e ha rubato qualcosa».
D: In Giobbe 31:13, cosa si afferma riguardo al modo di trattare le persone che sono sotto di voi?
R: Ecco un esempio. Immagini di dover decidere su una questione che coinvolge due persone. La prima è molto importante e desiderate mantenere il suo favore, per restare nelle sue grazie. La seconda persona vi sembra insignificante; non ha la minima importanza ciò che pensa di voi. Ma su questa questione è la prima persona ad avere torto. Deciderete a favore della prima persona, data l’importanza del vostro rapporto con lei, oppure deciderete con giustizia? Giobbe fece quest’ultima cosa.
Il Commentario di Keil-Delitzsch sull’Antico Testamento, vol. 4, parte 2, pag. 183, riporta un esempio in cui anche i rabbini riconoscevano questo aspetto. «Nel Midrash contenuto in “Parabola, Legenden und Gedichte aus Talmud und Midrasch” di Giuseppe Levi, pag. 141 (trad. ted. 1863): La moglie di R. [Rabbi] Jose iniziò una lite con la sua serva. Suo marito si avvicinò e ne chiese il motivo; quando vide che sua moglie aveva torto, glielo disse in presenza della serva. La moglie esclamò infuriata: “Mi dici che ho torto in presenza della mia serva?”. Il rabbino rispose: “Faccio come fece Giobbe”.»
D: Cosa dice Giobbe 31:13 riguardo alla schiavitù?
R: La schiavitù era diffusa ovunque nel mondo antico. La Legge data tramite Mosè consentiva la schiavitù degli israeliti, ad esempio in caso di mancato pagamento di un debito, ma gli schiavi israeliti dovevano essere liberati ogni sette anni. L’unica eccezione era se lo schiavo amava il proprio padrone e desiderava rimanere schiavo per tutta la vita.
Giobbe 31,13 avrebbe rappresentato uno shock per i proprietari di schiavi nel mondo greco e romano. Agli schiavi e ai servi di Giobbe era consentito non solo nutrire rimostranze nei confronti dei propri padroni, ma anche esprimerle apertamente e aspettarsi che tali rimostranze fossero trattate con giustizia.
D: In Giobbe 31:25, qual è il significato dell’ultima frase?
R: Molte volte, quando le persone diventano ricche, tendono a pensare che tutto sia dovuto alla loro intelligenza, al loro duro lavoro o ad altre capacità. Spesso minimizzano il fatto che potrebbero semplicemente essersi trovate nel posto giusto al momento giusto. Quando le persone sottolineano la ricchezza che le mie mani hanno guadagnato, non stanno rendendo grazie a Dio per ciò che Egli ha permesso loro di possedere.
D: In Giobbe 31:27, cosa significa «baciare la mano con la bocca»?
R: È molto simile alla pratica moderna di lanciare un bacio. Se una persona che si trova a una certa distanza da voi vi è cara, potreste baciare la vostra mano e poi porgerla verso quella persona.
D: In Giobbe 31:26-28, qual è il significato di questa infedeltà?
R: Giobbe sta affermando che se dovesse rispettare, inchinarsi, venerare, adorare (ecc.) il sole o la luna, sarebbe colpevole di peccato contro Dio. Giobbe Lo chiama «Dio dell’alto» per sottolineare l’inutilità di adorare esseri e cose che si sa non essere il Dio Altissimo.
Quando parlate con indù o buddisti Mahayana, che adorano molti idoli, chiedete loro perché non adorino l’Altissimo Dio invece dei loro piccoli idoli. Quando parlate con i mormoni, che credono che il «dio di questo mondo» avesse un dio e un padre più grandi di lui, i quali a loro volta avevano un dio e un padre più grandi di loro, chiedete ai mormoni perché non adorino l’Altissimo.
D: Giobbe 31:33 implica forse che Adamo abbia nascosto la propria trasgressione [di un rapporto coniugale prematuro con Eva] coprendo la parte sessuale del proprio corpo, come insegna l’eretico Rev. Moon nel Principio Divino, 5ª edizione (1977), pag. 72?
R: Assolutamente no. Adamo ed Eva fecero quattro cose dopo aver peccato:
1. Cucirono foglie di fico per farsi delle vesti (Genesi 3:7)
2. Si nascosero da Dio (Genesi 3:8)
3. Adamo ebbe paura (Genesi 3:10)
4. Adamo incolpò Eva ed Eva incolpò il serpente (Genesi 3:12-13)
Giobbe 31:33 fa riferimento al fatto che Adamo nascose il proprio peccato. Ciò potrebbe riferirsi al fatto che Adamo si nascose o incolpò Eva, oltre che, o in aggiunta a, alla realizzazione di indumenti. Anche se si riferisse al fatto che Adamo ed Eva si coprirono, ciò non proverebbe comunque alcun peccato sessuale.
D: In Giobbe 31:36-37, cosa indosserebbe Giobbe come una corona?
R: Giobbe sta dicendo che, se tutte le accuse mosse contro di lui fossero messe per iscritto, egli è talmente sicuro della propria rettitudine che indosserebbe quel libro come una corona! Giobbe sta dicendo che vorrebbe potersi presentare davanti a Dio, come un principe si presenta davanti a un re, per spiegare tutto ciò e chiarire la questione.
Esistono aspetti del Suo carattere che riflette gli attributi divini, ma nei quali ha permesso all’orgoglio di insinuarsi e di corromperli? Ci sono cose di cui andrebbe fiero se si trovasse al cospetto di Dio? Se è così, ci rifletta bene prima del momento in cui si presenterà davvero al Santo. Dio non ci ama per qualcosa che abbiamo fatto indipendentemente da Lui. Dio ci ha creati per Sé, e dovremmo provare gioia, non orgoglio, per ciò che Egli sta operando attraverso di noi.
D: Perché in Giobbe 31:40 si dice: «Così si concludono le parole di Giobbe»?
R: Probabilmente affinché non ci aspettiamo ulteriori discorsi da parte di Giobbe. In realtà Giobbe parla (forse «mormora» è un termine più appropriato) più avanti, in Giobbe 40:3-5 e Giobbe 42:1-6.
Non dovremmo sentirci offesi da ciò che non viene spiegato. È giusto voler comprendere, ma non dovremmo esigere di comprendere.
D: In Giobbe 32:1-37:24, perché Elihu aveva ragione e gli altri quattro uomini torto?
R: Giobbe sosteneva che la sua sofferenza fosse dovuta all’ingiustizia di Dio. Gli amici di Giobbe sostenevano che la sua sofferenza fosse dovuta al peccato di Giobbe stesso. Si trovavano in una situazione di stallo. Elihu affermò che entrambi avevano torto ed era adirato per le parole di questi uomini, per il resto saggi. Dio non aveva spiegato il motivo per cui Giobbe soffrisse, ed era presuntuoso avanzare ipotesi al riguardo. Tuttavia, possiamo constatare che Dio opera con giustizia, ma spesso dobbiamo attendere la Sua giustizia, poiché non sempre essa si manifesta in questa vita terrena.
Le argomentazioni di Elihu erano corrette. Elihu si presentò ai quattro e a eventuali astanti e stabilì il proprio diritto di parola in Giobbe 32. Tuttavia, nelle sue lunghe spiegazioni sul valore delle sue parole, alcuni ritengono che egli possa aver oltrepassato il limite, assumendo un atteggiamento presuntuoso. Naturalmente, Giobbe 32:2-3 afferma che Elihu era adirato per le parole pronunciate da questi credenti quando intervenne.
D: In Giobbe 32:1-37:24, qual è il punto di vista di Elihu?
R: (32) Elihu ritiene che tutti e quattro abbiano torto.
(33) Giobbe, lei ha affermato di essere integro e che Dio sia ingiusto nei suoi confronti. Lei non è retto, poiché sta contestando Dio, il quale non ci deve alcuna spiegazione. Dio ci parla e intercede per noi, ed è in grado di salvarci dalla rovina.
(34) Voi tre saggi avete torto a non correggere Giobbe. Voi tre e Giobbe avete essenzialmente lo stesso problema: pensate di poter capire il motivo della sofferenza di Giobbe e che Dio sia obbligato a dirvelo. Pensate che sia dovuto a qualche peccato segreto, altrimenti Dio sarebbe ingiusto. L’unica risposta corretta al perché Giobbe stia soffrendo è questa: «DIO NON CE LO HA ANCORA DETTO».
(35) Giobbe, lei sbaglia a dire che la mia giustizia è superiore a quella di Dio. Elifaz sbaglia (in Giobbe 22:2) quando afferma che non giova nulla essere giusti o malvagi. Dio si compiace della pietà. Dio non è ingiusto. Se non è disposto ad attendere la Sua giustizia, non fa altro che moltiplicare parole senza conoscenza…
(36-37) Possiamo tuttavia affermare questo riguardo alla giustizia di Dio. Dio non disprezza nessuno. Egli è contro i malvagi e rende giustizia agli oppressi. Non possiamo conoscere tutta la grandezza di Dio, ma io mi precipiterò ad ascoltare la voce di Dio. Giobbe, le opere di Dio sono così meravigliose ed Egli è perfetto nella conoscenza. Se volete contendere con Dio, allora insegnateci cosa noi semplici mortali possiamo dirgli?
D: In Giobbe 32:2, dove si trovava «Buz»?
R: Buz era figlio di Nahor e Milca, e quindi nipote di Abramo (Genesi 22:20-21). C’era anche un Uz, figlio di Aram (Genesi 10:23). In ogni caso, entrambi vivevano nell’odierna Siria. Anche Geremia 25:23 menziona Buz.
D: In Giobbe 32:6-7, quando dovremmo cedere la parola agli altri e astenerci dal parlare?
R: A volte si potrebbe astenersi per rispetto e cortesia. Altre volte si potrebbe rimandare l’intervento fino al momento in cui gli altri saranno più disposti ad ascoltarvi. Ciò dimostra che Giobbe e i suoi tre amici non erano gli unici presenti. Forse, oltre a Elihu, poteva esserci una folla di persone.
D: In Giobbe 33:6 e 36:2, Elihu affermò di agire in qualità di portavoce di Dio. Era corretto?
R: Sì, poiché Dio non rivolse alcun rimprovero a Elihu, come invece fece con Giobbe e i suoi tre amici. Lo facciamo continuamente quando condividiamo il Vangelo o formiamo qualcuno come discepolo. Tuttavia, è molto importante che ciò che si dice sia corretto. Inoltre, Elihu affermò chiaramente che si trattava della sua opinione in Giobbe 32:10,17, e non chiese a Giobbe e ai suoi tre amici di accettare le sue parole acriticamente, ma di metterle alla prova, come si assaggia il cibo, in Giobbe 34:3-4. Anche i tre amici di Giobbe agirono come portavoce di Dio, ma non dissero le cose giuste.
D: In Giobbe 33:9-36:23, quali erano gli aspetti positivi del discorso di Elihu in questo contesto?
R: Vi erano diversi aspetti positivi.
Ripetendo ciò che aveva detto Giobbe: in primo luogo, Elihu dimostrò di rispettare Giobbe ascoltandolo davvero. Elihu ripeté le parole di Giobbe in sedici punti: Giobbe 33:9a, 33:9b, 33:9c, 33:10a, 33:10b, 33:11a, 33:11b, 34:5a, 34:5b, 34:6a, 34:6b, 34:6d, 34:9, 35:2, 35:3 e 36:23. I tre amici non hanno mai ripetuto ciò che Giobbe aveva detto, mentre Elihu ha dimostrato di averlo ascoltato.
Rispondere a punti specifici: Elihu rispose a specifiche affermazioni di Giobbe.
Rispondendo all’atteggiamento generale e di fondo: Elihu esaminò le lamentele di fondo, così come espresse dal tono di Giobbe.
D: In Giobbe 33:9-33, qual è una sintesi di ciò che Giobbe avrebbe dovuto dire?
R: Sebbene sia difficile riassumere tutto ciò che Giobbe effettivamente disse, ecco una sintesi di ciò che Giobbe avrebbe dovuto dire, secondo Elihu.
1) Mi rendo conto di non essere perfetto né più giusto di Dio (Giobbe 33:9; 34:5; 35:2).
2) Vi prego quindi di indicarmi dove ho sbagliato, affinché io possa pentirmi (Giobbe 34:32).
3) Non contenderò con Dio, ma attribuirò a Lui la giustizia (Giobbe 33:13; 34:17; 36:3).
4) So che Dio parla (Giobbe 33:14-22; 35:10-11; 37:22), ascolta (Giobbe 34:28) e libera e punisce (Giobbe 36:8-16).
5) Lodero e esalterò la maestà di Dio (Giobbe 36:24-26; 37:5, 14).
6) Poiché so che gli uomini non comprendono le vie di Dio (Giobbe 36:22-23,29; 37:14-18).
D: In Giobbe 33:9-33, cosa dovremmo fare quando ci troviamo di fronte a una tragedia?
R: Quando ci troviamo di fronte a una tragedia, dovremmo agire più o meno come Elihu disse che Giobbe avrebbe dovuto fare:
1) Rendetevi conto che tutti hanno commesso errori e avrebbero potuto prendere decisioni diverse.
2) Chiedersi se vi sia qualche peccato che abbiamo ignorato o di cui non siamo a conoscenza, per il quale dovremmo chiedere perdono, pentirci e non commetterlo più.
3) Non incolpare né puntare il dito contro Dio.
4) Anche nei momenti di dolore, avvicinatevi a Dio nella preghiera.
5) Lodare Dio anche in questa situazione.
6) Rendetevi conto che non vediamo il quadro d’insieme, come invece fa Dio.
D: In Giobbe 34:5-37, cosa disse Elihu contro i tre amici di Giobbe?
R: Sì, Giobbe aveva torto nell’affermare di essere giusto e che Dio avesse negato la giustizia (Giobbe 34:5-7).
Ma vi sbagliate se pensate che Dio sarebbe ingiusto nel far affrontare momenti difficili anche ai giusti (Giobbe 34:16-19).
Gli amici di Giobbe pensavano che l’afflizione arrivasse solo perché Dio volesse punire. Elihu suggerisce invece che l’afflizione possa anche arrivare per insegnare. Come afferma Simone Weil in *Gravità e grazia*: «L’estrema grandezza del cristianesimo sta nel fatto che non cerca un rimedio soprannaturale alla sofferenza, ma un uso soprannaturale di essa».
D: In Giobbe 34:8, quando si dovrebbe allontanarsi da qualcuno che rappresenta una cattiva influenza?
R: In generale è bene frequentare persone non cristiane e avere amici non cristiani. Essi possono vedere la vostra testimonianza e potrebbero avvicinarsi al Signore. Tuttavia, alcune persone hanno dichiarato di non avere alcuna intenzione di avvicinarsi mai a Dio. Se non state contribuendo ad avvicinarli a Dio, e loro vi stanno influenzando in modo da allontanarvi da Lui, allora dovete cercare altri amici.
D: In Giobbe 35:1-16, qual è il punto principale di Elihu in questo passo?
R: In Giobbe 35:1, Elihu non sta necessariamente rimproverando una frase specifica pronunciata da Giobbe, ma il tono generale del suo discorso, in cui egli sostiene di essere più giusto di Dio e che essere giusti non valga la pena. Come cristiani, dobbiamo guardare in alto!
D: In Giobbe 35:3, come risponderebbe se qualcuno le chiedesse perché dovrebbe essere giusto, dal momento che Dio sembra non fare nulla in questo momento?
R: Ci sono benefici immediati nel rafforzare il proprio carattere e le relazioni con gli altri. A volte vi sono conseguenze immediate, come finire in prigione. Ma il più delle volte non si vedono queste cose a breve termine. Vi sono conseguenze gravi e a lungo termine per i perduti, e corone e altre ricompense per i santi che compiono opere giuste per Dio.
D: In Giobbe 35:5,10 e seguenti; 36:24-37:24, qual è il grande contrasto che emerge qui tra Elihu e Giobbe, nonché tra Giobbe e i suoi tre amici?
R: Elihu è un uomo di lode, mentre loro non lo sono, o almeno Giobbe non sembrava esserlo in quel particolare momento. Elihu non nega che le cose siano difficili; tuttavia esorta Giobbe a guardarsi intorno per ammirare le meraviglie di Dio e a lodarLo comunque.
D: In Giobbe 35:6-8, il nostro peccato «ferisce» Dio in qualche modo?
R: La risposta si articola in due parti.
No, Giobbe 35:6-7 mostra che Dio Onnipotente, che riempie i cieli e la terra, non è né ferito né aiutato dalle azioni degli esseri umani, né, del resto, da quelle degli angeli o dei demoni.
Ma noi possiamo glorificare Dio (o meno). Tuttavia, le nostre azioni giuste, compiute con cuore retto, glorificano Dio. Nel caso di Giobbe, Giobbe 1:8-12 mostra che la giustizia di Giobbe era di tale importanza per Dio e Gli dava tale piacere, che Dio ne parlò a Satana. La costante integrità di Giobbe non solo glorificava Dio, ma mostrava a Satana quanto poca influenza egli avesse sulla giustizia di Giobbe.
Vi siete mai fermati a riflettere su quanto sia meravigliosamente strano che a noi, minuscoli esseri umani, sia stata concessa la capacità di scegliere di glorificare Dio?
D: In Giobbe 35:10; Salmo 77:6; 119:54-55; Isaia 30:29, in che modo Dio ci dona canti durante la notte?
R: Dio ci dona canti gioiosi anche quando attraversiamo momenti di difficoltà. E naturalmente possiamo cantare quando Dio ci libera dalle nostre tribolazioni.
Qualcuno una volta ha detto: «Non accade mai nulla di buono dopo mezzanotte». Ebbene, tecnicamente, ciò non è vero. Potreste essere svegli e lodare Dio! Si spera, tuttavia, che se siete a letto con il vostro coniuge, stiate lodando Dio in silenzio.
D: In Giobbe 36:4 e seguenti, chi è il soggetto – Dio o Elihu – quando Elihu afferma: «C’è con voi uno perfetto nella conoscenza»?
R: In questo versetto, da solo, il significato è ambiguo. Se Elihu si riferisce a Dio, sta dicendo di guardare alla conoscenza di Dio e di non ritenersi saggi ai propri occhi. Ma se Elihu si riferisce a se stesso, ciò renderebbe anche lui arrogante. È un paradosso che una persona un po’ arrogante possa essere la più sensibile nel rilevare l’arroganza negli altri. Quindi, in questo versetto da solo, potrebbe essere in entrambi i modi.
Tuttavia, Elihu ci rivela a chi si riferisce in Giobbe 37:16: è Dio ad essere perfetto nella conoscenza.
D: In Giobbe 36:27-28, come poteva Elihu conoscere il fenomeno dell’evaporazione, dato che, per quanto ne sappiamo, furono i Greci di epoca successiva i primi a scriverne?
R: Sebbene non sia chiaro quanto Elihu sapesse dell’evaporazione, sembra che in questo caso ne avesse un’idea di base. I Greci, almeno già ai tempi di Esiodo nell’VIII secolo a.C., conoscevano la nebbia, chiamandola «anathyamiasis» (Teogonia 1928, 1958, pp. 547-553). Talete di Mileto, nel 585 a.C., riteneva che l’acqua fosse l’elemento centrale di ogni cosa e insegnava il concetto di evaporazione. Successivamente, Anassimandro di Mileto, Ezio, Senofane di Colofone (ca. 530), Diogene Laerzio, Aristotele (ca. 350 a.C.) e altri scrissero in merito all’evaporazione.
Tuttavia, riteniamo che il Libro di Giobbe sia stato scritto dopo l’epoca di Giuseppe e dei suoi fratelli e prima dell’epoca di Mosè, ovvero prima del 1447 a.C., molto prima di qualsiasi scrittore greco conosciuto.
Ma sebbene i Greci siano stati i primi, di cui abbiamo notizia, a scriverne, non furono i primi a raffigurarla. Un affresco murale egizio mostra un ragazzo schiavo che preleva acqua dal Nilo e la sventola per rinfrescarla a beneficio della sua padrona. Ciò risale al 2.500 a.C., ovvero circa 500 anni prima di Abramo. Un altro stratagemma utilizzato dagli ingegnosi egizi consisteva nell’immergere una coperta nell’acqua e poi sdraiarsi sopra di essa quando andavano a letto. Pertanto, avevano sicuramente compreso che l’acqua può evaporare con il calore e anche rinfrescare l’ambiente. Per ulteriori informazioni, consultate https://quilohome.com/evaporative-cooling-ancient-world/ e https://sleepbetter.org/sleep-like-an-egyptian/.
D: In Giobbe 36:13-32, quale novità sta affermando Elihu?
R: Elihu non sta discutendo se Giobbe meritasse o meno tutto ciò. Ciò che Elihu sta dicendo, invece, è che se Giobbe avesse seguito Dio, se fosse rimasto sottomesso, Dio lo avrebbe già liberato da questa situazione.
A volte, quando ci troviamo in una situazione da cui possiamo imparare qualcosa, Dio ci mantiene in quella situazione per quello che sembra un tempo estremamente lungo. Forse Dio ci mantiene in quella situazione finché non impariamo ciò che dobbiamo imparare. Chiedete quindi a Dio di insegnarvi ciò che Egli vuole che comprendiate.
D: In Giobbe 36:15, in che modo Dio si rivolge alle persone nella loro afflizione?
R: Le persone potrebbero essere poco disposte ad ascoltare quando tutto va bene, ma più pronte ad ascoltare e a prendere in considerazione qualcosa di nuovo quando si trovano in difficoltà. Ma oltre a ciò, Dio può insegnarci delle cose attraverso la sofferenza, anche quella ingiusta, che forse non potremmo imparare in nessun altro modo. Dio può anche utilizzare la sofferenza in un ambito per risolvere un problema o un peccato in un altro ambito.
D: In Giobbe 37:14-23, quale concetto diverso sta esprimendo Elihu in questo passo?
R: Elihu sta dicendo di smettere di parlare così tanto. Ascoltate e meditate sulle meraviglie di Dio.
D: In Giobbe 37:18, in che modo esiste una cupola solida sopra la terra?
R: Si tratta di una similitudine che paragona il cielo a uno specchio limpido. A quei tempi, gli specchi erano realizzati in metallo altamente levigato, poiché non esistevano ancora gli specchi di vetro.
D: In Giobbe 38:1, perché Dio non ha risposto a Giobbe prima?
R: Sebbene la Scrittura non lo dica, potrebbero esserci almeno quattro ragioni.
In primo luogo, il fatto che Elihu parlasse davanti a Dio dimostrerebbe che Dio non si sentiva in dovere di rispondere direttamente alle accuse di Giobbe.
In secondo luogo, Giobbe non stava pregando Dio, quanto piuttosto muovendo accuse contro di Lui.
In terzo luogo, nessuno nel libro sembrava avere una voce di lode né attendere pazientemente Dio fino a quando Elihu non prese la parola.
In quarto luogo, Dio stava mettendo alla prova Giobbe (come in Daniele 3:16-18), dimostrando al contempo il Suo potere totale e assoluto su Satana (Giovanni 12:31; Giacomo 4:7).
A differenza dei tre amici di Giobbe, dovremmo invitare Dio a illuminarci nei nostri pensieri e nelle nostre conversazioni. Abbiamo bisogno di pregare per ottenere saggezza e illuminazione, come indicato in Efesini 1:15-23.
D: In Giobbe 38:1, perché è appropriato che Dio parli dalla tempesta?
R: Il Libro di Giobbe si apriva con una tempesta, che Satana utilizzò per uccidere i figli di Giobbe. Ora, quindi, si conclude con la potenza di una tempesta, in cui Dio interviene e parla direttamente. Il cammino del Signore è nel turbine e nella tempesta (Naum 1:3).
D: In Giobbe 38:2, perché Dio chiede innanzitutto chi oscura il Suo consiglio senza averne conoscenza?
R: Quando Giobbe affermò che Dio era diventato suo nemico, non fece altro che confondere le altre persone. Giobbe aveva chiesto a Dio di poter essere ascoltato in tribunale. Ora che ne ha avuto l’occasione, è terrorizzato. Solo ora sta cominciando a rendersi conto di essere stato arrogante nei confronti di Dio, e sa che non è una buona posizione in cui trovarsi.
La Bibbia ci mette in guardia dall’orgoglio in Salmo 75:4-5; Proverbi 13:10; 29:23 e 30:13. Non dobbiamo considerarci saggi ai nostri occhi, come recitano Proverbi 3:7; 26:12; 28:11 e Romani 12:16.
Ma Giobbe alla fine sarebbe stato lieto che Dio gli avesse parlato. Ora Giobbe sa di non essere solo; Dio è al suo fianco. Anche Isaia 41:10; Salmo 73:23; e Giovanni 14:18; 16:32-33 affermano che Dio è con noi.
D: In Giobbe 38:3-39:30, perché Dio non ha aspettato che Giobbe rispondesse a ciascuna domanda, e perché non si è limitato a indicare a Giobbe quali delle sue affermazioni fossero errate?
R: Dio rispose alle accuse di Giobbe. Tuttavia, invece di fornire spiegazioni, Dio rispose a Giobbe ponendogli a Sua volta ottanta domande retoriche, che spaziavano dall’identità di Giobbe alle sue capacità. Immagini per un momento di sostenere l’esame finale di un corso universitario: l’intero esame consistesse proprio in queste 80 domande e Lei non conoscesse la risposta nemmeno a una di esse! Come si sentirebbe? Probabilmente un po’ come Giobbe in questa situazione. Giobbe stava oscurando il disegno di Dio senza rendersene conto, e Dio mostrò a Giobbe come la sua comprensione limitata stesse oscurando il Suo disegno prima di illuminarlo.
Il punto non era che Giobbe rispondesse alle domande, né che Dio rispondesse alle domande di Giobbe, che erano tutte fondate sull’ignoranza. Il punto era che Giobbe capisse di non essere in grado di rispondere a nessuna delle domande di Dio. Se Giobbe voleva atteggiarsi a scettico, allora Dio poteva atteggiarsi a scettico riguardo a ciò che Giobbe sapeva, dimostrando che Giobbe, sebbene giusto, sapeva poco o nulla secondo la propria comprensione. Dio continuava a non spiegare le Sue vie a Giobbe; piuttosto, Dio mostrava le Sue vie senza una spiegazione che non era tenuto a fornire. Per quanto ne sappiamo, Dio non rivelò mai a Giobbe la situazione con Satana nel capitolo 1 del libro di Giobbe.
D: In Giobbe 38:2, in che modo Giobbe oscurò il consiglio di Dio?
R: Ciò NON significa che Giobbe abbia oscurato o ostacolato alcunché riguardo al consiglio stesso di Dio in Cielo. Piuttosto, Giobbe stava «confondendo le acque» riguardo alla saggezza che Dio aveva rivelato ad altri. In generale, quando qualcuno che si ritiene cristiano afferma cose su Dio che Dio non ha mai insegnato perché non sono vere, allora anche quella persona sta oscurando il consiglio di Dio senza rendersene conto, confondendo le acque per sé stessa e per gli altri.
Giobbe aveva insegnato cose false su Dio. Aveva affermato che, mentre lui era giusto, Dio era ingiusto; mentre lui era pio, Dio era suo nemico. Aveva tratto conclusioni affrettate, parlando con presunzione quando non disponeva di tutti i fatti su ciò che si celava dietro la sua sofferenza.
Più in generale, alcune persone oscurano il consiglio di Dio quando dimenticano che siamo stati creati a immagine di Dio e cercano di plasmare Dio a propria immagine. Tuttavia, Giobbe oscurò il consiglio di Dio in un secondo modo: affermava cose su Dio per giustificare la propria sofferenza e giustificare se stesso, definendo Dio ingiusto.
Dio non si rivolgeva solo a Giobbe, ma anche ai suoi tre amici. E, in un certo senso, Dio si rivolge qui alle persone di oggi, poiché ciò accade continuamente. Quando le persone definiscono buone cose che Dio definisce malvagie, o malvagie cose che Dio definisce buone, offuscano il disegno di Dio. Quando mettono in discussione la natura o la bontà di Dio e cercano invece di stabilire i propri criteri, stanno deliberatamente cercando di offuscare il disegno di Dio. In Giacomo 3:7-10 ci viene raccomandato di stare molto attenti alla lingua.
Pertanto, non siate troppo severi con Giobbe e i suoi amici in questo contesto, poiché non sono un caso isolato. La persona media di oggi probabilmente conosce molto meno del consiglio di Dio rispetto a quanto ne sapessero gli amici di Giobbe. Questo stato di ignoranza comporta le proprie conseguenze, come scrive Paolo in Romani 1:18-23.
D: In Giobbe 38:2-39:30, qual è lo svolgimento o la struttura di questi capitoli?
R: Questi versetti sono disposti in ordine per illustrare come Dio sia il Signore della natura.
Giobbe 38:4-15 Dio è il Creatore
- - - della terra (4-7),
- - - del mare (8-11), e
- - - del giorno e della notte (12-15)
Giobbe 38:16-38 Dio governa gli elementi inanimati.
- - - Le profondità del mare e le distese del cielo (16-18),
- - - la luce e le tenebre (19-21)
- - - Il tempo atmosferico, la neve, la grandine, il vento, la pioggia, il tuono e il gelo (22-30)
- - - Le stelle nelle loro costellazioni (31-33) e
- - - Le piogge torrenziali e le inondazioni (34-38).
Giobbe 38:39-39:30 Dio governa la vita
- - - Il nutrimento per gli animali, quali il leone e il corvo (38:39-41),
- - - La riproduzione, come quella delle capre selvatiche di montagna e dei cervi (39:1-4),
- - - La libertà selvaggia, come quella dell’asino selvatico rispetto a quella dell’asino addomesticato (5-8),
- - - La grande forza, come quella del bue selvatico rispetto a quella del bue addomesticato (9-12),
- - - Animali veloci, come lo struzzo e il cavallo da guerra (13-25), e
- - - Predatori volatori veloci, come i falchi e le aquile (o gli avvoltoi grifoni) (26-30)
Anche Elifaz accennò alla prima parte, in Giobbe 15:7-9, quando chiese a Giobbe se fosse stato il primo uomo nato, più antico delle colline, o se conoscesse il consiglio di Dio.
D: In Giobbe 38:2-41:34, quale era il punto che Dio voleva sottolineare?
R: Ecco un breve riassunto del significato delle 80 domande che Dio pone a Giobbe.
(38-39) Giobbe, perché offuschi il mio consiglio con parole prive di conoscenza? Dove eravate quando ho creato la terra, il mare, l’alba, la morte, la luce, la neve, i fulmini, le stelle, le nuvole e gli animali? Intendete contendere con Dio e correggerLo?
(40:1-5) Giobbe afferma di non avere alcuna risposta da dare a Dio.
(40:6-41:34) Allora risponda a questo: se annullasse il giudizio di Dio per giustificare se stesso, vorrebbe assumersi il compito di essere il giudice (e di far rispettare i propri giudizi)? È in grado di creare il behemoth (l’ippopotamo) o di far emergere il leviatano (il coccodrillo)? È in grado di giocare con lui, come con un uccello, o di mettergli un guinzaglio?
D: Il brano di Giobbe 38:31-32 avvalora l’astrologia?
R: No. L’astrologia è un peccato che consiste nel tentativo insensato di utilizzare le stelle, distanti milioni di miglia, per prevedere le caratteristiche generali delle persone e il loro «futuro».
Non legga gli oroscopi sul giornale, sul web o in qualsiasi altro luogo.
L’astronomia, invece, così come osservare le stelle per riflettere sul loro Creatore e utilizzarle per scandire le stagioni, non è in contrasto con la Bibbia, a differenza dell’astrologia. Infatti, in Egitto era piuttosto importante utilizzare le stelle per determinare quando il Nilo si sarebbe straripato e stabilire quando seminare. Stabilire l’inizio di una stagione non significa cercare di predire il corso della propria vita. Piuttosto, il fatto che le stelle indichino le stagioni è uno dei modi in cui Dio provvede a noi attraverso i Suoi attributi e il nostro corretto riconoscimento e utilizzo della Sua creazione.
D: In Giobbe 38:31, qual è il significato delle Pleiadi?
R: Le Pleiadi sono un denso ammasso di stelle. È sorprendente che possano esserci così tante stelle in quello che, dalla Terra, appare come uno spazio così piccolo. Perché non si espandono fino ad assumere l’aspetto delle altre stelle? Come fanno a evitare di collassare l’una sull’altra? Inoltre, il sorgere eliaco delle Pleiadi segnava all’epoca l’inizio della primavera.
Tuttavia, Filone l’Ebreo (15/20 a.C. – 50 d.C.) menziona il tramonto delle sette stelle delle Pleiadi come il momento della semina e il loro sorgere come il periodo del raccolto. In *La Creazione* 38:115, pag. 17.
Come nota a margine, la casa automobilistica giapponese Subaru prende il nome dalle Pleiadi in lingua giapponese.
D: In Giobbe 38:32 e 2 Re 23:5, che cosa significa «Mazzaroth/Mazzaloth»?
R: Si ritiene che si tratti dello stesso termine di «Mazzaloth» (con la “l” al posto della “r”) in 2 Re 23:5. Sebbene alcuni ritengano che ciò possa riferirsi ai pianeti, molto probabilmente si tratta delle costellazioni che ruotano, che Dio fa apparire nella loro stagione. Le stelle sono opera di Dio, come dimostrano il Salmo 147:4, Neemia 9:6, Isaia 40:26 e 45:12.
D: In Giobbe 39:14, lo struzzo abbandona le sue uova o le depone?
R: Alcune traduzioni di Giobbe 39:14 riportano che lo struzzo «deposita le sue uova». Tuttavia, un omonimo del termine ebraico che significa «depositare» è «abbandonare». Una buona traduzione che coglie entrambi i significati è «lascia le sue uova», come riportato nella versione BSB.
D: In Giobbe 39:13-15, qual è la particolarità dello struzzo?
R: Gli struzzi sono uccelli dall’aspetto singolare. Sono uccelli di grandi dimensioni, alti da sette a otto piedi, dotati di ampie ali che tuttavia non li aiutano a volare. Può capitare che diversi struzzi depongano le uova nello stesso nido. Se non c’è spazio, allora depongono le uova sulla sabbia all’esterno del nido. Molte volte, le madri struzze, che pesano fino a 300 libbre, calpestano le proprie uova. A volte una madre struzza cova uova altrui, dimenticando quali siano le sue. La madre struzza «tratta i propri piccoli con durezza», allontanando i suoi struzzi di un anno quando arriva la stagione degli accoppiamenti. Eppure gli struzzi sopravvivono. Possono correre a 40 miglia all’ora, una velocità superiore a quella di un cavallo. Come avrebbe potuto Giobbe anche solo pensare di creare un animale del genere?
Lo struzzo è un paradosso, poiché mostra il genio creativo di Dio, ma di per sé non possiede alcuna saggezza.
D: In Giobbe 39:1-30, Dio avrebbe potuto dire qualcosa del tipo: «Giobbe, lasciate che vi spieghi tutto. Satana ha messo alla prova la vostra integrità, e la vostra sofferenza Mi ha glorificato smascherando Satana». Ma Dio non lo fece. Perché?
R: A quanto pare, Dio era meno interessato a far conoscere a Giobbe le ragioni della sua sofferenza quanto a correggere due atteggiamenti sbagliati da parte di Giobbe. In primo luogo, il fatto che Giobbe ritenesse di poter trovare la risposta a ogni cosa basandosi sulla propria comprensione limitata o imperfetta. In secondo luogo, il fatto che Giobbe ritenesse di meritare una risposta. Invece, è sufficiente vedere e conoscere la maestà e la gloria di Dio, anche quando non abbiamo una risposta.
Giobbe era un uomo pio, ma anche una persona pia può aver bisogno di essere corretta.
Se Dio abbia mai raccontato a Giobbe o ai suoi amici, prima che morissero, della conversazione avuta con Satana, il Libro di Giobbe non ne fa menzione. Molto probabilmente sono morti senza averne la minima idea. Ritiene che Dio e Satana, o qualche altro demone, abbiano mai avuto una conversazione su di lei?
D: In Giobbe 38:1-39:30, quali sono alcune somiglianze con Genesi 3:8-13,21?
R: In entrambi i casi sono stati dati cattivi consigli da coloro che conoscevano le vie di Dio: Giobbe e i suoi tre amici nel Libro di Giobbe, e Satana in Genesi 3, nonché le conseguenze della «scommessa» di Satana con Dio in Giobbe 1:6-12. Ecco altre somiglianze:
a) Entrambe le storie iniziano, per i personaggi umani, in una sorta di giardino paradisiaco offerto da Dio.
b) Il male, nella figura di Satana, è l’antagonista in entrambe le storie.
c) Eva e probabilmente Adamo non stanno cercando di allontanare Dio dalle loro vite, ma piuttosto di prendere il posto di Dio, in modo limitato, nella conoscenza del bene e del male. Giobbe e i suoi tre amici pensavano di poter vedere da un punto di vista simile a quello di Dio e di comprendere ogni cosa, oltre a presumere di poter emettere giudizi e attribuire colpe riguardo alla condizione di Giobbe, in modo simile, per certi versi, allo scaricabarile di Adamo ed Eva.
d) In entrambi i casi i principali protagonisti umani considerano e attribuiscono valore al proprio presunto raggiungimento della conoscenza di Dio o alla sua mancanza (nei casi di Giobbe ed Eva), anziché riporre fiducia in Dio e nella Sua saggezza.
e) In entrambi i casi ciò costituisce un peccato e si fonda in larga misura sull’orgoglio umano.
f) In entrambi i casi la morte svolge un ruolo fondamentale: come conseguenza in Genesi 3 e come evento precedente e desiderio nel libro di Giobbe.
g) In entrambi i casi Dio esordisce con una domanda: «Chi è costui che oscura il mio consiglio con parole prive di conoscenza?» in Giobbe, e ad Adamo «Dove sei?» in Genesi 3:9. Naturalmente, queste domande presupponevano la prescienza di Dio riguardo alle risposte. L’«interrogatorio» di Dio nei confronti di ciascun testimone richiedeva un esame di coscienza e un pentimento da parte di Adamo, Eva e Giobbe, ciascuno dei quali dovette affrontare le conseguenze del proprio oscuramento del consiglio di Dio, dovuto al proprio senso di autosufficienza, al senso di diritto acquisito e alla conseguente peccaminosità.
h) Dio ordinò a Giobbe di offrire un sacrificio per sé stesso e per i suoi tre amici (non per Elihu), a causa delle loro parole peccaminose. In Genesi 3:21 Dio confezionò tuniche di pelle per Adamo ed Eva. Da dove provenivano le pelli degli animali? Gli animali dovevano morire. Noi offriamo sacrifici a Dio perché Egli per primo ci ha creati a Sua immagine, il che significa, in parte, il Suo impegno a sacrificarsi per noi attraverso Suo Figlio.
Allo stesso modo, Dio potrebbe porci ogni giorno la stessa domanda: dove siete? Dovremmo esaminare noi stessi quotidianamente (2 Corinzi 13:5) per capire a che punto siamo nel nostro cammino con il Signore. Stiamo rimanendo indietro a causa dell’apatia, della distrazione causata da altri interessi o della schiavitù del peccato? Stiamo forse «correndo avanti» (2 Giovanni 9), cercando di indovinare ciò che Dio non ha rivelato, oppure impegnandoci a fondo per conoscere e compiere l’opera di Dio senza la forza del Signore? Siamo fedeli alle parole e allo spirito di Proverbi 3:5-6? Ma invece di svolgere «la nostra opera per Lui», nel modo particolare in cui desideriamo farlo, dovremmo compiere «la Sua opera» nel modo in cui Egli vuole che la compiamo.
D: In Giobbe 40:1-41:34, qual è il messaggio di Dio in questi versetti?
R: Dio sta chiedendo a Giobbe come affronterebbe il male. Ciò che Giobbe farebbe in materia di misericordia e giudizio non è la questione principale; ma piuttosto: cosa può fare Giobbe? Avete mai permesso che il male continuasse, senza opporvi resistenza, perché sapevate che opporvi avrebbe potuto comportare un pericolo o una perdita per voi stessi o per la vostra famiglia? Ma invece di far sì che Giobbe cerchi di opporsi a Dio, perché non far sì che Giobbe si opponga a qualcos’altro che sia relativamente insignificante al confronto, come, ad esempio, il behemoth o il leviatano?
D: In Giobbe 40:2, chi è «colui che trova da ridire»?
R: Si tratta ovviamente di Giobbe nel contesto immediato, specialmente dopo che Giobbe ha accusato Dio di contendere con lui in Giobbe 10:2; 23:6. Ma, in senso secondario, il termine può essere esteso a chiunque desideri mettere in discussione e contendere con Dio.
D: In Giobbe 40:3-5, perché Giobbe non parlò di più, come aveva fatto molto prima nel libro?
R: Giobbe affermò consapevolmente di non voler più parlare in Giobbe 40:5. Forse Giobbe si rese conto che più parlava, più si scavava una fossa profonda. Le sue precedenti parole si erano concentrate sul giustificarsi e sull’accusare Dio di ingiustizia. Ora capiva che quel modo di parlare non lo avrebbe portato da nessuna parte. Giobbe comprende ora che, insistendo sulla necessità di dare un senso a tutto ciò che accade, stava cercando di assumersi un compito che non era suo, ma di Dio.
Ci possono essere momenti in cui ci comportiamo da sciocchi o fraintendiamo completamente il contesto, e potrebbe essere meglio per noi smettere semplicemente di parlare.
D: In Giobbe 40:3-5, come si fa a capire se si è «andati oltre» con la propria protesta?
R: Innanzitutto, guardatevi intorno e osservate gli altri. Non siate come chi si lamenta con Dio di non avere un dolce, mentre qualcun altro non ha nulla da mangiare.
D: In Giobbe 40:4-5, una persona potrebbe essere devota e allo stesso tempo arrogante?
R: Sì, ma non è una cosa positiva; può risultare davvero sgradevole sia per i non credenti che per i credenti. Giobbe era un uomo devoto, che insegnava agli altri la verità su Dio. Ma rileggendo il libro, si nota che Giobbe non era arrogante in un solo modo, bensì in molti modi. Giobbe era arrogante nel ritenere di possedere tutto ciò di cui aveva bisogno per riuscire a comprendere appieno ciò che gli stava accadendo. Quando le cose non avevano senso, sulla base delle informazioni a sua disposizione, Giobbe accusava Dio. A quanto pare, né a Giobbe né ai suoi tre amici venne mai in mente che potessero esserci informazioni importanti di cui non erano a conoscenza. Come si può vedere nel libro di Giobbe, quando una persona arrogante parla con un’altra, possono volare scintille.
Un’altra osservazione: esiste una differenza tra l’essere arroganti in tutto e per tutto e il non essere una persona arrogante in generale, pur mostrandosi arroganti in alcuni ambiti. Una persona che è arrogante in generale potrebbe cercare di trarre la propria autostima esclusivamente dal fatto di essere migliore degli altri. Ma una persona può essere umile, rendendosi conto che è Dio ad essere la cosa più importante e considerando gli altri più importanti di sé stessa (Filippesi 2:3). Va bene parlare di ciò che avete realizzato. Ma la prossima volta che proverete un desiderio davvero, davvero forte di dire a qualcuno quanto siete (o eravate) bravi in qualcosa, fermatevi un attimo e chiedetevi cosa alimenti quel forte desiderio. Potrebbe trattarsi di arroganza in un ambito specifico? Se è così, perché non smettere di parlare di voi stessi e chiedere invece di loro?
Non siate come il ragazzo single di una barzelletta che uscì con una ragazza e trascorse la prima parte dell’appuntamento parlando esclusivamente di sé stesso. Poi disse: «Beh, basta con i discorsi su di me. Ora, perché non parla lei di me?»
Quando vedete una persona devota che si comporta con arroganza, non cercate di negare la sua devozione, come fecero gli amici di Giobbe. Tuttavia, dovete comunque affrontare la questione della sua arroganza, come fecero Elihu e, in seguito, il Signore.
D: In Giobbe 40:4-5, cosa intendeva dire Giobbe quando affermò di aver parlato una volta, anzi due volte, e che non avrebbe più parlato?
R: Si tratta di figure retoriche comuni nelle lingue semitiche. Ciò non significa che Giobbe stesse affermando che non avrebbe mai più parlato. Ma Giobbe comprese ciò che una persona disse all’inizio del XX secolo: le vostre braccia sono troppo corte per misurarsi con Dio.
D: In Giobbe 40:8, in che modo alcuni oggi condannano Dio per giustificare se stessi?
R: Ciò può avvenire in un paio di modi. In primo luogo, a un certo punto il racconto che una persona fa della propria situazione può diventare peccaminoso, poiché equivale ad affermare che Dio è ingiusto. È lecito difendere la propria integrità, ma non screditare la giustizia di Dio.
In secondo luogo, e ciò è ancora peggiore, alcuni condannano Dio definendolo malvagio per giustificare il proprio comportamento malvagio.
D: In Giobbe 40:15, 21-22, che cos’è il behemoth?
R: Il termine significa «bestia», e la desinenza indica una bestia possente. Giobbe descrive un enorme animale terrestre erbivoro che vive tra i canneti. L’ippopotamo è il secondo animale terrestre più grande esistente oggi, e gli ippopotami vivono in Egitto, quindi potrebbe trattarsi di un ippopotamo. Alcuni potrebbero pensare che l’animale sia un elefante, interpretando la «coda» come una proboscide. Tuttavia, l’animale è un ippopotamo poiché si nasconde tra i canneti di una palude, mentre gli elefanti non rimangono immersi nell’acqua come fanno gli ippopotami. Un’altra interpretazione è che potrebbe trattarsi di un dinosauro, e le persone di allora, così come quelle di oggi, hanno visto ossa di dinosauro. I grandi dinosauri, come il brachiosauro, vivevano nelle paludi poiché avevano bisogno dell’acqua per sostenere il loro enorme peso, e gli antichi potevano trovare ossa di dinosauro.
D: In Giobbe 41:1, che cos’è il Leviatano?
R: Il Leviatano è un grande animale marino, probabilmente un coccodrillo. In senso figurato, il Leviatano era considerato un grande mostro marino. In Isaia 27:1 il Leviatano era un simbolo cananeo delle nazioni malvagie, come l’Egitto. La Bibbia e le fonti pagane differivano in quanto queste ultime credevano nell’esistenza reale delle creature mitologiche, mentre gli autori biblici utilizzavano tali termini in senso puramente figurativo e metaforico. La letteratura inglese del XVII secolo e dei periodi precedenti ricorreva spesso ad allusioni mitologiche in modo molto simile.
D: In Giobbe 41:18, cosa potrebbero significare in questo contesto i lampi di luce?
R: Quando un coccodrillo, che può rimanere sott’acqua per circa cinque minuti, riemerge e espelle l’acqua dal naso, alla luce del sole ciò può sembrare un lampo di luce. Gli occhi del coccodrillo brillano, come quelli dei gatti e di molti rettili. Gli occhi scintillanti dietro il «fumo» che esce dalle sue narici possono dare questa impressione. Per inciso, in Egitto, quando veniva incoronato un nuovo faraone, questi arpionava un ippopotamo e talvolta un coccodrillo (con l’aiuto di altri). Ciò simboleggiava il presunto controllo del faraone sul caos.
D: In Giobbe 42:1-17, le afflizioni di Giobbe, sia sul piano familiare che su quello della salute, erano una tentazione o una prova volta a forgiare il carattere?
R: Prima di rispondere alla domanda, esaminiamo il concetto di tentazione. Esistono molti tipi diversi di tentazioni: alcune sono di breve durata, altre lunghe; alcune sono lievi, altre gravi. In ogni prova è insita la tentazione di arrendersi, come quando la moglie di Giobbe lo esortò a «maledire Dio e morire».
Una prova può contribuire a rafforzare il carattere, ma non necessariamente. La stessa prova può rafforzare o distruggere il carattere a seconda delle persone, in base al modo in cui reagiscono. Tuttavia, invece di dare ascolto a sua moglie, Giobbe continuò a confidare in Dio, sebbene non in modo perfetto, e la sua prova contribuì a rafforzare il suo carattere.
Con cosa sta lottando oggi? Può essere un’esperienza che rafforza il carattere o che lo distrugge: «tutto dipende dalla sua dipendenza». Sta confidando in Dio durante questa prova, o sta cercando di farcela da solo, lontano da Dio?
D: In Giobbe 42:1-6, perché la risposta di Giobbe fu appropriata?
R: Giobbe imparò a non rivolgersi più a Dio come a un «principe maestoso», come aveva fatto in Giobbe 31:37. In Giobbe 42:1-6, Giobbe ammise di essere stato presuntuoso nell’accusare Dio ed era sinceramente pentito di ciò che aveva detto. Dio non sta affermando che ogni singola parola di Giobbe nel libro di Giobbe fosse corretta (anzi, non lo erano), ma che la risposta finale di Giobbe fu corretta.
D: In Giobbe 42:5, come poté Giobbe vedere Dio e rimanere in vita, dal momento che Esodo 33:20 afferma che nessuno può vedere Dio e rimanere in vita?
R: Giobbe non sta dicendo di aver visto fisicamente Dio in una forma particolare. Piuttosto, Giobbe ha sperimentato Dio in modo più intimo rispetto a quanto avesse fatto in precedenza. L’esperienza che Giobbe ha vissuto in questa occasione era del tutto diversa dalle speculazioni filosofiche di Giobbe e dei suoi tre amici di prima. Il cristiano Blaise Pascal parlò della differenza tra «il Dio dei filosofi e la fede nel Dio vivente che si fa conoscere».
D: In Giobbe 42,6, cosa disprezzava esattamente Giobbe?
R: La parola «me stesso» non compare nell’ebraico. Giobbe potrebbe intendere di disprezzare le sue parole precedenti, oppure di disprezzare se stesso per aver pronunciato quelle parole. Potrebbe anche significare «Rifiuto ciò che ho detto».
D: In Giobbe 42:7-8, l’ira di Dio si scatenò contro i tre amici di Giobbe per ciò che avevano detto nel tentativo di difendere Dio. In quali modi, oggi, le persone potrebbero esprimersi nel tentativo di difendere Dio, finendo per causare più danno che beneficio?
R: Con questo versetto il libro passa dalla poesia alla prosa. I tre amici di Giobbe avevano accusato Giobbe di essere malvagio davanti a Dio. Pensavano di servire Dio e di aiutare un uomo ingiusto. Tuttavia, con un ribaltamento di situazione, Dio dice a Giobbe di offrire sacrifici per i loro peccati. Dio chiama Giobbe «il mio servo Giobbe» quattro volte per dare enfasi in Giobbe 42:7-8.
D: In Giobbe 42,8-10, quando dovremmo pregare affinché Dio perdoni gli altri?
R: È molto curioso che, mentre gli amici di Giobbe gli parlavano senza sosta, non vi sia alcuna testimonianza che essi abbiano mai pregato per lui. Ma qui Dio ha chiesto a Giobbe di pregare per i suoi amici. Cinque punti da considerare nella risposta.
1. Dio ha il diritto di perdonare o di non perdonare, di mostrare misericordia o di rifiutarsi di farlo (Romani 9:11-18).
2. L’unica restrizione è il limite che Egli stesso ha posto alla propria giustizia.
3. Dio sceglie di perdonare tutti coloro che si rivolgono a Lui con spirito di pentimento.
4. Tuttavia, una persona ha bisogno della grazia di Dio anche solo per avvicinarsi a Lui. Dio sceglie di intervenire per condurre alcuni al pentimento, mentre per altri non interviene.
5. In Atti 7, Stefano pregò affinché Dio perdonasse coloro che lo avevano ucciso, e anche noi dovremmo pregare affinché Dio intervenga con la Sua misericordia anche verso gli altri.
D: In Giobbe 42:10, in che modo le benedizioni di Giobbe furono raddoppiate, dal momento che egli aveva solo dieci figli per sostituire i dieci che aveva perso?
R: Se non esistesse l’aldilà, questo sarebbe un problema legittimo. Ma ciò mette in luce un punto interessante. Se i primi dieci figli di Giobbe menzionati in Giobbe 1:2 fossero stati credenti, Giobbe avrebbe venti figli in Paradiso e le sue benedizioni sarebbero raddoppiate.
D: In Giobbe 42:11, stavano confortando Giobbe per l’afflizione che Satana gli aveva inflitto, o per quella che Dio gli aveva inflitto? È corretto affermare che Dio abbia causato l’afflizione?
R: Anche se Satana fu la causa più diretta dell’afflizione di Giobbe, Dio, in modo indiretto, «la provocò» permettendola. Il punto importante non era l’afflizione in sé, bensì la reazione di Giobbe ad essa. Non è che Giobbe si sia limitato a dire: «Voglio riavere ciò che mi appartiene». Piuttosto, Giobbe desiderava parlare con Dio e ne ricavò una nuova visione. E poi Dio gli restituì ciò che gli apparteneva, ma in quantità doppia.
Per inciso, a quanto pare i parenti di Giobbe lo avevano abbandonato, considerandolo una causa persa. Finora non li abbiamo visti da nessuna parte nel libro.
D: In Giobbe 42:11, in che modo Dio ha fatto venire il male su Giobbe?
R: Dio ha fatto abbattersi il male su Giobbe in due modi.
Giobbe fu colpito da calamità fisiche, e il termine «male» in ebraico indica sia le calamità fisiche che il male morale.
Dio ha permesso a un essere moralmente malvagio, Satana, di opprimere Giobbe. Satana stava compiendo il male, ma ha dovuto chiedere il permesso a Dio, e Dio glielo ha concesso. Dio non ha compiuto alcun male morale di Sua iniziativa, ma ha permesso a Satana di mettere alla prova Giobbe.
D: In Giobbe 42:11-17, qual è il riassunto di ciò che accadde a Giobbe?
R: Gli amici di Giobbe ritenevano che la sofferenza servisse sempre a scopo disciplinare, mentre Giobbe pensava che fosse finalizzata alla distruzione. Elihu affermò che poteva servire a fornire una guida. Ma Dio la stava utilizzando per scopi del tutto diversi: per dimostrare la propria potenza contro Satana e per far maturare il rapporto di Giobbe con Lui.
Osservate la situazione di Giobbe. È senza parole dopo aver contemplato la maestà di Dio ed è pentito per le parole avventate pronunciate in precedenza. Giobbe soffre ancora fisicamente, ha ancora perso tutte le sue ricchezze, ma ora è soddisfatto del fatto che Dio gli parli. Una volta che ebbe pregato per il perdono per i suoi tre amici e per se stesso, Dio iniziò davvero ad agire, raddoppiando le sue ricchezze, donandogli lo stesso numero di figli e concedendogli molti altri anni di vita, poiché visse altri 140 anni dopo questo episodio, forse raddoppiando anche la durata della sua vita. Dopo che Giobbe ebbe visto più da vicino Dio, nessuno poté negare che Giobbe fosse stato grandemente benedetto.
In sintesi, attraverso le difficoltà Dio ha donato a Giobbe una nuova visione di Sé. Anche noi dovremmo desiderare una nuova visione di Dio. Come dice Giobbe 13:15a: «Anche se mi uccidesse, io spererei in Lui.» (BSB)
D: In Giobbe 42:15, quale significato ha il fatto che le sue figlie fossero così belle?
R: Dio non solo benedisse Giobbe per la sua fedeltà, ma benedisse anche la sua famiglia grazie alla fedeltà di Giobbe. Inoltre, questo versetto dimostra che la bellezza fisica è un bene.
D: Nel libro di Giobbe, quali sono alcuni dei manoscritti più antichi che esistono ancora oggi?
Rotoli del Mar Morto: (circa 1 a.C.) 4 copie distinte secondo «Dead Sea Scrolls Today», pag. 30, e il «Wycliffe Bible Dictionary», pagg. 436-438. Si tratta dei manoscritti 2Q15, 4Q99, 4Q100 e 4Q101.
Complessivamente, nei Rotoli del Mar Morto sono conservati i seguenti 292 versetti su un totale di 1.071 versetti del Libro di Giobbe (27,3 %)
Giobbe 3:5-6; 4:16-21; 5:1-4; 8:15-17; 9:27; 13:4, 19-20, 24-27; 14:4-6, 13-17; 17:14-16; 18:1-4; 19:11-19,20; 20:1-6; 21:2-10,20-27; 22:3-9,16-22; 23:1-8; 24:12-17,24-25; 25:1-6; 26:1-2, 10-14; 27:1-4, 11-20; 28:4-13, 20-28; 29:7-16, 24-25; 30:1-4, 13-20, x, 27-31; 31:1, 8-16, 26-32, 4-; 31:14-19; 31:20-21; 32:1-3, 10-17; 32:3-4; 33:6-16, 24-32; 33:10-11, 24-26, 28-30; 33:28-30; 34:6-17,24-34; 34:28-31; 35:5-15,16; 36:7-16,23-33; 37:1-5,10-19; 38:3-13,23-33; 39:1-11,20-29; 40:4-14,23-31; 41:15-26; 42:1-2,4-6,9-12. Per ulteriori dettagli, si veda *Il significato dei Rotoli del Mar Morto*.
Tra i Rotoli del Mar Morto rinvenuti nella grotta 4 sono state rinvenute traduzioni aramaiche del Libro di Giobbe, denominate targum. *I Rotoli del Mar Morto oggi*, pagg. 32-33, e *I Rotoli del Mar Morto tradotti: i testi di Qumran in inglese*, 2ª ed. Il Targum di Giobbe contiene piccoli frammenti tratti da Giobbe 17:14-42:11, sebbene solo il brano 37:10-42:11 sia integro, secondo quanto riportato in *The Wandering Aramean*, pag. 164. Inoltre, secondo *The Wandering Aramean*, pag. 165, un altro targum di Giobbe ha conservato Giobbe 3:4 e Giobbe 4:16-5:4. Il rotolo 11QtgJob contiene i versetti 16:3, 18:23, 30:4, oltre ad altri versetti.
Teodozio realizzò una traduzione greca dell’Antico Testamento, che include il libro di Giobbe.
Simmaco e Aquila furono altri ebrei che realizzarono anch’essi traduzioni greche dell’Antico Testamento, includendovi il libro di Giobbe.
I manoscritti cristiani della Bibbia Vaticanus (325-350 d.C.), Sinaiticus (340-350 d.C.) e Alexandrinus (circa 450 d.C.) hanno conservato integralmente il libro di Giobbe.
D: Quali autori antichi fecero riferimento a Giobbe?
Gli autori pre-niceni che hanno citato o fatto riferimento a versetti del Libro di Giobbe sono:
Filo l’Ebreo di Alessandria (15/20 a.C.–50 d.C.) cita Giobbe 14,4 nell’opera *Sul cambiamento dei nomi*, cap. 6 (47), pag. 345.
Clemente di Roma (96-98 d.C.) cita Giobbe 1,1 come «Scritto da Giobbe» in 1 Clemente, cap. 17, pag. 9.
Giustino Martire (circa 138-165 d.C.) menziona Giobbe e Zaccaria nel *Dialogo con Trifone l’ebreo*, cap. 103, pag. 251
Melito/Meleto di Sardi (170-177/180 d.C.): «Come in Giobbe, parlando del diavolo: “Egli è l’inizio delle vie del Signore”» (Giobbe 40,19). Da *Orazione sulla Passione del Signore*, frammento 8, pag. 761
Teofilo di Antiochia (168-181/188 d.C.) cita Giobbe 9,9 in *Teofilo ad Autolico*, libro 1, cap. 6, pag. 91. Non fa riferimento a Giobbe in nessun altro punto.
Clemente di Alessandria (193-202 d.C.) cita Giobbe 1,21 attribuendolo a Giobbe. *Stromati*, libro 4, cap. 25, p. 439
Tertulliano (197-220 d.C.) tratta delle tribolazioni di Giobbe, menzionandolo per nome. *Sulla pazienza*, cap. 14, pag. 716
Tertulliano (207/208 d.C.) allude a Giobbe 1,12. «Cinque libri contro Marcion», libro 5, cap. 13, p. 456
Ippolito (222-235/6 d.C.) cita Giobbe 31,1 come tratto da Giobbe nel suo Commento ai Proverbi, pag. 173
Origene (225-254 d.C.): «Anche nell’ultimo (capitolo) di Giobbe, in cui il Signore rivolge a Giobbe, in mezzo alla tempesta e alle nuvole, ciò che è riportato nel libro che porta il suo nome», Origene, Contro Celso, libro 6, cap. 43, pag. 593.
Cipriano, vescovo di Cartagine (circa 246-258 d.C.), cita Giobbe attribuendo le parole a Giobbe stesso nei *Trattati di Cipriano*, Trattato 12, terzo libro, 1,14.
Cipriano di Cartagine (circa 246-258 d.C.) discute in dettaglio Giobbe 2,10 e 1,8 nei *Trattati di Cipriano*, Trattato 7, cap. 10, pag. 471
Firmiliano di Cesarea a Cipriano (256 d.C.) «Poiché la grazia di Dio è potente al punto da unire e legare nel vincolo della carità e dell’unità anche quelle cose che sembrano essere divise da una notevole distanza geografica, secondo il modo in cui già nell’antichità la potenza divina unì nel vincolo dell’unanimità Ezechiele e Daniele — sebbene più giovani di età e separati da loro da un lungo lasso di tempo — a Giobbe e Noè, che furono tra i primi; così che, sebbene fossero separati da lunghi periodi, tuttavia, per ispirazione divina, percepivano le stesse verità». Lettere di Cipriano, Lettera 74.3, p. 390
Ponzio (dopo il 258 d.C.) «Se Giobbe, glorioso per la testimonianza di Dio, fu definito un vero adoratore di Dio e uno a cui non vi era nessuno sulla terra che potesse essere paragonato, egli insegnò che dovremmo fare tutto ciò che Giobbe aveva fatto in precedenza… Egli, disdegnando la perdita dei propri beni, ottenne un tale vantaggio dalla sua virtù così messa alla prova, che non avvertì le perdite temporali nemmeno a livello affettivo. Né la povertà né il dolore lo abbatterono; le insistenze di sua moglie non lo influenzarono; le terribili sofferenze del proprio corpo non scossero la sua fermezza». La vita e la passione di Cipriano, cap. 3, p. 268
Gregorio il Taumaturgo (240-265 d.C.) allude a Giobbe 20,20 e 1,21 in Una metafrasi del Libro dell’Ecclesiaste, cap. 5, pagg. 12-13
Dionigi di Alessandria (246-256 d.C.) cita parte di Giobbe 14,1 come Scrittura. Da *Libri sulla natura*, frammento 3, pag. 86.
Metodio di Olimpo e di Patara (270-311/312 d.C.) cita Giobbe 38:14 (Septuaginta) e Giobbe 10:8 come attribuibili a Giobbe in *Il banchetto delle dieci vergini*, discorso 2, cap. 2, pag. 314
Dopo Nicea
Afrajat il Siro (337-345 d.C.) cita Giobbe 16,19 «come disse Giobbe». *Dimostrazioni selezionate*, cap. 22.10, p. 405
Atanasio (367, 325-373 d.C.): «Vi sono, dunque, nell’Antico Testamento ventidue libri in totale; poiché, come ho sentito dire, è tramandato che questo sia il numero delle lettere tra gli Ebrei; il loro ordine e i loro nomi sono i seguenti. Il primo è la Genesi, poi l’Esodo, a seguire il Levitico, dopo di esso i Numeri e infine il Deuteronomio. A questi seguono Giosuè, figlio di Nun, poi i Giudici, poi Ruth. E ancora, dopo questi quattro libri dei Re, il primo e il secondo sono considerati come un unico libro, e allo stesso modo il terzo e il quarto come un unico libro. E ancora, il primo e il secondo libro delle Cronache sono considerati come un unico libro. Anch’essi, il primo e il secondo libro di Esdra costituiscono un unico libro. A questi segue il libro dei Salmi, poi i Proverbi, quindi l’Ecclesiaste e il Cantico dei Cantici. Segue Giobbe, poi i Profeti, i cui dodici libri sono considerati come un unico libro. Poi Isaia, un unico libro; poi Geremia con Baruch, le Lamentazioni e l’epistola, un unico libro; in seguito, Ezechiele e Daniele, ciascuno un libro. Fin qui si estende l’Antico Testamento». Atanasio, Lettera pasquale 39, cap. 4, p. 552.
Paciano di Barcellona (342-379/392 d.C.) allude a Giobbe 42,10. Lettera 3, cap. 24.1, p. 66
Efraim (350-378 d.C.)
Basilio di Cappadocia (357-378/379 d.C.)
Cirillo di Gerusalemme (circa 349-386 d.C.)
Ambrogio di Milano (370-390 d.C.)
Gregorio di Nazianzo (330-391 d.C.) menziona Giobbe nel suo poema sulla Scrittura. Il poema di Gregorio è (in greco) contenuto nel volume 37 della Patrologia Graeca di Migne, colonne 471-474 (Carmina Dogmatica, Libro 1, sezione 1, Carmen XII). Per ulteriori informazioni, si veda http://www.bible-researcher.com/gregory.html.
L’eretico donatista Ticonio (dopo il 390 d.C.)
Gregorio di Nazianzo (330-391 d.C.)
Paciano (342-379/82 d.C.)
Gregorio di Nissa (circa 356-397 d.C.)
Didimo il cieco (398 d.C.) parafrasi Giobbe 1,7-12; 2,2-6 come «il libro di Giobbe» Commento a Zaccaria 3, pp. 68-69
Libro siriaco dei Passi (350-400 d.C.)
Rufino (374-406 d.C.)
Girolamo (373-420 d.C.) tratta dei libri dell’Antico Testamento. In particolare, discute di Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio, il Pentateuco, Giobbe, Gesù figlio di Nave [Giosuè], Giudici, Ruth, Samuele e Re (2 libri), i dodici profeti, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia, Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, Ester, Esdra, Neemia, Lettera 53, cap. 7-8, pagg. 99-101.
Concilio di Cartagine (218 vescovi) (393-419 d.C.)
Epifanio di Salamina (360-403 d.C.) era ossessionato dal numero 22. Egli elenca i 22 (!) libri dell’Antico Testamento nel seguente ordine: Pentateuco (5), Giosuè, Giobbe, Giudici, Ruth, Salmi, Cronache (2), Re (4), Proverbi, Ecclesiaste, Cantico [Cantico di Salomone], Dodici profeti, Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, Esdra (2), Ester. Il Libro delle Lamentazioni non si adattava al suo sistema artificioso, pertanto lo collocò alla fine. Questi sono i 39 libri di cui disponiamo oggi.
Giovanni Crisostomo (-407 d.C.) fa riferimento a Giobbe 2,9 nell’opera «Giobbe, vol. 9, Sulle statue», omelia 4.5, p. 366, e 4.10, p. 369
Orosio/Hosio di Braga (414-418 d.C.) fa riferimento a Giobbe 1,7 in «Giobbe. Difesa contro i pelagiani», cap. 20, pag. 143
L’eretico pelagiano Teodoro di Mopsuestia (392-423/429 d.C.)
Agostino di Ippona (338-430 d.C.) fa riferimento a Giobbe 34,30 come a «ciò che è scritto nel libro di Giobbe». *La natura del bene*, *Contro i manichei*, cap. 32, vol. 4, p. 358
Giovanni Cassiano (419-430 d.C.)
D: Nel libro di Giobbe, quanto differisce il testo masoretico dai targum aramaici presenti nei Rotoli del Mar Morto?
Sono molto simili. Ecco un targum (parafrasi) di Giobbe 42,9-12 tratto dalla colonna 38 del documento 11Q10. La traduzione è tratta dalla Dead Sea Scrolls Study Edition, volume 2, pag. 1201. «[Lo Shuhita e Zofar il Naamatita] fecero [come era stato loro detto da] Dio; e Dio ascoltò la voce di Giobbe e perdonò loro i peccati per amor suo. E Dio si volse /verso Giobbe/ con misericordia e gli diede il doppio di tutto ciò che aveva posseduto. Allora vennero da Giobbe tutti i suoi amici, tutti i suoi fratelli e tutti i suoi conoscenti, e mangiarono con lui nella sua casa, consolandolo per tutto il male che Dio gli aveva inflitto. E ciascuno gli donò una pecora (femmina) e ciascuno un anello d’oro. Spazio vuoto. E Dio benedisse G[io]bbe alla fine[…]»
Si noti che il testo masoretico riporta un pezzo d’argento al posto di una pecora.
D: Nel libro di Giobbe, quali sono alcune delle differenze di traduzione tra l’ebraico e la Settanta greca?
Nel complesso il greco sembra vicino all’ebraico. L’eccezione principale è che la copia più antica del libro di Giobbe della Settanta è più breve di un sesto. Ecco alcune delle differenze di traduzione dal capitolo 1. La prima frase è la traduzione ebraica, la seconda è la versione della Settanta.
Giobbe 1:3 «più grande di tutti i figli dell’Oriente» contro «nobile dell’Oriente»
Giobbe 1:6 «figli di Dio» contro «angeli»
Giobbe 1:6, 7, 12 «Satana» contro «il diavolo» per quattro volte
Giobbe 1:10 «e i suoi beni sono aumentati nel paese» contro «ha moltiplicato il suo bestiame nel paese»
Giobbe 1:11 «non maledire» contro «benedire»
Giobbe 1:13 «mangiare e bere» contro «bere»
Giobbe 1:15 «Sabei» contro «predoni»
Giobbe 1:16 «Il fuoco di Dio è caduto» contro «Il fuoco è caduto dal cielo» (in entrambi i casi si fa riferimento a un fulmine)
Giobbe 1:16 «giovani» contro «pastori»
Giobbe 1:17 «Caldei» contro «cavalieri»
Giobbe 1:18 «bere vino» contro «bere»
Giobbe 1:19 «dall’altra parte del deserto» contro «dal deserto»
Giobbe 1:19 «giovani» contro «i vostri figli»
Giobbe 1:22 «attribuire colpa» contro «imputare follia»
Giobbe 2:11 «Elifaz, re dei Temaniti, Baldad, sovrano dei Saucheani, Sofar, re dei Minaeani»
Giobbe 3:4 «giorno» (ebraico e Alessandrino) contro «notte» (Settanta)
Giobbe 3:6 «gioire» contro «essere uniti» (Settanta, siriaco, Targum, Vulgata)
Giobbe 5:5 «Lo strappa persino dalle spine, e un laccio rapisce i loro beni» (Masoretico) contro «Non saranno strappati dagli uomini malvagi. La potenza li allontanerà» (Settanta) contro «E l’uomo armato lo prenderà con la violenza. E l’assetato berrà le loro ricchezze» (Aquila, Simmaco, siriaco, Vulgata)
Giobbe 7:20 «Sono un peso per me stesso.» (Testo masoretico, Targum, Vulgata) vs. «Sono forse un peso per voi?» (In questo caso la Settanta conserva molto probabilmente la lettura più antica, mentre il testo masoretico fu modificato per rimuovere ciò che era ritenuto blasfemo. Lo sappiamo grazie a una nota degli scribi, o Tiqqune sopherim, che è stata conservata.)
Giobbe 8:14a «Ciò in cui egli ripone fiducia è fragile» (TM) contro «Poiché la sua casa sarà disabitata» (Settanta) contro «La cui fiducia sarà recisa» (siriaco)
Giobbe 9:19 «me» contro «lui» (Settanta, siriaco, Vulgata)
Giobbe 10:8 «tutti insieme mi circondano; eppure Tu mi distruggi» contro «in seguito Ti sei mutato e mi hai colpito» (Settanta, siriaco)
Giobbe 10:20 «Non sono forse pochi i miei giorni? Allora cessate, e» contro «Non sono forse pochi i giorni della mia vita?» (Settanta, siriaco)
Giobbe 13:14 (domanda) vs. (affermazione)
Giobbe 14:3 «Lo porterete» vs. «Lo porterete?» (Settanta, Vulgata, siriaco)
Giobbe 14:10 «Dov’è?» vs. «Non c’è più»
Giobbe 14:16 «numero» vs. «contato» (Settanta) vs. «non conta» (siriaco)
Giobbe 15:23a «cibo per gli avvoltoi» (‘ayyay) (MT) contro «dove (‘ayyeh) si trova» (Settanta) contro «Egli fugge a causa della minaccia del giudizio» (siriaco)
Giobbe 16:3 «Hanno forse fine le parole vane? O cosa vi spinge a rispondere?» contro «Che cosa! C’è forse qualche ragione nelle parole vane? O cosa vi impedirà di rispondere?»
Giobbe 17:10 «tutti loro» (molti manoscritti masoretici, Targum) contro «tutti voi» (alcuni manoscritti masoretici, Settanta, siriaco, Vulgata)
Giobbe 18:3 «Fino a quando userete la perversione al posto delle parole?» vs. «Per quanto tempo continuerete?»
Giobbe 19:20 «in me» (la maggior parte dei testi masoretici) contro «in lui» (molti testi masoretici, Settanta e Vulgata)
Giobbe 19:28 «in me» (molti testi masoretici) contro «in lui» (alcuni testi masoretici, Settanta, Teodozio, Vulgata)
Giobbe 21:24 «secchi» contro «viscere» (Settanta, Vulgata) contro «fianchi» (siriaco) contro «seni» (Targum) (A quanto pare, gli studiosi moderni non sono gli unici ad aver avuto difficoltà con questa parola!)
Giobbe 21:28 «la tenda, la dimora» (masoretico) contro «il rivestimento dei tabernacoli» (Settanta) contro «la dimora» (Vulgata)
Giobbe 22:8 (assente) contro «E voi dite» (Targum di Giobbe dei Rotoli del Mar Morto)
Giobbe 22:8 «così buio» contro «luce»
Giobbe 22:9 «furono schiacciati» contro «avete schiacciato» (Settanta, siriaco, Targum, Vulgata)
Giobbe 22:17 «a loro» contro «a noi» (Settanta, siriaco, Targum dei Rotoli del Mar Morto)
Giobbe 22:30 «colui che non è innocente» contro «l’innocente»
Giobbe 23:2 «ribelle» (Masoretico) contro «fuori dalla mia portata» (Settanta) contro «amaro» (siriaco, Targum, Vulgata)
Giobbe 23:2 «la mano su di me» (Masoretico, Targum, Vulgata) contro «la sua mano» (Settanta e siriaco)
Giobbe 23:9 «egli si volge» contro «io mi volto» (Settanta, siriaco)
Giobbe 23:12 «conservato da» contro «conservato in» (Settanta, Vulgata)
Giobbe 24:2 «essi [gli empi]» contro «gli empi»
Giobbe 24:21 «Egli maltratta» contro «egli non ha trattato… bene»
Giobbe 24:24 «come tutti gli altri» contro «come la malva»
Giobbe 25:3 «la sua luce» contro «il suo laccio/agguato» (Forse i traduttori della Settanta videro la parola ebraica ‘orebo invece della parola ‘orehu.)
Giobbe 26:5 «spiriti defunti» contro «giganti»
Giobbe 27:19 «egli non è più» (Masoretico, Targum) contro «Ma non aggiungerà» (Settanta, siriaco) contro «Ma non toglierà nulla» (Vulgata)
Giobbe 28:11 «argina/lega» contro «esplora/indaga» (Settanta, Aquila e Vulgata)
Giobbe 28:13 «il suo prezzo» contro «la via per raggiungerlo»
Giobbe 29:6 «ira» contro «la roccia» (alcuni testi masoretici)
Giobbe 30:11 «la corda del mio arco» (testo masoretico, siriaco, Targum) contro «la corda del Suo arco» (Septuaginta, Vulgata)
Giobbe 30:18 «la mia veste è deturpata» (testo masoretico, traduzione letterale di Green) contro «diventa per me come un abito» (testo masoretico), contro «ha afferrato la mia veste / mi stringe le vesti» (Settanta)
Giobbe 31:32 «alla strada» (Masoretico) contro «al viandante» (Settanta, siriaco, Targum, Vulgata)
Giobbe 32:1 «ai propri occhi» contro «ai loro occhi» (Settanta, Simmaco e siriaco)
Giobbe 32:3 «lo condannò» contro «condannò Giobbe, e così aveva condannato Dio» (un’antica tradizione scribale ebraica)
Giobbe 32:9 «molti» contro «vecchi» (Settanta, siriaco, Vulgata)
Giobbe 33:30 «per essere illuminati dalla luce della vita/dei viventi» contro «affinché la mia vita possa lodarlo nella luce» (Settanta tradotta da Lancelot) contro «affinché possano vedere la luce della vita» (Settanta)
Giobbe 34:6 «Sono considerato un bugiardo» contro «egli [Dio] mente»
Giobbe 39:13 «struzzo» contro «di coloro che gioiscono (= pavone)» (La Settanta riporta «struzzo» in tutti gli altri passaggi del libro di Giobbe.)
Giobbe 39:19 «con una criniera» contro «con terrore»
Giobbe 39:21 «scavano» contro «scava» (Settanta, siriaco, Vulgata)
Giobbe 41:6 «mercanti» contro «Fenici»
Giobbe 41:7 «Potete riempire la sua pelle di ferri appuntiti [arpioni], o la sua testa di lance da pesca?» contro «E tutte le navi riunite non sarebbero in grado di sostenere la sola pelle della sua coda; né potranno trasportare la sua testa in imbarcazioni da pesca»
Giobbe 41:9 «uno è abbattuto / sopraffatto» contrapposto a «gli dei hanno sopraffatto» (Simmaco, siriaco)
Giobbe 41:9 «Qualsiasi speranza di sottometterlo» contro «la vostra speranza» (un testo masoretico)
Giobbe 41:11 «che io ripagherò» contro «e sarò al sicuro»
Giobbe 41:22 «debolezza o sgomento» (gli studiosi non sono certi del termine ebraico) contro «distruzione»
Giobbe 42:11 «un pezzo d’argento» (testi masoretici e Simmaco) contro «un agnello» (Settanta) (La traduzione della Settanta di Lancelot riporta una nota a piè di pagina secondo cui potrebbe trattarsi di una moneta con l’effigie di un agnello.) (Il rabbino Akiba e Qimchi sostengono che si riferisca al denaro.)
Giobbe 42:16 «140 anni» (testo masoretico) contro «240 anni» (Settanta) contro «248 anni» (Alessandrino)
Giobbe 42:17 «pieno di giorni» (versione masoretica e di Aquila (126 d.C.)) contro «pieno di giorni: ed è scritto che risorgerà con coloro che il Signore risuscita» (Settanta e Teodozio)
Giobbe 42:17+ (assente) contro «Quest’uomo è descritto nel libro siriaco come residente nella terra di Ausis, ai confini dell’Idumea e dell’Arabia: e il suo nome in precedenza era Jobab; e avendo preso in moglie un’araba, generò un figlio il cui nome era Ennon. Egli stesso era figlio di suo padre Zare, uno dei figli di Esaù, e di sua madre Bosorrha, per cui era il quinto discendente di Abramo. E questi erano i re che regnarono in Edom, paese sul quale egli stesso governò: in primo luogo, Balac, figlio di Beor (Semphor nell’Alessandrino), e il nome della sua città era Dennaba; ma dopo Balac, Jobab, detto Job; e dopo di lui Asom, che era governatore proveniente dal paese di Thaeman; e dopo di lui Adad, figlio di Barad, che distrusse Madiam nella pianura di Moab; e il nome della sua città era Gethaim. E i suoi amici che vennero da lui erano Elifaz, dei figli di Esaù, re dei Taemaniti, Baldad, sovrano dei Sauchaei, e Sofar, re dei Minaei».
Bibliografia relativa a questa domanda: la traduzione ebraica è tratta dalla «Literal Translation» di Jay P. Green, mentre la versione della Settanta proviene dalla traduzione di Sir Lancelot C.L. Brenton intitolata «The Septuagint: Greek and English». Sono stati utilizzati anche l’«Expositor’s Bible Commentary» e le note a piè di pagina delle Bibbie NASB 1995, NIV 1985, NKJV e NRSV.