< Domanda sulla Bibbia da parte di James
D: In Giacomo 1:1-5:20, chi è Giacomo?
R: Giacomo è il fratellastro di Gesù Cristo. Non si tratta di Giacomo, il discepolo di Gesù e fratello di Giovanni, poiché Giacomo il discepolo fu ucciso.
La Lettera di Giacomo è stata redatta in un greco eccellente. È possibile che Giacomo abbia scritto il libro di proprio pugno, oppure che lo abbia dettato a uno scriba.
D: Nella Lettera di Giacomo, dato che Giacomo è il fratello del Signore e non uno dei dodici discepoli né l’apostolo Paolo, perché dovremmo leggere la Lettera di Giacomo?
R: Dovremmo leggere la Lettera di Giacomo per almeno due motivi.
1. Gesù apparve in modo particolare a Giacomo in 1 Corinzi 15:7.
2. Paolo si riferì a Giacomo come ad un apostolo in Galati 2,7-8. Ippolito (222-235/6 d.C.) menziona Giacomo, fratello del Signore, primo vescovo di Gerusalemme e uno dei settanta apostoli, nella sua opera *Sui dodici apostoli*. Origene (225-254 d.C.) fa riferimento a Giuseppe Flavio, che scrive di Giacomo, nell’opera «Contro Celso», libro 1, cap. 47, pag. 416.
D: Per quanto riguarda la Lettera di Giacomo, quando è stato scritto questo libro?
R: Giuseppe Flavio afferma che Giacomo, fratello del Signore, fu martirizzato nel 62 d.C., quindi dovrebbe essere stato scritto prima di quella data. Molti studiosi ritengono che sia stato redatto tra il 45 e il 60 d.C., anche se probabilmente più vicino al 45 d.C. Alcuni ritengono che questo sia stato uno dei primi libri del Nuovo Testamento ad essere stati scritti.
D: Cosa afferma Giuseppe Flavio riguardo a Giacomo?
R: Disponiamo di due fonti: lo stesso libro di Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche 20.9.1 e 18.5.2) e una seconda fonte indipendente, Origene (attivo tra il 225 e il 254 d.C.), che scrive in merito a quanto riportato da Giuseppe Flavio. Ecco cosa afferma Origene nel libro 1, capitolo 47, pagina 416 dell’opera *Contro Celso*: «Infatti, nel XVIII libro delle sue *Antichità giudaiche*, Giuseppe Flavio testimonia che Giovanni era un battista… Ora, questo autore, pur non credendo in Gesù come il Cristo, nel cercare la causa della caduta di Gerusalemme e della distruzione del Tempio – mentre avrebbe dovuto affermare che la congiura contro Gesù fosse la causa di queste calamità abbattutesi sul popolo, poiché essi misero a morte Cristo, che era un profeta – afferma tuttavia – trovandosi, sebbene suo malgrado, non lontano dalla verità – che queste calamità si abbatterono sugli ebrei come punizione per la morte di Giacomo il Giusto, che era fratello di Gesù (detto Cristo), - gli ebrei lo avevano messo a morte, sebbene fosse un uomo che si distingueva per la sua giustizia.”
D: Per quanto riguarda la Lettera di Giacomo, quale potrebbe essere una buona struttura di questo libro?
R: Molti sostengono che la Lettera di Giacomo sia un libro difficile da schematizzare. Esistono cinque diverse schede della Lettera di Giacomo che concordano sulle «parti dei sottocapitoli», ma la struttura generale varia in ciascuna di esse. Ecco una semplice schema utile per ricordare il contenuto della Lettera di Giacomo.
Cap. Titolo
È difficile tracciare una struttura del Libro di Giacomo. Ecco una possibile struttura.
1:1-27 Innanzitutto, prestiamo attenzione al nostro rapporto con Dio e alla nostra maturità
- 1:3-12 La gloriosa salvezza attraverso Cristo
2-5:6 I peccati nei confronti del prossimo
- 2 Il favoritismo: il peccato dimenticato
- - 2:1-7 Nessun favoritismo verso le persone
- - 2:8-13 Nessun favoritismo nei confronti di parti della legge
- 3:1-18 I maestri e la lingua
- 4:1-10 La nostra lotta contro il mondo
- 4:11-17 Giudicare gli altri e dimenticare Dio
- 5:1-6 Condanna della mentalità dei ricchi
5:7-20 La pazienza, i giuramenti e la preghiera
- 5:7-11 La pazienza
- 5:12 I giuramenti
- 5:13-18 La preghiera: il canto, l’unzione e la confessione. Fede e pazienza nella preghiera di Elia
- 5:19-20 Recuperare con pazienza coloro che si sono smarriti
D: Nella Lettera di Giacomo, quali altre parti della Bibbia sono simili a questo libro?
R: A prima vista, la Lettera di Giacomo sembra unica, ma a un esame più attento risulta simile ad altri quattro libri.
Il libro dei Proverbi contiene molti precetti etici simili.
Il Discorso della Montagna (Matteo 5:3-7:23) presenta 26 parallelismi.
1 Giovanni e la Lettera di Giacomo presentano parallelismi sorprendenti.
Anche 1 Pietro e la Lettera di Giacomo presentano parallelismi.
Infine, la breve Lettera di Giacomo allude a passaggi presenti in 21 libri dell’Antico Testamento.
D: In Giacomo, quali sono le somiglianze con il libro dei Proverbi?
R: Ecco le somiglianze.
Versetti simili nella Lettera di Giacomo e nei Proverbi
Pensiero o concetto | Giacomo | Proverbi |
Importanza della saggezza | Gc 1,5 | Proverbi 2:3-6 |
Siate lenti nel parlare; non siate precipitosi nelle parole | Giacomo 1:19 | Proverbi 29:20 |
Quando le parole sono molte, il peccato non manca | Giacomo 3:2 | Proverbi 10:19 |
La lingua malvagia è come il fuoco | Giacomo 3:6 | Proverbi 16:27 |
I buoni frutti; il frutto della giustizia | Giacomo 3:18 | Proverbi 11:30 |
Contro i superbi, dona grazia agli umili | Giacomo 4:6 e 1 Pietro 5:5 | Proverbi 3:34 |
Non vantatevi del domani | Giacomo 4:13-16 | Proverbi 27:1 |
Copre i peccati | Giacomo 5:20; 1 Pietro 4:8 | Proverbi 10:12 |
Anche la Lettera di Giacomo presenta analogie con 1 Giovanni e 1 Pietro. Essa fa riferimento a passaggi contenuti in 21 libri dell’Antico Testamento.
D: In Giacomo, quali sono le somiglianze con il Discorso della Montagna in Matteo?
R: Ecco le somiglianze.
Versetti simili nella Lettera di Giacomo e nel Discorso della Montagna in Matteo
Pensiero o concetto | Lettera di Giacomo | Altri versetti |
Prove e tentazioni | Gc 1,2.12; 5,10 | Mt 5,10-12; Lc 6,23 |
Preghiera | Giacomo 1:5; 4:3; 5:13-18 | Mt 6,6-13; 7,7-12 |
L’occhio singolo | Giacomo 1,8; 4,8 | Mt 6,22-23 |
Ricchezza | Giacomo 1:10,11; 2:6-7 | Mt 6,19-21, 24-34 |
Il Padre che dona doni | Giacomo 1:17 | Mt 7,11; Lc 11,13 |
Ira | Giacomo 1,19-20; 4,1 | Mt 5,22 |
Siate persone d’azione, non solo ascoltatori | Giacomo 1:22 | Mt 7,24-27; Lc 6,46-47 |
La Legge | Giacomo 1:25; 2:1,12-13 | Mt 5,17-44 |
Limitarsi a professare la fede | Giacomo 1,26-27 | Mt 6,1-18 |
I poveri / i poveri di spirito | Giac 2,5 | Mt 5,3.5; 11,5; Lc 6,20; 7,22 |
La Legge Regale | Giacomo 2:8 | Mt 7,12 |
Chi trasgredisce una sola legge, le trasgredisce tutte | Giacomo 2:10 | Mt 5,19 |
L'omicidio rispetto alle altre leggi | Giacomo 2:11 | Mt 5,21-22 |
I misericordiosi ottengono misericordia | Giacomo 2:13 | Mt 5,7 |
Fede e opere | Giacomo 2,14-26 | Mt 7,15-27 |
Radice e frutto | Giacomo 3,10-12 | Mt 7,16-20; Lc 6,44-45 |
La vera saggezza | Giacomo 3,13 | Mt 7,24 |
L'artefice della pace | Giacomo 3,17-18 | Mt 5,9 |
Giudicare gli altri | Giacomo 4:11-12 | Mt 7,1-5 |
Tesori arrugginiti | Giac 5,2 | Mt 6,19-20; Lc 6,37; 12,33 |
I giuramenti | Giac 5,12 | Mt 5,33-37 |
Non si ottiene perché non si chiede vs. chiedete e vi sarà dato | Giacomo 4:2 | Mt 7,7 |
Piangete | Giacomo 4:9 | Mt 5,4?; Lc 6,25 |
Non vantatevi/non preoccupatevi del domani | Giacomo 4:13-15 | Mt 6,34 |
I profeti: esempi di sofferenza contro la persecuzione subita | Giac 5,10 | Mt 5,11-12; Lc 6,23 |
Non giurate; il vostro sì sia sì e il vostro no sia no. | Giac 5,12 | Mt 5,34-37 |
D: In Giacomo, quali sono le somiglianze con altri passaggi del Nuovo Testamento?
R: Ecco le somiglianze.
Pensiero o concetto | Giacomo | Altri versetti |
Fede senza dubitare | Gc 1,6 | Mt 21,21 |
Amate il vostro prossimo come voi stessi | Giacomo 2:8 | Mt 22,39-40 |
Umiliatevi | Giacomo 4:10 | Mt 23,12; Lc 14,11; 18,14 |
Sapere ciò che è giusto e non farlo: è peccato, contro l’essere percosso | Giacomo 4:17 | Lc 12,47 |
I ricchi piangono e gemono vs. guai ai ricchi | Giac 5:1 | Lc 6,24-25 |
Elia e la carestia causata dalla mancanza di pioggia | Giacomo 5:17 | Lc 4,25 |
D: In Giacomo 1:1 e Giacomo 2:1, la Lettera di Giacomo è sostanzialmente un’opera ebraica con lievi modifiche cristiane, come hanno sostenuto Spitta e Meyer?
R: No. Come sottolinea Peter Davids nel *New International Greek Testament Commentary* su Giacomo, alle pagine 14-15, la Lettera di Giacomo è un’opera profondamente cristiana per due ragioni principali, oltre a Giacomo 1:1 e 2:1.
1. Le somiglianze con altri libri del Nuovo Testamento, in particolare 1 Giovanni, 1 Pietro e il Discorso della Montagna in Matteo.
2. Concetti cristiani che non si ritrovano nell’ebraismo, quali la salvezza attraverso la Parola (Giacomo1:18 ) e gli «anziani della chiesa» (Giacomo5:14 ).
D: In Giacomo 1:1, a cosa si riferisce il termine «dispersione»?
R: Vi furono diverse dispersioni. In origine, quando gli ebrei furono esiliati dagli Assiri nel 722 a.C. e successivamente dai Babilonesi, molti continuarono a vivere in Mesopotamia, in Persia e in Egitto. In secondo luogo, all’epoca della Pentecoste descritta in Atti 2, vi erano ebrei non solo in queste terre, ma anche più a ovest, in Asia Minore, in Grecia, a Roma, persino nella Gallia meridionale e forse in Spagna. In terzo luogo, la persecuzione sotto Saulo di Tarso spinse i cristiani a lasciare la Giudea e a diffondersi in altri luoghi, come riportato in Atti 8. Naturalmente, in quanto cristiani sulla terra, nessuno di noi è ancora a casa; anche noi siamo dispersi in tutto il mondo. L’espressione «le dodici tribù della Dispersione» non è stata specificata; può riferirsi a tutte le situazioni sopra menzionate.
Giacomo ama molto i doppi sensi, e il riferimento alle «dodici tribù della Dispersione» è «magistralmente generico». Gli ebrei si sarebbero sentiti a proprio agio nel riconoscervisi, ma anche i cristiani avrebbero visto se stessi come la dispersione di Dio nel mondo. A volte è bene mantenere le cose generiche e non specifiche. Forse Giacomo ha lasciato questa espressione piuttosto generica perché, nel corso della sua vita, ha svolto il suo ministero tra gli ebrei e ha cercato di condurli nel regno.
D: In Giacomo 1:4, è certamente positivo che Dio ci doni la pazienza, ma perché questo versetto ci impartisce un comando esplicito, ovvero che è nostra responsabilità lasciare che la pazienza produca il suo pieno effetto?
R: Una ragione è che possiamo agire in modo da sottrarci alle difficoltà e interrompere il processo. Se Dio vuole che vi troviate in una determinata situazione e le cose si fanno difficili, perseverate con pazienza o vi tirate indietro? Fortunatamente (anche se in quel momento potrebbe non sembrare così) ci sono alcune prove dalle quali non possiamo sottrarci. Paolo affrontò la prova della sua «spina nella carne» in 2 Corinzi 12:8-10. Quando Paolo chiese a Dio di interrompere la prova e di rimuoverla, Dio rispose di no. Non solo Paolo dovette affrontare questa prova, ma non ne vedeva né la necessità né lo scopo, almeno fino a quando non si rivolse a Dio in preghiera. Anche noi non sempre vediamo la necessità o lo scopo delle nostre prove, oppure lo comprendiamo solo in un secondo momento.
D: In Giacomo 1,1-5,20, quali sono alcuni dei giochi di parole presenti nella Lettera di Giacomo?
R: Innanzitutto parliamo un po’ della struttura.
Struttura logica: molti occidentali utilizzano una struttura logica composta da un’introduzione, circa tre punti e una conclusione. Paolo varia abilmente questa struttura, ma fondamentalmente segue il modello occidentale. Quanti di voi, quando avete imparato questo per la prima volta nel corso di scrittura, hanno alzato la mano e chiesto cortesemente all’insegnante: «Non voglio utilizzare questa struttura organizzativa, posso ricorrere a una delle alternative consolidate?» Sono abbastanza sicuro che non molti di voi lo abbiano fatto!
Chiasmi: gli autori ebrei dell’Antico Testamento prediligevano i chiasmi, in cui la struttura era simmetrica, ad esempio con i punti: A, B, C, C’, B’, A’, con la differenza che la lunghezza poteva variare.
L’acrostico è un altro tipo di organizzazione, utilizzato anche nell’Antico Testamento. In un acrostico la prima lettera di un versetto segue l’alfabeto ebraico, oppure compone una parola.
Doppi significati: Giacomo adotta un approccio ancora diverso. Egli ricorre spesso ai doppi significati delle parole, non come giochi di parole umoristici, ma piuttosto come «transizioni» per collegare una sezione precedente a quella successiva. Un autore dell’Antico Testamento che utilizzava i giochi di parole più come espediente mnemonico è Michea in Michea 1:10-14. Dio stesso ricorre ai doppi significati quando si rivolge a Geremia in Geremia 1:11-14.
Contrasti: Per completare l’elenco, un’altra tecnica letteraria consiste nell’uso dei contrasti. Come direbbe Charles Dickens, tale tecnica è efficace sia nei momenti migliori, sia in quelli peggiori.
Ecco alcuni significati doppi e giochi di parole presenti nella Lettera di Giacomo.
Saluti: chairein in Giacomo 1:1 e gioia (charan) in Giacomo 1:2.
Prove esterne (peirasmois) in Giacomo 1:2 e tentazioni interiori (peirazomai) in Giacomo 1:12.
«Non mancare di nulla» in Giacomo 1:4 e «mancanza di saggezza» in Giacomo 1:5
Chiedere in Giacomo 1:5 e Giacomo 1:6.
La tentazione in Giacomo 1:12 e in Giacomo 1:13.
D: In Giacomo 1:2-4, in che senso è una gioia affrontare le prove? Ciò si riferisce alla vita qui sulla terra o a quella futura?
R: Innanzitutto, felicità e gioia non sono la stessa cosa. La felicità è un piacere fugace dovuto alle circostanze, mentre la gioia è un piacere duraturo indipendente dalle circostanze. In cielo, saremo ricompensati per le prove che abbiamo sopportato con perseveranza. Sulla terra, possiamo comunque assaporare la gioia di sapere che stiamo compiacendo Dio.
Sulla terra affronteremo prove varie e diverse; questa è una «preziosa promessa di Dio» di cui si parla in Giovanni 16:33. Sebbene questa traduzione sia probabilmente la migliore, un’altra interpretazione del termine greco è letteralmente «prove multicolori».
Per inciso, Giacomo non presenta questo concetto come un segreto che solo pochi cristiani devono scoprire. Piuttosto, esordisce con «come sapete», poiché sta semplicemente ricordando loro qualcosa che già dovrebbero sapere.
Nel lontano 1828, in America, ecco cosa scrisse una bambina cristiana di otto anni: «Oh, quanto sono felice nell’anima, anche se non posso vedere; sono determinata a essere serena in questo mondo. Quante benedizioni godo che altre persone non hanno; piangere e sospirare perché sono cieca non posso e non voglio». Queste parole furono scritte da Fanny J. Crosby, un’autrice di inni non vedente che compose oltre 8.000 inni, con oltre 100 milioni di copie pubblicate. A partire dall’età di 10 anni, memorizzava cinque capitoli della Bibbia alla settimana. Era inoltre un’oratrice che sosteneva con fervore le missioni cristiane di salvataggio per i perduti. (Citazione tratta dal «Believer’s Bible Commentary», pag. 2219.)
Una domanda correlata è: come ha potuto qualcuno, vedente o cieco che sia, scrivere oltre 8.000 inni? Non si tratta semplicemente di parole qualsiasi; gli inni della Crosby contengono una solida e profonda dottrina cristiana. Credo che gran parte della risposta risieda nel fatto che, memorizzando cinque capitoli della Bibbia alla settimana, la sua mente fosse piena di Scritture. Ma, se confrontiamo gli scritti di Giacomo con i Proverbi e il Discorso della Montagna, anche la mente di Giacomo era piena di Scritture e degli insegnamenti di Gesù. Anche le nostre menti dovrebbero essere piene di Scritture?
D: Poiché in Giacomo 1:5 si afferma che se a qualcuno manca la saggezza deve chiederla a Dio, era sbagliato che Joseph Smith, il fondatore del mormonismo, si recasse presumibilmente nei boschi per pregare e chiedere quale fosse la religione corretta?
R: Innanzitutto, occorre rivolgersi al Dio giusto. Prima di fondare il mormonismo, Joseph Smith era un occultista, dedito alla cristallomanzia. Ciò è documentato in un verbale processuale in cui fu condannato per questo reato e multato. È necessario rivolgersi al vero Dio.
In secondo luogo, occorre confrontare ciò che si ritiene di aver udito con la Bibbia. Poiché Joseph Smith sosteneva che gli uomini possano essere proprio come Dio è ora, avrebbe dovuto leggere Numeri 23:19 e 1 Samuele 15:29 per rendersi conto che ciò che gli era stato detto non proveniva dalla stessa fonte della Bibbia. Il racconto mormone più diffuso della prima visione è stato in parte inventato dopo la morte di Joseph Smith. Esistono almeno tre versioni contrastanti della prima visione.
In terzo luogo, è giusto pregare il vero Dio riguardo a questioni quali la scelta della chiesa da frequentare. Tuttavia, non preghiamo per cose che sappiamo essere non bibliche e sbagliate.
In quarto luogo, seguire ciò che Dio dice non è «subdolo». Joseph Smith affermò di aver ricevuto il comando di praticare la poligamia, e così sposò una seconda moglie. Tuttavia, non ne parlò alla sua prima moglie per oltre un anno.
D: In Giacomo 1:4, qual è la differenza tra un giovane cristiano obbediente e pieno di fervore per il Signore e un cristiano maturo?
R: Un giovane cristiano obbediente può essere molto zelante in senso positivo, ma potrebbe comunque aver bisogno di una guida saggia da parte di un credente più anziano. Un cristiano maturo dovrebbe possedere tale saggezza sia per sé stesso che per gli altri, ma dovrebbe fare attenzione che il proprio amore non inizi a raffreddarsi, come Gesù rimproverò alla chiesa di Efeso nell’Apocalisse.
D: In Giacomo 1:4, che cosa si intende esattamente per perseveranza e come dobbiamo coltivarla?
R: Il mio pastore ha definito la perseveranza come: «Persistere in una condizione, in un’impresa o in un’attività nonostante le influenze, le battute d’arresto, l’opposizione o lo scoraggiamento».
La perseveranza è l’arte di rimanere saldi e costanti nella propria fede e nella propria pratica, anche di fronte alla persecuzione e alla sofferenza. Potete trarre incoraggiamento dall’ascoltare o dal leggere le testimonianze di perseveranza altrui, ma l’unico modo per sapere di possederla è metterla in pratica.
D: In Giacomo 1,5-6, perché Giacomo dice di chiedere la saggezza? 1 Corinzi 12,8 distingue tra i doni della saggezza e della conoscenza. Qual è la differenza?
R: Tutti i cristiani devono possedere una certa dose di saggezza e tutti dovrebbero acquisire tutta la saggezza di cui hanno bisogno. In parte potrebbero ottenerla attraverso il proprio cammino con Dio, mentre in altri casi potrebbe derivare dai saggi consigli degli altri. Oltre a ciò, alcuni cristiani possiedono uno speciale dono spirituale di saggezza; talvolta apprendono le cose proprio mentre queste escono dalla loro bocca. Naturalmente i doni spirituali non sono da accumulare, ma da condividere con gli altri. Il dono spirituale della conoscenza consiste nel sapere ciò che insegna la Bibbia e, in generale, la volontà di Dio. Il dono spirituale della saggezza consiste nell’applicare la conoscenza di Dio a una situazione specifica. Conoscenza e saggezza spesso vanno di pari passo, ma non sempre.
D: In Giacomo 1,6-7, cosa si intende per «doppio animo» e in che modo alcune persone oggi sono «sballottate dalla tempesta» in mare?
R: Ciò si riferisce al desiderare due cose contraddittorie. «Doppio animo» si traduce più correttamente con «doppio cuore», nel senso di due affetti contraddittori. Una persona potrebbe avere una dipendenza dall’alcol o da qualcos’altro, ma desiderare anche di seguire Dio. Tale persona potrebbe non essere affidabile nel seguire Dio. Potrebbe decidere di seguire Dio un giorno, ma quando si presenta un’occasione per soddisfare il suo altro desiderio, quest’ultimo prende il sopravvento. Dio vuole che Lo amiamo con tutto il nostro cuore, non solo con una parte di esso.
Per quanto riguarda l’essere sballottati dalla tempesta, potete chiedere a Giona o a Pietro sul Mare di Galilea.
Qualcuno potrebbe desiderare un profitto illecito, pur volendo comunque essere considerato una persona retta. Come ha affermato una persona, se il sabato sera si balla con i peccatori, è difficile alzarsi e cantare con i santi la domenica mattina.
In definitiva, la maggior parte del peccato consiste nella doppiezza d’animo, poiché le persone desiderano il peccato ma non le conseguenze terrene ed eterne che ne derivano.
D: In Giacomo 1,9-11, perché Giacomo menziona qui i ricchi e i poveri, nel mezzo del discorso sulle prove e sulle tentazioni?
R: La ricchezza è collegata a entrambi gli aspetti. Tuttavia, Giacomo non sta parlando qui di alcuna prova legata al bisogno economico. Piuttosto, si riferisce alla prova dei poveri, quando subiscono lo sfruttamento da parte del sistema in generale, e di alcuni ricchi in particolare, unicamente perché sono poveri. Esiste inoltre la tentazione dell’invidia che i poveri possono provare.
Quindi, se non si è poveri, forse non si avranno questi problemi – ma si potrebbero avere altri problemi. C’è la prova di vivere una vita devota quando le ricchezze sono come una «calamita» che allontana dalla fiducia in Dio e fa svanire il proprio ministero e la propria testimonianza. È facile «gloriarsi delle proprie ricchezze» nonostante Geremia 9:23-24 ci dica espressamente di non farlo. C’è la tentazione dell’arroganza e di guardare dall’alto in basso le persone più povere come «non così utili» esclusivamente a causa del loro conto in banca.
D: In Giacomo 1:9, in che modo un uomo povero dovrebbe essere orgoglioso della sua posizione elevata?
R: Può rendersi conto che il denaro o la ricchezza che non possiede non hanno alcuna importanza in prospettiva eterna. In realtà non ha nulla di cui invidiare ai ricchi, poiché avere un cuore pieno di fede e scarse risorse finanziarie è meglio che possedere grandi ricchezze, ma nessuna fede.
D: Giacomo 1:10 si riferisce a un credente ricco o a un non credente ricco?
R: Non lo specifica. Da un lato, poiché Giacomo 1:9 parla di fratelli, si potrebbe dedurre che anche l’uomo ricco di Giacomo 1:10 sia un fratello. Tuttavia, Giacomo 1:11 non parla delle ricchezze, ma piuttosto del fatto che il ricco svanisce nel bel mezzo delle proprie aspirazioni.
Giacomo, come alcuni cinesi, è un maestro dell’ambiguità. Giacomo 1:10 non lo specifica; e forse perché a volte è difficile capire se una persona ricca sia cristiana o meno. Potrebbe «rivendicare il nome», ma, a giudicare dalla sua vita, non si ha davvero alcuna certezza, in un caso come nell’altro, su ciò che ha nel cuore.
A volte le ricchezze possono indurre un credente a «svanire» nella propria testimonianza e nel proprio ministero. C’era un cristiano che vinse una grossa somma di denaro. Ne donò prontamente almeno il 10% alla chiesa. Provvide inoltre al sostentamento della sua famiglia, al fondo per l’università dei figli, ecc. Dopo qualche tempo, utilizzò il suo denaro per ubriacarsi, assumere prostitute, e fu derubato un paio di volte nella sua auto, dove teneva una grande quantità di contanti. In seguito, affermò che avrebbe voluto non aver mai vinto la lotteria. Purtroppo non riuscì a gestire la tentazione della ricchezza.
D: In Giacomo 1,10-11, in che modo i cristiani ricchi dovrebbero trarre orgoglio dalla loro umile condizione?
R: Anche loro possono rendersi conto che la ricchezza che hanno accumulato per sé non serve a nulla quando saranno in cielo. Ma le loro ricchezze possono essere utili sulla terra, se le donano. Possono provare soddisfazione nell’abbassare la propria posizione, agli occhi del mondo, mentre donano la propria ricchezza. Pertanto, sebbene le ricchezze possano essere di grande utilità nel regno di Dio, dobbiamo renderci conto del pericolo che esse diventino una sorta di «calamita» che ci allontana da Dio.
D: In Giacomo 1:12, in che modo siamo benedetti nelle prove? Ciò si riferisce alla vita qui sulla terra o a quella futura?
R: In cielo ci sono promesse di ricompense in 1 Corinzi 3:10-14. Sulla terra siamo benedetti in almeno tre modi. Perseverare nelle prove rafforza il nostro carattere, e possiamo essere certi di compiacere Dio sopportandole con coraggio. Inoltre, la testimonianza che rendiamo agli altri può contribuire ad avvicinarli al Signore per la loro salvezza. Nell’uso moderno, non consideri una situazione come una «prova», ma pensi piuttosto che Dio le stia concedendo «un cambiamento radicale»!
D: In Giacomo 1:12, che cosa si intende per «corona»?
R: In greco vi sono due parole tradotte con «corona». Una è «diadema», la corona di un re, e l’altra è una ghirlanda di foglie conferita al vincitore in una competizione atletica. Qui si tratta della seconda parola.
D: In Giacomo 1:12 e Giacomo 1:2, qual è la differenza tra una prova e le tentazioni?
R: I termini greci non sono identici, ma simili. Le prove esterne e i tentativi esterni di tentare sono «peirasmois», mentre le cose interiori che realmente vi tentano sono «peirazomai». Entrambe mettono alla prova la nostra fede, ma potete pensare alle «prove sante», che potrebbero provenire da Dio, e alle «tentazioni empie» che non provengono da Dio.
D: In Giacomo 1:12, poiché le prove e le tentazioni possono rivelarsi per il nostro bene, dovremmo cercare attivamente prove e tentazioni?
R: No. Giacomo 1,14 afferma che i desideri dei credenti cercano già troppo le tentazioni. Entrambe ci si presenteranno; ma non dobbiamo cercare né le une né le altre. Allo stesso modo, non dovremmo cercare prove per altri credenti, né tentare altri credenti.
D: In Giacomo 1,13, Dio può essere tentato, dato che Esodo 17,7; Numeri 14,22; Deuteronomio 6,16 e Salmi 78,18,41,56; 95,9; 106,14 affermano che le persone tentarono Dio?
R: Le persone, sia nell’Esodo che oggi, possono cercare di tentare Dio, se lo desiderano, ma Dio non può essere tentato. Nei passaggi dell’Antico Testamento, il fatto che gli Israeliti tentassero Dio significa che peccarono a tal punto da provocare l’ira di Dio. Sembrava quasi che stessero tentando Dio affinché li distruggesse. Cosa potreste offrire a Dio per tentare l’Onnipotente? Come potreste ingannare l’Onnisciente?
D: In Giacomo 1:13 come mai nessuno è tentato da Dio, quando molti altri versetti dicono che Dio li ha messi alla prova?
R: Esiste una differenza tra tentare e mettere alla prova, così come tra permettere una prova e causarla.
Nessuno è tentato da Dio: Dio non indurrà mai né suggerirà mai a qualcuno di compiere il male o qualcosa che Gli dispiaccia.
Dio mette alla prova: Dio ci permette di trovarci in situazioni in cui saremo tentati, sebbene non ci lasci tentare oltre ciò che possiamo sopportare. Dio permette a Satana, ai demoni e ad altri di tentarci e di sottoporci a prove. Anche se Dio Onnipotente potrebbe impedire che tutte queste cose accadano, se lo volesse, Dio, nella Sua sovrana saggezza, ritiene che sia meglio che noi le affrontiamo, per sviluppare il nostro carattere cristiano e ricevere ricompense in cielo.
Il rabbino ebreo Chaninah (I secolo d.C.) disse: «Nessun male proviene dall’alto». Tratto da The Expositor’s Greek Testament vol. 4, pag. 4, 29-430.
D: In Giacomo 1:14, che cosa fanno i nostri desideri?
R: Si tratta di un termine derivante dalla caccia e dalla pesca. Sebbene possa significare «trascinare fuori», più comunemente indica l’essere attirati o indotti dall’esca.
D: In Giacomo 1:14-15, qual è il processo della tentazione?
R: Ha mai considerato che il peccato e le tentazioni, come il cancro, possono crescere? Questi versetti illustrano «tre generazioni di peccato». La tentazione ha inizio quando una persona prova desiderio per qualcosa. O si tratta di una cosa negativa, oppure non crede che Dio gliela concederà, oppure desidera ottenerla in modo scorretto. A quel punto inizia ad agire in base a quel desiderio, per ottenere ciò che vuole. Dopodiché, Satana vuole che subisca le conseguenze del proprio peccato. Molte volte un peccato non ha una sola causa. Così come un incendio può avere tre cause: aria, combustibile e una scintilla, il peccato può avere un’atmosfera, un desiderio e un’opportunità. Per ulteriori informazioni, consulti l’articolo «Superare la tentazione» all’indirizzo http://www.BibleQuery.org/Experience/Temptation/OvercomingTemptation.html.
D: In Giacomo 1:14 siamo tentati dal nostro stesso desiderio o da Satana, come affermano 1 Corinzi 7:5 e Atti 5:3?
R: Entrambe le affermazioni sono vere. Proprio come un incendio è causato sia da una scintilla che dalla legna, Satana cerca di alimentare i nostri desideri, il nostro orgoglio, la nostra avidità e le nostre paure per indurci a commettere peccati specifici. Satana può indurci a peccare con delle «esche», ma è nostra responsabilità non abboccare, bensì sfuggire alla tentazione. Giacomo 4:7 e 1 Pietro 5:8-9 sottolineano che dobbiamo resistere al diavolo. Se camminiamo vicino a Dio, la nostra legna viene trasformata in oro, e quella rimanente viene bagnata dall’acqua dello Spirito.
D: In Giacomo 1:15, a cosa si riferisce esattamente la «morte» in questo contesto?
R: La risposta migliore, fornita da A. Barnes, è: «la morte in tutte le sue forme». Può riferirsi alla morte fisica, alla morte spirituale e alla fine di un’amicizia, di una relazione o di un’opportunità.
D: In Giacomo 1:17, perché si menzionano sia un «dono buono» che un «dono perfetto»?
R: Si tratta di parole diverse in greco e Giacomo si riferisce a entrambe. La prima parola, «dosis», indica qualcosa che viene dato, mentre «dorema» significa un dono concreto. Secondo Filone, la parola «dorema» indicava un dono molto più forte e completo. Si potrebbero considerare come doni buoni provenienti da Dio, sia grandi che piccoli.
D: In Giacomo 1,17, che cosa significano qui le «luci»?
R: Sebbene il termine «celeste» non compaia nel testo greco, il contesto qui si riferisce alle luci celesti. Dal punto di vista fisico, essi consideravano il sole, la luna e le stelle nel loro insieme come luci celesti, secondo Genesi 1:14-18 e Salmo 136:7. Il Salmo 19:1-6 parla del firmamento e del sole come mezzi attraverso cui si manifesta la gloria di Dio. Spiritualmente, la luce è ciò grazie al quale vediamo la verità, ciò da cui siamo attratti e ciò che dovremmo seguire, come mostra il Salmo 19:7-14. Ma a differenza di Dio, una luce celeste può sembrare «cambiare», come fa la luna ogni mese o durante un’eclissi.
D: In Giacomo 1:17, che dire degli altri tipi di luci là fuori che non provengono da Dio?
R: Possiamo essere indotti a credere che altre luci siano simili al sole e seguirle perché sono più vicine. Se fossimo insetti, sarebbe come se Satana posizionasse delle lampade antinsetti all’esterno per fulminarci. Sì, sono là fuori e potrebbero sembrare attraenti, ma non dovremmo desiderare di avvicinarci a quelle luci.
D: In Giacomo 1:17, in che senso Dio non cambia come le ombre mutevoli?
R: Il carattere o gli attributi di Dio non cambiano. Numeri 23:19 e 1 Samuele 15:29 affermano che Dio non cambia idea, a differenza delle persone. Tuttavia, la volontà rivelata da Dio nei nostri confronti può cambiare quando noi cambiamo idea su qualcosa. Ad esempio, quando Dio disse al Faraone ai tempi di Abramo, ad Abimelech e in seguito ai Niniviti che sarebbero stati puniti in vari modi per il loro peccato, e questi si pentirono, allora la punizione non si abbatté più su di loro.
D: In Giacomo 1:18, in che modo Dio ci ha generati attraverso la parola di verità?
R: Da un lato, Dio ci ha dato nuova vita attraverso la parola di verità del Vangelo. Ma, più fondamentalmente, Gesù è il Verbo e la Verità, e noi abbiamo ricevuto la nuova vita grazie alla venuta di Gesù e alla Sua morte sulla croce per i nostri peccati.
D: In Giacomo 1:18 e in Apocalisse 14:4, in che modo le persone sono le primizie di Dio, dal momento che Cristo è menzionato in 1 Corinzi 15:20?
R: Cristo è il primogenito di tutti gli esseri umani che credono, poiché Gesù ha «aperto il velo» che conduce alla nostra salvezza. Giacomo 1:18 afferma che siamo una sorta di primizia di tutte le creature di Dio. I 144.000 di Apocalisse 14:4 sono una primizia di coloro che saranno salvati durante la tribolazione successiva al rapimento.
D: In Giacomo 1:18, in che senso siamo una sorta di primizia delle creature di Dio?
R: La Scrittura non risponde in modo specifico a questa domanda. Tuttavia, la Scrittura ci dice due cose.
Gli esseri umani in generale: siamo stati creati in modo meraviglioso e prodigioso (Salmo 139:14), Dio ha uno scopo speciale per noi (Salmo 8:4-8)
I figli di Dio: è una verità straordinaria che siamo chiamati figli di Dio (1 Giovanni 3:1), che regneremo con Cristo (Efesini 2:6-7) e che siamo persone che un tempo non appartenevano a Dio, ma ora ne fanno parte (1 Pietro 2:9-10). Vi sono anche molti altri versetti, ed essere primizie è solo una delle numerose benedizioni.
D: In Giacomo 1:19, a chi pensate che dovremmo prestare ascolto?
R: Giacomo 1:19 parla dell’ascolto in generale e non risponde alla domanda. Tuttavia, dobbiamo ascoltare innanzitutto Dio e, successivamente, i nostri responsabili della chiesa. Dobbiamo obbedire anche ai responsabili del governo. Tuttavia, 2 Timoteo 3:5 afferma specificatamente che non dobbiamo avere nulla a che fare con coloro che si allontanano, preferendo l’amore per i piaceri a quello per Dio. Se qualcuno chiaramente non segue Dio, allora non ha alcun motivo di seguirlo in qualità di responsabile della chiesa.
D: In Giacomo 1:19, dato che siamo chiamati a predicare il Vangelo, perché ritiene che dovremmo essere più pronti ad ascoltare che a parlare?
R: Anche quando si predica agli altri, è bene innanzitutto ascoltare il loro punto di vista. Nelle conversazioni individuali, va bene ascoltare più di quanto si parli.
D: In Giacomo 1:19 e 3:1, qual è la differenza tra una lingua sciolta, una lingua silenziosa e una lingua imbrigliata?
R: Una lingua sciolta dice cose, vere o false che siano, che non dovrebbero essere dette. Una lingua silenziosa non dice nulla, compreso persino ciò che andrebbe detto. Immaginate che ci sia un incendio in una chiesa, o una conflagrazione spirituale, e voi non diciate nulla. Una lingua imbrigliata è in grado di dire molto di più di quanto non faccia, ma si limita a dire solo ciò che è utile.
D: In Giacomo 1:19, di quali cose non dovremmo parlare?
R: Non dovremmo condividere nulla che Dio non voglia che condividiamo, quindi pregate Dio affinché vi mostri nel vostro cuore quando è il momento di tacere. Ecco alcune nozioni fondamentali su ciò di cui non dovremmo parlare.
Fare arrabbiare gli altri, a meno che non abbiano motivo di essere arrabbiati per qualcosa.
Vantarsi o millantare
Le informazioni riservate che altri vi hanno confidato, indipendentemente dal fatto che avrebbero dovuto farlo o meno
Scoraggiare o dissuadere un’altra persona dalla rettitudine, come fece la moglie di Giobbe. (Dissuaderla dal peccato, invece, va bene.)
Esaltare il peccato. (Quella volta che mi sono ubriacato al bar, è stato fantastico...)
Affermazioni false o menzogne, compresa l’adulazione
Glorificare gli altri, metterli su un piedistallo. (Onorarli, invece, è positivo.)
Dichiarazioni dannose o offensive nei confronti dell’altra persona o di altri
Esprimere insulti per sminuire l’altra persona o gli altri
Giudicare gli altri, sebbene sia lecito affermare che le azioni peccaminose sono tali
Affermare consapevolmente cose che fanno perdere fiducia nelle proprie parole
Essere prolissi, verbosi e prolissi, fornendo più informazioni di quante la persona desideri ascoltare e sentire
Diffondere informazioni false e maliziose per danneggiare gli altri o per divertirsi a loro spese
Informazioni riservate su un’altra persona che questa non desidera vengano divulgate. (Indipendentemente dal fatto che si ritenga giusto o meno non divulgarle.)
Plagiare ciò che ha detto un altro, senza citarne la fonte. Non appropriarsi delle parole altrui come se fossero proprie.
Accuratezza discutibile (non si è realmente certi che sia vero o meno)
Riportare alla luce le azioni negative compiute dall’altra persona, dopo che ne avete già discusso e l’avete perdonata. Tali fatti dovrebbero essere dimenticati.
Segreti che potrebbero causare la morte, il danno o l’ingiusta incarcerazione di una persona innocente
Informazioni che potrebbero indurre altri in tentazione. (Quella volta che mi sono ubriacato in quel bar specifico, dove le bevande costano la metà...)
Informazioni riservate che avete promesso al vostro datore di lavoro, ex datore di lavoro o cliente di non divulgare.
Denigrare o diffamare un’altra persona
Che persone malvagie potrebbero sfruttare a proprio vantaggio
Umorismo o informazioni vietate ai minori, erotiche, indecenti o volgari
Non state onorando né Dio né i vostri fratelli cristiani
Le persone dovrebbero vedere la vostra vita in azione, ma non dovreste sentirvi in dovere di dover sempre dire qualcosa.
D: In Giacomo 1,19-20, quale motivo viene addotto per essere pronti ad ascoltare e lenti all’ira?
R: Si afferma specificatamente che l’ira delle persone non produce la giustizia di Dio. Non si dice di non parlare affatto, ma se ritardiamo nel parlare, ascoltando prima, è meno probabile che diciamo cose dette con rabbia che non sono d’aiuto e di cui in seguito ci pentiremo (o almeno dovremmo pentirci).
Il semplice fatto che Dio lo abbia comandato è la ragione che ci basta. Tuttavia, a volte ciò che Dio comanda è benefico per noi anche dal punto di vista fisico. La rivista «Health & Healing» del dottor Julian Whitaker, vol. 10, n. 8, agosto 2000, pag. 5, riporta che le persone pronte all’ira hanno una probabilità 2,7 volte maggiore di subire un infarto rispetto a quelle meno inclini all’ira.
D: In Giacomo 1:20, per quale altro motivo dovremmo essere lenti all’ira?
R: Quando parlate, chiedetevi perché sentite il bisogno di parlare proprio in quel momento. Stiamo parlando principalmente per sentirci meglio, per fare bella figura, oppure per dire ciò che Dio vuole che diciamo per aiutare al meglio gli altri? Giacomo ci dice che la nostra ira, in particolare, non contribuisce a realizzare quest’ultima opzione. Cercate di fare in modo che ogni parola che esce dalla vostra bocca sia ciò che Dio vorrebbe che diceste, e per quanto riguarda tutte le altre parole, semplicemente non pronunciatele affatto. È di gran lunga meglio tacere, piuttosto che dire cose che non dovreste dire.
D: In Giacomo 1:19, 21 e in Giacomo 1:26, perché Giacomo associa così prontamente la lingua alla sporcizia morale?
R: Sebbene la lingua possa pronunciare parole oscene, essa può soprattutto fungere da porta d’accesso per compiere ogni sorta di male.
D: In Giacomo 1:20, poiché l’ira dell’uomo non opera per la giustizia di Dio, è mai lecito adirarsi?
R: La Bibbia non ci comanda di non arrabbiarci mai; infatti, a volte proveremo rabbia quando condividiamo i sentimenti di Dio riguardo a una situazione. Ma Efesini 4:26 dice che non dobbiamo lasciare che il sole tramonti sulla nostra ira. In altre parole, non trattenete la vostra ira fino al momento di andare a letto. Efesini 4:27 dice di non dare al diavolo alcun appiglio. Perché, in verità, quando pensate di aggrapparvi alla vostra ira, in realtà è la vostra ira ad aggrapparsi a voi.
Come nota a margine, anche Proverbi 29:11 menziona che dobbiamo essere lenti a parlare.
D: In Giacomo 1:21, cosa significa «spogliarsi della sporcizia morale»?
R: Il versetto 21 può essere considerato una conclusione della sezione precedente, l’introduzione alla sezione seguente o, più probabilmente, entrambe le cose.
Il termine greco qui utilizzato per indicare la sporcizia, ribarion, significa proprio «sporcizia», ma un termine molto simile, ribara, significa «logoro». Si spogli di tutto ciò che sminuisce la sua vita cristiana perché è «logoro», se non addirittura «sporco».
Il termine greco per «togliere» o «spogliarsi», apothememoi, si riferisce spesso al togliersi gli abiti sporchi. Quando qualcuno indossa abiti puliti, che gradualmente si sporcano sempre di più, è facile non accorgersene e continuare a indossarli come se tutto fosse ancora normale. Prestate attenzione a ciò che considerate «normale».
Questo può anche essere considerato un interessante complemento alla parabola del seminatore. Potremmo essere terreno fertile che ha già accolto la Parola, ma potremmo comunque avere qualche zizzania morale nei paraggi. Abbiamo la responsabilità di occuparci di quelle zizzanie e di non lasciarle crescere.
D: In Giacomo 1,21 «pertanto» può significare «al fine di realizzare quanto detto in precedenza», «fare quanto detto in precedenza per realizzare quanto segue» oppure «quanto detto in precedenza era un esempio di ciò che occorre fare ora». Quale significato ritiene sia inteso in questo contesto?
R: Considerando la domanda in modo logico, se chiamiamo Giacomo 1,19 «A» e Giacomo 1,21 «B», ci sta forse dicendo di fare «A» per realizzare «B», oppure di fare «B» per realizzare «A», oppure che «A» era un esempio di come fare «B»?
È la seconda opzione. Della salvezza non si parla fino a Giacomo 1:21, ed essa avviene tramite la Parola radicata (Gesù). Giacomo 1:19 è un comando che ci viene dato di mettere in pratica, mentre 1:21 è necessario affinché possiamo realizzare quanto indicato in Giacomo 1:19.
D: In Giacomo 1:21, è la Parola radicata che salva le nostre anime, oppure è Cristo, oppure è il sangue di Cristo o la grazia di Dio?
R: Tutte le precedenti; si tratta di modi diversi di considerare la stessa cosa. La grazia amorevole di Dio è la ragione ultima per cui siamo salvati, non il nostro merito. L’«evento» che è stato la causa della nostra salvezza è stata la morte e la risurrezione di Gesù. La nostra vita è sostenuta dalla parola radicata in noi, che è Gesù, la Verità e il Verbo, che vive nel nostro cuore. Il mezzo attraverso il quale questa grazia ci è stata elargita è stato Gesù, secondo Tito 3:6-7 ed Ebrei 1:9. Lo Spirito di Dio deve dimorare in noi affinché noi apparteniamo a Cristo, come afferma Romani 8:9-11. Infine, siamo salvati per grazia mediante la fede (Efesini 2:8), e il messaggio del Vangelo non ha alcun valore per noi se non lo uniamo alla fede, come insegna Ebrei 4:2.
Un aspetto che è facile trascurare è che Giacomo non sta parlando solo della parola di Dio, una volta radicata in noi, che alla fine ci salverà dalla punizione del peccato; Giacomo si concentra anche sul fatto che essa ci salva dal potere del peccato fin da ora.
D: In Giacomo 1:22, cosa significa «ingannare se stessi»?
R: Le persone si ingannano continuamente. Una volta ho mostrato a una studentessa universitaria musulmana le prove che il Corano è stato alterato, e la sua risposta è stata: «So per fede che quelle cose non sono vere». Quella è stata la fine della discussione; non ha voluto prendere in considerazione alcun fatto che potesse modificare la sua opinione.
In termini espliciti, le persone possono scegliere di credere a cose che non sono vere. Potrebbero farlo non perché ne siano convinte razionalmente, ma perché temono le conseguenze qualora credessero il contrario. Allo stesso modo, si rendono conto che dovrebbero apportare dei cambiamenti se credessero il contrario, e non sono disposte a compiere tali cambiamenti. A volte una persona osserva una serie di elementi che ritiene essere fatti a sostegno della propria convinzione, e ne vede altri che la contraddicono. Anziché esaminare entrambe le serie di fatti e ritenere accettabile modificare il proprio punto di vista, si limita semplicemente a ignorare i fatti che le risultano scomodi.
Implicitamente, le persone possono vedere cose che sono abbastanza palesemente vere, eppure continuano ad affermare che siano poco chiare o dubbie. Non sono abbastanza disoneste da credere il contrario, ma non sono abbastanza oneste con se stesse da affermare ciò che dovrebbero.
Se una persona crede in una certa cosa e, per qualsiasi motivo, vede ciò che sembrano essere fatti veri che la contraddicono, il primo passo verso la verità deve essere semplicemente riconoscere che quegli altri fatti avvalorano un altro punto di vista. Quando leggete la Bibbia e vedete cose diverse da ciò in cui credete, invece di esserne scontenti, potete rallegrarvi. Ora avete davanti a voi l’opportunità di cambiare, di diventare più saggi e di entrare maggiormente in sintonia con Dio. Come ha detto una persona: «Mi riservo il diritto di diventare più saggio».
D: In Giacomo 1:22, perché ascoltare la parola vera e non mettere in pratica ciò che essa dice significa ingannare se stessi? Dopotutto, la parola è vera.
R: Quando un edificio sta bruciando, dire a una persona che deve abbandonarlo non serve a nulla se la persona non lo lascia mai. Allo stesso modo, ascoltare la vera parola non serve a nulla se la persona non vuole crederci e agire di conseguenza. Giacomo si riferisce a coloro che non hanno un buon rapporto con Dio. Può trattarsi sia di non credenti che non hanno alcun rapporto con Dio, sia di credenti ipocriti che devono tornare al loro primo amore e proseguire nel loro cammino.
Giacomo prosegue illustrando come si debba essere persone che agiscono e non solo ascoltatori in tre modi specifici: il comportamento individuale, la cura degli altri nella società e i valori interiori.
D: In Giacomo 1,23-25, perché ascoltare senza mettere in pratica è come guardarsi in uno specchio e poi allontanarsi dimenticando il proprio aspetto?
R: Prima di rispondere a questa domanda, parliamo del concetto di specchio. Sebbene all’epoca non esistessero specchi di vetro, si utilizzavano specchi di ottone lucido in grado di riflettere i contorni, anche se i colori potevano non essere identici. Uno specchio offre un’immagine accurata del proprio aspetto. Non lusinga e non offende; mostra semplicemente ciò che si è. Non appena ci si allontana dallo specchio, ciò che rimane è solo un ricordo; non ci si vede più.
La Parola di Dio è straordinaria nel fornirci nuove informazioni e verità, ma ha sempre anche un secondo scopo (se glielo permettiamo). È uno specchio del nostro carattere. Possiamo scrutare la Parola di Dio, e essa ci mostra dove falliamo, rimanendo al di sotto delle aspettative, e dove possiamo crescere, cambiando. In 2 Corinzi 13:5 Paolo esorta i credenti a esaminare se stessi. Il modo in cui lo facciamo non è secondo uno standard arbitrario e inventato di nostra fantasia, ma piuttosto secondo la verità di Dio contenuta nella Sua Parola. Tuttavia, se guardate nello specchio di Dio e non volete mettere in pratica ciò che esso indica, quando vi allontanate vi rimane solo un ricordo e non è avvenuto alcun cambiamento.
L’insegnamento secondo cui dobbiamo essere persone d’azione e non solo ascoltatori si trova anche in Matteo 7:21-27; Luca 11:28; Giovanni 13:17 e Romani 2:13.
D: In Giacomo 1,25, qual è la legge perfetta che dona la libertà?
R: L’obbedienza a Dio dona libertà, ed è questa che siamo chiamati a seguire oggi. Si tratta della libertà dalle dipendenze, dalle ossessioni e dalla paura. Non si tratta della Legge mosaica dell’Antico Testamento, poiché l’Antica Alleanza è ormai superata, secondo Ebrei 8:13. Ma questa legge consiste nel fare ciò che è gradito a Dio. Essa può essere sintetizzata così: «Ama il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua mente, e ama il tuo prossimo come te stesso».
D: In Giacomo 1:25, tutti sanno in linea generale cosa sia una legge: restrizioni del tipo «fai questo» o «non fare quello». Come spiegherebbe quindi a qualcun altro che si tratta di una legge che dona libertà?
R: Sembra effettivamente un paradosso, ma esaminiamo un esempio. Le norme del codice della strada, come il divieto di guidare in senso contrario in una corsia, ci consentono di spostarci rapidamente da un luogo all’altro. Sì, le leggi sono restrizioni, ma la struttura delle restrizioni in alcuni ambiti ci offre maggiore libertà di muoverci con sicurezza, rapidità e maggiore sicurezza in altri ambiti. L’alcolista o il tossicodipendente, che ignora la legge di Dio di non ubriacarsi o intossicarsi ed è costantemente alla ricerca della sua prossima «dose», è meno libero, non più libero, di una persona che segue la legge di Dio in questo ambito.
D: In Giacomo 1:25, in che modo siamo benedetti nel compiere il bene?
R: Non solo siamo benedetti con una ricompensa in Paradiso, ma siamo benedetti già ora con una gioia nel compiacere Dio. Ciò non si riferisce a benedizioni materiali, che potremmo ricevere o meno.
È vero che a volte, quando aiutiamo gli altri, proviamo sentimenti positivi, otteniamo ricompense finanziarie e maggiori opportunità in questa vita. Le persone desiderano lavorare e frequentare coloro che si prendono cura di loro e sono disposti ad aiutarle.
Tuttavia, a volte, quando aiutiamo gli altri e li benediciamo, non otteniamo nulla di tutto ciò, o potremmo persino ottenere il contrario. Ma a prescindere da ciò, Dio ci ricompensa in cielo per le opere buone che compiamo, con le giuste motivazioni, sulla terra, secondo 1 Corinzi 3:14.
D: In Giacomo 1:26, quali sono i due passi per tenere a freno la lingua?
R: Giacomo sottolinea l’importanza di controllare la nostra lingua. Il primo passo è un impegno strategico: sappiamo che in futuro ci saranno cose divertenti che potremmo dire, o altre cose che vorremo davvero, davvero dire, che non saranno moralmente corrette, o che saranno meschine o piene di odio. Ci saranno cose che riteniamo davvero necessarie da dire se fossero vere, ma non abbiamo la certezza che lo siano. Tuttavia, ci impegneremo a tacere, piuttosto che lasciare che quelle cose malsane escano dalla nostra bocca. Ciò potrebbe significare essere meno spiritosi, meno persuasivi o sembrare meno profondi, ma abbiamo scelto di essere meno in tutte queste cose, per onorare Dio con la nostra lingua.
Il secondo passo è un punto tattico da tenere presente in ogni momento. Tenete sempre la bocca chiusa, a meno che non ne esca qualcosa di buono o di edificante. Se sta per uscire qualcosa di solo parzialmente buono, non lasciate uscire nemmeno quello. Proverbi 17:28 dice: «Anche uno stolto è considerato saggio se tace, e perspicace quando trattiene la lingua». Oppure, come alcuni hanno scherzosamente osservato: «È meglio tacere ed essere considerati sciocchi, piuttosto che aprire bocca e fugare ogni dubbio».
D: In Giacomo 1:27, alcuni cristiani affermano di non voler essere religiosi, ma di voler semplicemente amare il Signore. Alla luce di Giacomo 1:27, cosa c’è di sbagliato in questa affermazione?
R: Forse hanno avuto una brutta esperienza con ciò che si potrebbe definire cristianesimo, e quindi pensano che la religione e il cristianesimo organizzato debbano essere evitati. La religione può essere tossica o negativa, e alcune forme di religione vanno evitate. Ma Giacomo ha affermato che alcune sono buone. Inoltre, se si disprezza i cristiani in generale, si sta disprezzando la sposa di Cristo.
D: Giacomo 1:27 afferma che dobbiamo mantenerci immacolati e incontaminati dal mondo. Ma il mondo e le sue influenze sono così contaminanti! La TV, i film, Internet, gli amici, i cosiddetti amici: come possiamo riuscirci?
R: Come ha affermato un evangelista televisivo, il primo passo per servire Dio è alzare il dito. Il secondo passo è ruotarlo per spegnere la TV. Man mano che rinunciamo volontariamente a guardare così tanta TV, film e Internet, vi sembrerà incredibile quanto tempo libero abbiamo ora a disposizione. Non è che la TV, i film e Internet siano di per sé sbagliati, ma possono diventarlo per voi se vi dedicate loro una quantità eccessiva di tempo.
Tuttavia, alcuni programmi televisivi, film e contenuti su Internet sono sbagliati, non solo una perdita di tempo. Potete scegliere consapevolmente ciò che decidete di non vedere e non ascoltare. Potete anche decidere consapevolmente di non ripetere mai le cose oscene che avete sentito.
D: In Giacomo 2:1-5:6, cosa c’è di interessante riguardo alla struttura di questo brano?
R: Tornando a Giacomo 1:18, Giacomo evidenzia tre caratteristiche di Dio: a) la Sua cura per gli indifesi, b) la Sua parola di verità e c) il Suo proposito di santità. Successivamente, in Giacomo 1:26-27, si parla di tre segni distintivi di un figlio di Dio (invertendo i punti a e b): b) una lingua controllata, a) un ministero di cura e c) una vita santa. Ciò che Giacomo ha menzionato brevemente riguardo a Dio, e poi riguardo a noi, lo approfondisce in a) un ministero di cura (Giacomo 2:1-16), b) una lingua controllata (Giacomo 3:1-12) e c) una vita santa (Giacomo 3:13-5:6).
D: In Giacomo 2:1, perché non dovremmo mostrare parzialità, dal momento che Dio mostra parzialità nei confronti dei non credenti?
R: Il contesto della Lettera di Giacomo si rivolge ai credenti, ai quali si chiede di non favorire nessuno in base al fatto che sia ricco o povero. Una ragione del tutto sufficiente per non mostrare favoritismi è semplicemente che Dio lo comanda. Ma al di là di questa verità, tutti noi siamo creati a immagine di Dio, e Dio non mostra alcuna parzialità nei confronti della nostra ricchezza materiale, della nostra origine etnica, del nostro genere o della nostra intelligenza. A volte un cristiano potrebbe mostrare parzialità nei confronti di qualcuno che ha divorziato, quando il divorzio non è stato per colpa sua.
Curiosamente, il termine qui utilizzato per indicare la parzialità, «prosupolumphiais», non è stato rinvenuto nella letteratura greca profana; a quanto pare, non lo consideravano nemmeno né ritenevano che ci fosse nulla di sbagliato nell’essere parziali. Ciò era universalmente ritenuto giusto nell’antica società pagana. Un paio di secoli più tardi, intorno al 230 d.C., esistevano due tipi di romani: i «nobili» (honestior) e la gente comune (humilior). I nobili godevano di maggiori diritti, di pene più lievi ed erano favoriti nelle cause civili. La gente comune poteva essere bruciata viva come punizione, mentre ai nobili ciò non era consentito. Si veda *I Padri della Chiesa: Origene sui Salmi*, pag. 393, per ulteriori informazioni al riguardo.
Il termine ebraico corrispondente significa letteralmente «ricevere il volto», ovvero l’accettazione o un trattamento migliore semplicemente in virtù di chi è la persona. Anche l’Antico Testamento si pronunciava contro la parzialità, quindi non si trattava di una novità introdotta da Giacomo. Anche Gesù affermò espressamente che i poveri erano beati in Luca 6:20. Successivamente, anche Paolo affermò che Dio non fa favoritismi in Romani 2:11.
L’imparzialità nei confronti della ricchezza non equivale alla cecità verso ogni cosa. Giacomo 2:1 utilizza l’esempio della ricchezza, mentre Galati 3:28 mostra che non dobbiamo mostrare parzialità in base alla razza o al genere. Tuttavia, dobbiamo espellere dalla chiesa gli individui che commettono peccati di cui non si pentono, come l’incesto (1 Corinzi 5:2).
Gli abiti «eleganti», lampra in greco, indicano abiti ricchi o propri di una persona nobile. Gli «abiti sporchi» qui indicano gli abiti che indosserebbe una persona povera.
D: In Giacomo 2:1-3, in che modo la descrizione di Giacomo della discriminazione o del favoritismo si applica a molti contesti odierni?
R: Il favoritismo può essere palese se riguarda una carica pubblica. Può essere sottile quando la selezione si basa sul favoritismo. Le persone ottengono qualcosa in una chiesa se donano ingenti somme di denaro? Si asseconda chi è in grado di donare di più? In una buona chiesa ciò non accade.
La discriminazione può avvenire anche in base alla razza, all’origine etnica o alla lingua.
La discriminazione non è sempre maliziosa. Può essere del tutto involontaria, come mostra Atti 6,1 nella distribuzione del cibo alle vedove di lingua greca. Può trattarsi di snobismo o di implicite «distinzioni di casta», che non sono maliziose ma comunque riprovevoli. Può anche basarsi su insegnamenti errati che ci sono stati trasmessi. Potremmo razionalizzare erroneamente il desiderio di «proteggere» determinati tipi di persone dall’entrare in determinate situazioni, quando in realtà le stiamo discriminando. La discriminazione può avere uno scopo (sia esso malizioso o buono ma mal intenzionato), oppure può essere del tutto insensata, come nel caso dei bagni separati in base alla razza nel Sud degli Stati Uniti, ben rappresentato nel film «Hidden Figures». Se la vostra chiesa è prevalentemente composta da persone di una sola razza o di un unico gruppo etnico e vi si presenta qualcuno diverso, vi assicurate che si senta ben accolto nella casa di Dio? E se venisse a casa vostra?
Se vi rendete conto di nutrire discriminazione nel vostro cuore, o se volete assicurarvi di non avere alcuna discriminazione nascosta, un passo per superarla è avere amici che provengano da quel contesto. Se vi sentite a disagio o avete paura di «quel tipo di persone», dovete decidere se date più valore al vostro benessere, o alla vostra presunta sicurezza, piuttosto che all’obbedienza a Dio. Se avete difficoltà a comprendere qualcuno a causa del suo accento, dovreste semplicemente rinunciare a stringere amicizia con lui, oppure fare uno sforzo, magari con l’aiuto di amici comuni o di un software di traduzione, per comunicare? Quando ascoltate a sufficienza una persona che ha un accento per voi difficile da comprendere, acquisite gradualmente la capacità di capire non solo quella persona, ma quell’accento in generale.
Ma qualunque sia il tipo di discriminazione o pregiudizio, Dio non vuole affatto che noi discriminiamo. In Cristo non c’è né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né uomo né donna, secondo Galati 3:28. Tuttavia, poiché le persone possono discriminare senza nemmeno rendersene conto, abbiamo tutti bisogno di esaminare attivamente noi stessi e assicurarci che non vi sia alcun contesto in cui potremmo essere involontariamente colpevoli di ciò.
D: In Giacomo 2,1-3, cosa fare se qualcuno viene in chiesa e si sa che si trova nel Paese illegalmente?
R: Innanzitutto, si consideri il motivo per cui si trova nel Paese illegalmente. Per alcuni è una scelta personale quella di attraversare il confine. Ma conosco un adulto che è stato portato in America dal Messico quando aveva pochi mesi. Per il governo è uno «straniero noto» e ha vissuto in America per tutta la vita, fatta eccezione per brevi viaggi in Messico. Il Messico non lo accetterebbe, poiché nemmeno lì lo considerano un cittadino messicano. Qualche tempo fa è stata concessa l’«amnistia» ai «dreamers», ma il suo arrivo in America è avvenuto dopo la scadenza prevista per l’amnistia. Pertanto, può lavorare qui, ma non può svolgere un’attività che richieda una tessera di previdenza sociale.
Ho letto di un’altra persona che, ogni settimana, entrava illegalmente negli Stati Uniti attraverso il valico di frontiera. Le guardie di frontiera statunitensi sanno chi è e lo lasciano semplicemente passare. Lavora negli Stati Uniti proprio dall’altra parte del confine. Alla fine di ogni settimana attraversa il valico di frontiera e torna in Messico. In molti paesi ci sono persone in questa situazione; vengono chiamati lavoratori ospiti. Non è un concetto insolito, ma le nostre leggi devono essere migliorate per poter gestire legalmente tale situazione. Alcuni sembrano così preoccupati per tutti gli immigrati clandestini che quasi non notiamo i cinesi e i russi che entrano illegalmente dal Messico e cercano di spiare le nostre basi militari, sostenendo di essersi persi e di essere semplicemente alla ricerca di un hotel! Il governo, in sostanza, li ammonisce, li multa e chiede loro di non tornare. Abbiamo ben altro di cui preoccuparci, con tutti gli altri immigrati clandestini che cercano semplicemente di lavorare.
Ma indipendentemente dal fatto che una persona si trovi qui illegalmente, o dal modo in cui è entrata illegalmente, dobbiamo considerarla alla stregua di chiunque altro, poiché tutti siamo stati creati a immagine di Dio. Possiamo comunque amarli come dobbiamo amare tutti, anche se potremmo desiderare che non ce ne fossero così tanti qui a sottrarre posti di lavoro agli americani.
D: Quindi, in Giacomo 2:1-3, dovremmo mai discriminare in chiesa?
R: In due casi, sorprendentemente, sì! In primo luogo, se qualcuno si definisce cristiano e persiste in un peccato flagrante, come indicato in 1 Corinzi 5:1-13.
In secondo luogo, se qualcuno viene a insegnare un’eresia che porta alla perdizione dell’anima, ci viene comandato di non lasciarlo nemmeno entrare in casa vostra, come indicato in 2 Giovanni 9-11! Poiché la Chiesa primitiva era solitamente costituita da chiese domestiche, egli non avrebbe mai potuto entrarvi.
Ma negli altri casi, no.
D: In Giacomo 2:1-3, perché Giacomo usa qui la parola «sinagoga»?
R: La Lettera di Giacomo fu scritta in epoca molto precoce e, come dimostrano i viaggi di Paolo, i cristiani in quel periodo erano ben accetti nelle sinagoghe ebraiche. La rigida distinzione tra sinagoga e chiesa si affermò solo dopo Paolo. Il termine qui utilizzato per indicare l’assemblea, «sinagoga», si riferisce solitamente a un raduno ebraico. Tuttavia, anche in epoca successiva i cristiani utilizzavano talvolta il termine «sinagoga» per indicare un’assemblea cristiana. La Lettera di Ignazio a Policarpo 4,2, p. 94, menziona il «riunirsi in sinagoga». Ignazio definisce i presbiteri «il Sinedrio di Dio» e parla della «sinagoga degli apostoli» nella Lettera ai Tralliani, cap. 3, p. 67; si veda anche il Pastore di Hermas, Undicesimo Comandamento, p. 28. Gli ebrei avevano due nomi per indicare la sinagoga: «casa dell’assemblea» e, in aramaico, «casa del popolo», secondo Shabbath 32a.
D: In Giacomo 2,4-9 quali sono le ragioni addotte da Giacomo per cui non dovremmo mostrare favoritismi?
R: Innanzitutto, Giacomo introduce qui un gioco di parole. «Giudici» in greco è kritai, mentre «discriminare» è diekrithete. Molte volte, quando si assume il ruolo di giudice, si diventa un discriminatore. Nello specifico, ecco alcune ragioni addotte per non essere un discriminatore.
1) Mostrare parzialità vi rende un giudice dai pensieri malvagi (Giacomo 2:4).
2) Ciò può andare contro l’atteggiamento di Dio. Dio ha spesso scelto i poveri per renderli ricchi nella fede ed eredi del regno (Giacomo 2:5).
3) Il povero che state disonorando potrebbe essere ricco di fede e particolarmente onorato da Dio (Giacomo 2:5-6a).
4) Ciò disonora il povero (Giacomo 2:6a).
5) I ricchi hanno spesso oppresso i poveri, trascinandoli in tribunale e bestemmiando Dio (Giacomo 2:6b). Infatti, molti attacchi odierni al cristianesimo provengono da persone ben istruite e economicamente agiate.
6) I ricchi, con le loro parole e le loro azioni, bestemmiano il nome cristiano con cui siamo chiamati; in altre parole, con la loro vita disonorano la parola «cristiano» (Giacomo 2:7).
7) Commettiamo peccato quando veniamo meno alla «legge regale» di amare il prossimo come se stessi, di cui si parla in Giacomo 2:8-9.
D: In Giacomo 2,4-9, quali sono almeno dodici modi in cui possiamo assicurarci di non mostrare favoritismi?
R: Possiamo esaminare noi stessi. Ecco dodici punti; probabilmente ce ne sono anche altri.
1) Onorate tutti come più importanti di voi stessi, come dice Filippesi 2:3.
2) Trattate i poveri allo stesso modo in cui trattate i ricchi, e i ricchi allo stesso modo in cui trattate i poveri.
3) Dovremmo cercare di non approfittare degli altri, anche quando potrebbe essere facile o culturalmente accettato farlo.
4) Non trattate qualcuno in modo diverso a causa della sua diversa origine etnica, cultura, genere o di aspetti superficiali.
5) Trattiamo qualcuno in modo diverso, ne approfittiamo o non gli offriamo le stesse condizioni, se ha un forte accento o difficoltà a parlare la nostra lingua?
6) Siamo più gentili e più indulgenti verso qualcuno della nostra stessa origine etnica rispetto a qualcun altro?
7) Si renda conto che non è possibile conoscere il cuore di una persona basandosi sul suo aspetto esteriore.
8) Evitiamo le persone con disabilità fisiche o mentali perché potremmo sentirci a disagio?
9) Dobbiamo rispettare gli anziani, ma non guardare nessuno dall’alto in basso a causa della sua età (che sia anziano o giovane).
10) Ad esempio, preferiamo stare in compagnia degli anziani piuttosto che dei giovani (o viceversa)?
11) Accogliamo le persone diverse da noi con la stessa apertura con cui accogliamo quelle simili a noi?
12) Non siate condiscendenti nei confronti di determinati gruppi.
In tutti questi ambiti, non dovremmo essere incoerenti.
D: In Giacomo 2,5-7, perché Giacomo sembra creare tali stereotipi sui ricchi e sui poveri?
R: Alcuni ricchi possono essere molto generosi e di buon cuore. Alcuni poveri possono essere molto avidi di denaro e avari. Ma nel complesso, i ricchi hanno maggiori opportunità e quindi maggiori tentazioni di approfittare della loro situazione. Allo stesso modo, nel complesso i poveri dispongono di minori risorse finanziarie per difendersi in tribunale.
D: In Giacomo 2,6, in che modo i ricchi se la cavano meglio in tribunale?
R: Il termine che Giacomo utilizza in questo contesto, katadynasteuo, significa «privare dei propri diritti». Ecco un esempio tratto dall’India. «Si tratta di A*** e A****, due professionisti del settore informatico che stavano tornando a casa a Pune il 19 maggio, quando una Porsche non immatricolata, che procedeva a 150 km/h a Kalyani Nagar, li ha investiti. Uno dei due è deceduto sul posto, mentre l’altro è deceduto durante le cure mediche. Il conducente dell’auto era un minore di 17 anni, che, secondo quanto riferito, stava tornando da un locale dopo aver festeggiato con gli amici i risultati ottenuti all’esame di maturità.
Perché questo non è solo un incidente, ma un omicidio:
1. L’auto non era immatricolata; il concessionario l’aveva consegnata senza immatricolazione.
2. I genitori hanno permesso a un minore di guidare senza patente.
3. Il proprietario del locale ha servito alcolici e ha ammesso un minore all’interno.
4. La polizia stradale non si è accorta per mesi della presenza in strada di un’auto non immatricolata e che superava i limiti di velocità.
Quando il minore è stato arrestato a mezzanotte, ha ricevuto un trattamento da VIP. Un membro dell’Assemblea legislativa locale è accorso in suo soccorso, accompagnato da un team di avvocati.
Mentre la gente comune deve affrontare ritardi nei propri procedimenti, a questo minore è stata concessa la libertà provvisoria una domenica nel giro di sole 14 ore. La condizione per la libertà provvisoria era che scrivesse un saggio e che i suoi genitori si assicurassero che non ripetesse lo stesso errore.
Se la legge è la stessa, perché le persone privilegiate vengono trattate in modo diverso?” Qualcun altro dalla Bulgaria ha affermato che lì la situazione è identica. (Da LinkedIn, 27/05/2024)
D: In Giacomo 2:10, in che modo la violazione di un solo punto della legge implica che siamo colpevoli di averla violata nella sua interezza?
R: Tre punti da considerare nella risposta.
a) Si parla di «violazione della legge», anziché di «violazione di una legge», come avrebbe potuto dire Giacomo.
b) Si tratta di una «legge regale». Non solo Gesù, il nostro Re, l’ha comandata direttamente, ma ha anche affermato che questa è una delle due leggi da cui derivano tutte le altre. Giacomo pone questo peccato, ovvero la parzialità, alla stregua dell’adulterio e dell’omicidio. La legge non è stata data in modo selettivo e oggi ci si aspetta da noi un’obbedienza completa, non solo parziale, per osservare tutto ciò che Dio vuole che facciamo o che ci asteniamo dal fare.
c) Il concetto di «tutto o niente» riguardo alla legge si ritrova anche in Matteo 5:18-19; 23:23 e in Galati 5:3 nel Nuovo Testamento. Come afferma Alec Motyer, la legge non è come un cumulo di pietre, ma è più simile a una lastra di vetro. Si può togliere una pietra da un cumulo, e il cumulo rimane comunque lì. Ma se si colpisce una lastra di vetro in un solo punto e la si rompe, l’intera lastra si increspa o va in frantumi.
D: In Giacomo 2,10-11, quale tendenza naturale in noi sta contrastando Giacomo?
R: Tendiamo a voler sottolineare come importanti le cose che facciamo bene e a minimizzare, come se fossero irrilevanti, quelle che non facciamo bene. L’uomo decaduto è fin troppo abile nel razionalizzare, ovvero nell’inventare in modo creativo ragioni che sembrano logiche per giustificare il proprio peccato. È facile notarlo negli altri, ma è facile trascurarlo in se stessi.
D: In Giacomo 2,10-11, perché Giacomo avrebbe pensato di inserire questa sezione proprio qui, subito dopo aver parlato di favoritismi e discriminazioni?
R: Immagini di essere processato in tribunale per furto e di dire al giudice: «Almeno non ho infranto nessuna norma del codice della strada!». A cosa le servirebbe una simile affermazione? Giacomo, in modo piuttosto diretto, sta sottolineando un punto specifico, pur farlo in modo indiretto. Anche se osservate una parte della legge, la violate se ne trasgredite un’altra. Egli parla di omicidio e adulterio, concetti ovvi per i suoi lettori, ma lo fa subito dopo aver trattato la violazione di un’altra legge: quella di non fare favoritismi. Giacomo sta dicendo ai suoi lettori che se seguite i comandamenti di Dio riguardo all’omicidio, all’adulterio e a tutto il resto, eppure mostrate discriminazione, c’è un termine per definire una persona come voi: siete dei trasgressori della legge.
D: In Giacomo 2:12, che cos’è esattamente la «legge della libertà»?
R: Non si tratta di una legge specifica, ma piuttosto la «libertà» è una descrizione di ciò che l’obbedienza a Dio oggi compie per noi. Gesù ha sostituito la Legge dell’Antico Testamento, ma ciò non significa che ora possiamo vivere come meglio crediamo. Dio ha impresso la Sua legge nei nostri cuori e ora seguiamo ciò che Gesù e il Nuovo Testamento ci comandano.
D: In Giacomo 2:12, la legge porta libertà o schiavitù, come afferma Galati 4:24?
R: La Legge mosaica, che essi non riuscivano a osservare pienamente, serviva a illustrare il loro bisogno del perdono di Dio. Osservarla pienamente avrebbe significato libertà dal peccato, ma conoscerla e non osservarla portava solo schiavitù e la consapevolezza di essere inadeguati. Se si sa cosa è giusto e non lo si fa, allora per voi ciò costituisce peccato, come afferma Giacomo 4:17. Oggi seguiamo la legge dell’obbedienza a Cristo, che ci dona la libertà dalla schiavitù del peccato.
D: In Giacomo 2:13, cosa affermava il giudaismo riguardo alla misericordia e al giudizio?
R: Dio emette il giudizio, ma Dio si compiace nel mostrare misericordia, come afferma Michea 7:17-18. Vediamo la misericordia di Dio in Gesù che muore sulla croce per noi «per la gioia che gli era posta dinanzi», come recita Ebrei 12:2. Il rabbino Barabbi disse: «A chi è misericordioso verso il creato, il Cielo è misericordioso; ma a chi è spietato verso il creato, anche il Cielo è spietato».
Questo concetto si ritrova anche in Siracide 27,30-28,7; Tobia 4,9-11; Testamento di Zabulon 8,3 e b. Shabbath 151b.
D: In Giacomo 2,13, in quali modi la nostra vita dovrebbe dimostrare che crediamo che la misericordia trionfi sul giudizio?
R: Per noi, crediamo che la grazia e la misericordia di Dio siano più grandi di tutti i nostri peccati. Dobbiamo essere in grado di perdonare noi stessi. In secondo luogo, ci siamo impegnati nei confronti degli altri a offrire perdono e misericordia così come Dio li ha concessi a noi.
D: In Giacomo 2:13, cosa dovreste fare se sospettate che un altro credente sembri discriminare un gruppo?
R: Innanzitutto, siate disposti ad ammettere che potreste sbagliarvi. In secondo luogo, rendetevi conto che, anche se stanno peccando con la discriminazione, potrebbero non rendersene conto e potrebbero persino negarlo quando ne parlerete. In terzo luogo, pregate per capire come Dio vorrebbe che reagiste. Devono rendersi conto che
a) o sta davvero mostrando parzialità, oppure sta incautamente dando l’impressione di farlo;
b) La gravità di questo peccato, come illustra Giacomo 2:1-13.
c) I passi successivi per pentirsi e, se possibile, fare ammenda.
d) La riconciliazione: che voi li amiate e che loro debbano amare tutti gli altri.
D: In Giacomo 2:14-26, in che modo questa sezione si collega alla parte precedente del capitolo 2?
R: Il collegamento è duplice. Giacomo 2:1-13 parla della mancanza di opere in relazione a un peccato specifico: il favoritismo, mentre questa sezione estende il concetto al peccato in generale. In secondo luogo, proprio come non dovete mostrare parzialità ed essere gentili solo con alcune persone, non dovete essere parziali nella vostra fede, compiendo alcune opere buone e rifiutandovi di obbedire nelle altre.
D: In Giacomo 2:14-17, quali sono almeno due modi in cui le persone possono avere una fede che non salva, priva di opere?
R: Un modo consiste nel credere nella verità di Dio e nelle cose giuste, ma senza affidare mai a Lui la propria vita. Qualcuno ha definito questo atteggiamento «ateismo pratico». Sebbene credano davvero in Dio, in termini pratici, nella loro condotta una persona agisce come se fosse atea. Giacomo afferma che una fede priva di desiderio di compiere opere non è la fede di chi andrà in paradiso. Nella Galleria della Fede di Ebrei 11, la fede è stata dimostrata dalle loro azioni.
Un secondo modo consiste nell’avere fiducia in un falso dio e nel rifiutare il Dio della Bibbia. Queste persone potrebbero persino compiere molte opere: uccidere pagani, praticare il suttee, morire di fame, ecc., ma nulla di tutto ciò le salverà.
La nostra fede in Cristo non è molto importante; ciò che conta, piuttosto, è la nostra fede IN Cristo.
D: In Giacomo 2,14-25, in che modo siamo giustificati sia dalle opere che dalla fede, e non dalla fede a prescindere dalle opere, come affermava Paolo in Efesini 2,8-9?
R: Giacomo non sta dicendo che fede e opere siano la stessa cosa; né sta affermando che abbiano lo stesso ruolo. Ciò che egli sostiene con forza, tuttavia, è che nella vita di un vero credente esse sono inseparabili. Per essere precisi, Giacomo non ha detto: «Se qualcuno ha fede», ma piuttosto: «Se qualcuno dice di avere fede». Le opere sono un sottoprodotto, un risultato della fede autentica. Alcune persone potrebbero essere come il ladrone sulla croce e accettare Cristo proprio prima di morire. Tuttavia, altre mostreranno buone opere se sono state sinceramente salvate fin dall’inizio.
Molte religioni pagane, allora come oggi, propongono una spiritualità priva di qualsiasi esigenza morale. Sarebbe quindi relativamente facile per un pagano fraintendere il cristianesimo come una religione simile alle altre.
Si tratta di un argomento complesso, pertanto nei versetti 15-26 Giacomo lo illustra con quattro esempi. I primi due sono esempi di ciò che la fede non è, mentre gli ultimi due sono esempi di ciò che la fede è.
La salvezza mediante le opere è l’errore secondo cui, per ottenere la salvezza, occorre innanzitutto compiere opere buone. Il «facile credere» è l’errore opposto, secondo cui le opere non hanno nulla a che vedere con la salvezza e sia le opere che la signoria di Cristo sono facoltative. La verità è che le opere non meritano nulla ai fini della salvezza, ma ne costituiscono una parte naturale come risultato. Proprio come un cuore che batte è segno che la persona è viva, le opere sono segno che siamo salvati e spiritualmente vivi.
D: In Giacomo 2:16, questa frase implica che fossero già ben nutriti?
R: No, si trattava di un’espressione greca che corrispondeva a un saluto d’addio ebraico standard. NON significa che fossero già al caldo e ben nutriti.
D: In Giacomo 2:17-26, cosa direbbe a una persona che affermasse: «Non abbiamo più alcuna legge, abbiamo solo la libertà in Cristo»?
R: Due parole: legga la Lettera di Giacomo. In parte hanno ragione, nel senso che non siamo più sotto la Legge mosaica e abbiamo libertà in Cristo per fare ciò che è giusto. Tuttavia, tutti i Dieci Comandamenti, tranne uno (il sabato), sono ribaditi nel Nuovo Testamento. Alcune cose sono addirittura più severe (come il divorzio) nel Nuovo Testamento rispetto all’Antico. Non mettiamo in bocca a Dio parole che in realtà vanno contro ciò che Dio stesso afferma nelle Scritture.
C’era un gruppo, e una persona famosa, che nutriva questa visione errata. Il gruppo si chiama Khlysty, e il suo membro più famoso era Rasputin. Quando a Rasputin fu chiesto perché affermasse che il peccato fosse indispensabile davanti a Dio, egli rispose: «“Certamente, piccolo padre”, disse, “il nostro Salvatore e i santi padri hanno denunciato il peccato, poiché è opera del Maligno. Ma come si può scacciare il male, piccolo padre, se non con il pentimento sincero? E come si può pentirsi sinceramente, se non si è peccato? …Via le vostre Scritture!», tuonò. «Scritture! In verità, vi avverto, piccolo padre, cessate questa fatica vana e inutile affinché possiate presentarvi davanti al Signore. Accettate la vita così com’è, poiché solo essa vi è data da Dio. E lasciate che vi dica questo. Non rimuginiate per sempre su da dove provenga il peccato, su quante preghiere un uomo debba recitare al giorno e per quanto tempo debba digiunare per sfuggire al peccato! Peccate, se il peccato si annida ancora in voi; solo così potrete vincerlo! Peccate, allora vi pentirete e scaccerete il male da voi. Finché porterete segretamente il peccato dentro di voi e lo nasconderete timorosamente con il digiuno, la preghiera e l’eterna discussione delle Scritture, finché rimarrete ipocriti e buoni a nulla, e tali persone sono odiose al Signore. La sporcizia deve essere espulsa, mi sentite, piccolo padre? Solo allora il vostro profumo sarà gradito al Signore?»” (Rasputin: Il diavolo santo, pp. 54-55)
D: In Giacomo 2:19, poiché i demoni credono in Gesù, dovrebbero essere salvati, visto che tutto ciò che occorre fare è credere in Gesù, come indicato in Atti 16:31 e Giovanni 3:16?
R: Assolutamente no. Il punto di Giacomo è che credere intellettualmente alle cose giuste non è di per sé sufficiente per essere salvati. Secondo Berachoth 1:1, gli ebrei a partire dall’epoca dell’Esilio e in seguito consideravano loro dovere recitare lo Shema (Deuteronomio 6:4-5) ogni mattina. Come afferma il «Believer’s Bible Commentary» a pag. 2229: «I demoni credono nel fatto, ma non si sottomettono alla Persona». Anche noi dobbiamo riporre la nostra fiducia in Dio.
D: In Giacomo 2:21-24, Abramo fu giustificato dalle opere, oppure fu giustificato per fede, come indicato in Romani 4:1-4 e Romani 3:28?
R: Come mostra Romani 4:1-4, Dio dichiarò Abramo giustificato per fede prima che egli si dimostrasse disposto a sacrificare Isacco, cosa che avvenne circa 30 anni dopo. Ma la disponibilità di Abramo dimostrò che Dio aveva operato nel suo cuore. Alcuni pensano che la vita sia così facile una volta che si crede in Dio. Abramo definirebbe questa convinzione una menzogna. Decidere di sacrificare il proprio figlio è una scelta estremamente difficile, perché Dio lo esigeva. Come cristiani, sappiamo che Dio non ci comanderebbe mai di sacrificare qualcuno né di andare contro i comandamenti scritturali che ci ha dato. Tuttavia, potremmo comunque dover prendere decisioni difficili nel nostro cammino al Suo seguito.
D: In Giacomo 2:21-24, dato che non era presente nessun altro, a chi stava Abramo giustificando la propria fede?
R: Sebbene gli uomini che accompagnavano Abramo e Isacco potessero trovarsi a una certa distanza, in quel momento non erano presenti.
Abramo giustificava la propria fede principalmente davanti a Dio. Naturalmente lo vedeva lo stesso Abramo, così come Isacco (con grande interesse, aggiungerei). Anche gli angeli e i demoni avrebbero assistito a ciò. E persino attraverso le pagine del tempo, il popolo fedele di Dio ha potuto ammirare lo straordinario esempio di fede obbediente offerto da Abramo.
D: In Giacomo 2:22, cos’è più importante, la fede o le opere?
R: È più importante essere vivi o avere un battito cardiaco? Si possono applicare degli elettrodi sul cuore di una persona morta e farlo battere. Ma normalmente il battito cardiaco è la prova che una persona è viva. Lei afferma di avere una fede autentica. Vediamo le prove. Se non ha prove, allora ci si dovrebbe chiedere se la sua sia una fede autentica o una fede non migliore di tutte le altre, quelle delle persone e dei demoni, destinate all’Inferno.
D: In Giacomo 2:25, in che modo l’esperienza di Raab, la cananea, si contrapponeva a quella di Abramo?
R: Abramo era un antenato importante e molto rispettato nella Bibbia; Rahab era una straniera di secondaria importanza e di dubbia reputazione. Ad Abramo fu chiesto di compiere alcune azioni che potevano sembrare folli: partire da una delle città più potenti del mondo dell’epoca e decidere di obbedire a Dio sacrificando suo figlio Isacco, come riportato in Genesi 22:1-14. Potrebbero essere trascorsi da 8 a 30 anni tra il momento in cui Abramo fu dichiarato giusto e quello in cui compì tale atto. Ma Abramo, uomo giusto, non esitò minimamente e obbedì a Dio.
Rahab era diversa; era una prostituta, una professione immorale. Non le ci volle molta fede per rendersi conto che il grande esercito israelita avrebbe probabilmente segnato la rovina di Gerico. Ma Rahab dovette avere fede nel fatto che Dio l’avrebbe accolta, e agì in base alla sua fede rischiando la vita per nascondere le due spie israelite. A volte la nostra fede è messa alla prova dalla domanda: «Dio proteggerà o difenderà?». Altre volte la nostra fede è messa alla prova dalla domanda: «Dio proteggerà o difenderà anche me?».
D: In Giacomo 2,25, mentre Abramo non tratteneva nulla, nemmeno ciò che gli era più caro, nel servire Dio, quali sono le cose che i cristiani di oggi trattengono e che impediscono loro di servire Dio pienamente?
R: Può trattarsi di una relazione in cui un cristiano sa di non dover essere coinvolto, di un lavoro che compromette la sua obbedienza a Dio, o della rinuncia alle ricchezze. Può essere l’esaltazione del comfort o della sicurezza al di sopra del servizio a Dio. Le persone possono provare paura del fallimento, paura di fare brutta figura, FOMO (paura di perdersi qualcosa) o paura di trovarsi in una situazione scomoda.
La paura può impedirvi di fare qualsiasi cosa. Non dovremmo cercare di limitare Dio dicendogli che vogliamo prima vedere e comprendere tutto ciò che sta accadendo. Come afferma un insegnante della Bibbia, non dovremmo sentirci offesi dall’inspiegabile.
D: In Giacomo 2:26 qualcuno potrebbe paragonare la fede allo spirito e le opere al corpo, ma Giacomo utilizza l’analogia opposta. Perché ritiene che sia così?
R: È necessario avere un corpo per trovarsi su questo pianeta, ed è necessario credere (o avere fede) per essere figli di Dio. Ma se vi trovate su questa terra, il vostro spirito è presente nel vostro corpo. Se la vostra fede è viva spiritualmente, avete delle opere. Ma come un corpo senza lo spirito è solo un cadavere in decomposizione, così la fede intellettuale senza opere è un cadavere in decomposizione, sebbene ortodosso.
D: In Giacomo 3:1, poiché i cristiani non devono preoccuparsi del Giudizio del Grande Trono Bianco, perché gli insegnanti cristiani devono preoccuparsi di essere giudicati con maggiore severità?
R: I credenti vengono giudicati da Cristo nel giudizio del bema, come descritto in 1 Corinzi 3:12-15. Gli insegnanti possono essere giudicati per aver insegnato cose errate agli altri. Vengono inoltre giudicati per aver sviato le persone o per aver svolto il proprio ministero con negligenza.
Matteo 12:36-37 afferma che saremo giudicati per ogni parola oziosa che pronunciamo. Proverbi 10:19 dice che quando le parole sono molte, il peccato non manca. Proverbi 30:5-6 sottolinea quanto sia importante non aggiungere nulla alle parole di Dio.
D: In Giacomo 3:1, quali sono alcune ragioni valide e altre meno valide per cui le persone desiderano comunque insegnare?
R: Le ragioni valide sono che Dio vi ha chiamati a insegnare, che desiderate aiutare gli altri e, in secondo luogo, che insegnando imparerete di più voi stessi.
Una ragione sbagliata è pensare che sarete considerati importanti agli occhi di Dio e ammirati dagli altri. Altre ragioni sbagliate sono il desiderio di prevalere sugli altri, di mettersi in mostra, di evitare il giudizio (cosa che, secondo Giacomo 3:1, non accadrà), oppure il ritenersi migliori o più importanti degli altri. Ma Dio vi ama allo stesso modo, indipendentemente dal fatto che insegniate o meno. Dio desidera che Lo serviate nei modi in cui Egli stesso vi ha creati per servirLo, che si tratti di un modo di insegnare piuttosto in vista o di altre modalità.
Quando insegna, le Sue ambizioni personali sono conformi alla volontà di Dio? – Domanda a trabocchetto. Se nutre ambizioni egoistiche, lo sta facendo per motivi sbagliati. Al contrario, se qualcun altro tiene una buona lezione, o se è Lei a tenerla, dovrebbe esserne ugualmente soddisfatto.
D: In Giacomo 3:1, in che modo gli insegnanti vengono giudicati con maggiore severità?
R: Vengono giudicati in almeno quattro modi:
Il discorso: Proverbi 10:19 afferma che quando le parole sono molte, il peccato non manca. Matteo 12:36-37 dice che saremo giudicati per ogni parola oziosa che pronunciamo. È possibile peccare meno evitando di parlare troppo; tuttavia, gli insegnanti devono parlare. Se insegnate cose errate, o anche solo se presentate le vostre opinioni personali come se fossero la Parola di Dio, allora peccate quando insegnate.
Altri aspetti: tutti i cristiani devono essere sale e luce per il mondo (Matteo 5:13-16; Filippesi 2:14-15) e i leader devono essere d’esempio al gregge (1 Pietro 5:3). Gli anziani che peccano devono essere rimproverati pubblicamente (1 Timoteo 5:19-20).
Dio: La cosa più importante è che Dio giudica le persone in base a ciò che sanno. I cristiani non hanno nulla di cui preoccuparsi in occasione del Giudizio del Grande Trono Bianco, poiché il sangue di Gesù ha pagato il prezzo dei loro peccati. Tuttavia, i cristiani sono sottoposti a un secondo giudizio, spesso denominato “giudizio del Bema”, menzionato in 1 Corinzi 3:10-15, in cui Dio giudicherà le opere di ciascun cristiano e lo ricompenserà in modo adeguato.
Il sé: Gli insegnanti possono essere tentati di pensare: «Poiché ho imparato così tanto, è lecito per me trascurare altre cose, come la preghiera, la santità o l’amore per il prossimo». Tuttavia, conoscere un gran numero di fatti non implica necessariamente un grande amore per Dio né l’obbedienza a Lui.
1 Corinzi 8:1 ci avverte che la conoscenza gonfia, ma l’amore edifica.
D: In Giacomo 3:1-8, perché ritiene che Giacomo veda una transizione naturale tra Giacomo 3:1-2 e Giacomo 3:3-6?
R: Giacomo ha ben presente che tutti noi commettiamo errori. Anche piccoli problemi legati alla nostra lingua possono provocare un grave incendio di peccato negli altri. Inoltre, a volte, in assenza di buone opere, vi è un’abbondanza di parole inutili. Giacomo prende estremamente sul serio i peccati della lingua. Lo stesso fa Gesù in Matteo 12:36-37.
D: In Giacomo 3:2, cosa significa qui «perfetto»?
R: Si tratta della stessa parola greca utilizzata in Giacomo 1:4 e 2:22. Significa che qualcosa o qualcuno ha raggiunto la maturità o è completo. Entrambi i significati della parola «perfetto» sono utilizzati in Filippesi 3:12,15.
D: In Giacomo 3:3-8, quali sono le somiglianze comuni tra la lingua e un freno, un timone, il fuoco, un animale selvatico e un veleno mortale?
R: Un grande potere derivante da dimensioni ridotte. Un morso mantiene il cavallo sulla rotta controllandone la forza interna. Un timone mantiene la nave sulla rotta controllando l’angolo della forza esterna che colpisce l’imbarcazione. Un piccolo fuoco può trasformarsi in un potente incendio e ciò che viene bruciato non può mai essere riportato allo stato originario. Una minuscola quantità di veleno letale può essere sufficientemente potente da uccidere. Ma dal lato positivo, potete glorificare Dio anche attraverso ciò che non dite.
Giacomo è molto preoccupato per le nostre lingue; ne parla anche in Giacomo 1:19, 26; 2:12; 4:11; 5:12. Le parole imprudenti possono danneggiare un matrimonio, distruggere una carriera o rovinare un ministero. Il veleno mortale può essere per lo più innocuo se ingerito; è solo una piccola percentuale ad essere nociva e letale.
D: In Giacomo 3:3-5, perché pensa che Giacomo paragoni la lingua a un morso o al timone di una nave?
R: È possibile guidare oggetti di grandi dimensioni con qualcosa di piccole dimensioni. Un morso pesa meno dell’uno per cento del peso di un cavallo, ma il suo uso strategico può costringere il cavallo a seguire una direzione specifica. Allo stesso modo, un timone è piuttosto piccolo e dall’aspetto insignificante, e per utilizzarlo occorrono tempo e pazienza, ma non è possibile governare una nave senza di esso. Secondo il «Believer’s Bible Commentary», pag. 2231, la nave Queen Elizabeth pesava 83.673 tonnellate lorde, mentre il timone pesava solo 140 tonnellate lorde. Pertanto, il timone rappresenta solo circa lo 0,17% del peso totale.
D: In Giacomo 3:3,12; 1:19, quando qualcuno è troppo loquace, sia per la frequenza delle sue parole che per le cose negative che dice, come si può farglielo capire in modo che colga il messaggio, senza offenderlo?
R: A volte non c’è altro modo se non quello di offendere una persona, e va bene così perché quella persona potrebbe aver bisogno di essere offesa, anche se nella maggior parte dei casi non è così. È più facile dirlo a qualcuno con cui si ha già un rapporto, che sa che lo amate, lo apprezzate e lo rispettate, piuttosto che a uno sconosciuto. La persona deve rendersi conto di ciò che deve fare e smettere di fare, della gravità del proprio comportamento e della speranza di poter avere un buon rapporto una volta che lo avrà fatto. Ricordate: è difficile lanciare fango senza sporcarsi le mani e il cuore.
Un cristiano aveva un modo particolare di rapportarsi con le persone che bestemmiavano spesso. Rideva di loro. Poi, scherzando, chiedeva: «Allora, mi dica come si sente davvero». Dava l’impressione di non aver prestato alcuna attenzione alle parole pronunciate in precedenza dalla persona, ma le offriva una seconda opportunità per esprimersi in modo appropriato. Un altro approccio consiste semplicemente nel chiamare le cose con il loro nome: un linguaggio volgare. Naturalmente, qualsiasi metodo utilizziate non sarà efficace se voi stessi imprecate o usate un linguaggio volgare in modo ipocrita.
Conosco un cristiano che non ho mai sentito dire parolacce, tranne che in un’unica occasione. Si è scusato subito dopo aver pronunciato quelle parole, spiegando di avere difficoltà a trattenersi dal dire cose del genere quando è arrabbiato (come in quel caso). Anche per un cristiano, a volte le vecchie abitudini sono dure a morire. Sebbene non fosse perfetto, ci stava comunque provando e si è scusato immediatamente dopo.
Naturalmente, quando parlate con un cristiano che ha la lingua troppo sciolta, ditegli di rileggere la Lettera di Giacomo.
D: In Giacomo 3:3, a cosa assomiglia il pettegolezzo?
R: Ecco un esempio tratto dal «Believer’s Bible Commentary», pag. 2231. «Il modo in cui si diffonde la fiamma della maldicenza è illustrato dalla conversazione tra due donne a Brooklyn. Una disse: “Tillie mi ha detto che le avete rivelato quel segreto che vi avevo chiesto di non dirle”. L’altra rispose: ‘È una persona meschina. Avevo detto a Tillie di non dirle che glielo avevo detto’. La prima intervenne: ‘Beh, avevo detto a Tillie che non le avrei detto che me l’aveva detto lei – quindi non dirle che l’ho fatto’”. Nessuno può fidarsi di nessuno.
D: In Giacomo 3:6, perché Giacomo paragona la lingua a un fuoco?
R: Una lingua maliziosa può essere simile a una scintilla in due modi:
Crescita: basta una piccola scintilla per scatenare un grande incendio boschivo. Allo stesso modo, bastano poche parole per innescare una reazione a catena.
Irreversibilità: una volta che si scatena un incendio, tutto ciò che viene bruciato non può essere riportato allo stato «non bruciato».
A titolo di nota storica, uno dei più grandi incendi boschivi si è verificato nel 2003 nella taiga siberiana, dopo un’estate secca. Ha bruciato 55 milioni di acri (22 milioni di ettari) in Siberia, nella Cina settentrionale e nella Mongolia settentrionale. Ancora oggi influisce sulle temperature del pianeta. A titolo di riferimento, un acro è leggermente più piccolo di un campo da football, escluse le zone di meta. La Pennsylvania misura 29,5 milioni di acri; pertanto, l’incendio della taiga siberiana ha bruciato un’area grande quasi il doppio della Pennsylvania.
Per ulteriori informazioni, consultate e.
D: In Giacomo 3:6, in che modo la lingua appicca il fuoco alle nostre membra?
R: La Scrittura non lo dice esplicitamente, ma possiamo individuare un paio di modi.
1. Molte delle tentazioni che affrontiamo ci giungono attraverso ciò che dicono gli altri. Con le parole le persone possono tramare il male, tentare, sedurre, diffamare gli altri, spettegolare, insultare, raccontare barzellette oscene, mentire, scoraggiare le persone dal bene e incoraggiarle a compiere il male. Le persone possono incoraggiarsi a vicenda a peccare: qualcosa che inizialmente qualcuno potrebbe vergognarsi di fare, viene poi considerato accettabile perché gli altri sono d’accordo.
2. Spesso le persone comunicano e mettono in atto le intenzioni di peccare attraverso le parole. Con la lingua si possono ferire i sentimenti altrui e diffamare gli altri.
D: In Giacomo 3,6, quali sono alcune caratteristiche delle persone di oggi che sembrano incapaci di controllare la propria lingua?
R: Molte persone non le rispettano a causa delle loro parole. Sono sempre costrette a «fare marcia indietro», cercando di rimediare al danno che hanno causato accidentalmente con la propria lingua. Ma la verità è che non esiste modo per riparare al danno che sia efficace quanto il silenzio, ovvero non pronunciare mai parole sbagliate in primo luogo. Esse appaiono incoerenti e insincere.
D: In Giacomo 3,6, in che modo la lingua viene infiammata dall’inferno?
R: La Scrittura non lo dice con certezza. Tuttavia, si può fare molto con un organo così piccolo. A parità di peso, la lingua può essere uno degli organi più efficaci nelle mani di Satana per ingannare e tentare le persone.
D: In Giacomo 3:6, come risponderebbe alla falsa affermazione secondo cui il «corso della natura» si riferisce alla reincarnazione, come insegnano alcuni membri di sette?
R: Questo versetto parla del potere persuasivo del linguaggio umano. Nulla in questo versetto ha mai suggerito a nessuno nella storia, fino ai tempi moderni, questa nuova interpretazione della reincarnazione. Nulla in Giacomo menziona la reincarnazione, quindi si tratta di un chiaro caso di ridefinizione dei termini per attribuirvi il significato che si desidera. Giacomo si riferisce semplicemente a ciò che avviene naturalmente. L’eisegesi consiste nell’interpretare le Scritture in base a ciò che si desidera che dicano. Non dovremmo praticare l’eisegesi, ma l’esegesi, ovvero trarre dalle Scritture ciò che esse intendono realmente dire.
Nulla nella Bibbia insegna la reincarnazione. Sebbene la resurrezione fosse nota nell’Antico Testamento, non esisteva alcun concetto di reincarnazione tra gli ebrei dell’Antico Testamento o i primi cristiani, con l’eccezione che essi scrissero che alcune false religioni credevano nella reincarnazione. Ippolito (222-235/6 d.C.), in particolare, menziona la reincarnazione come una credenza, non dei cristiani, ma dei «brahmani» dell’India.
Altri cristiani pre-niceni che consideravano il brahmanesimo una religione errata furono Teofilo di Antiochia (161-181/188 d.C.), Tertulliano (198-220 d.C.) e Origene (225-254 d.C.).
Un seguace di una setta non può dimostrare onestamente una dottrina limitandosi a ridefinire un termine che nessun cristiano dei primi tempi interpretava in quel modo.
D: In Giacomo 3,6-7, in che modo la metafora del veleno differisce da quella del fuoco?
R: Mentre il fuoco modifica drasticamente l’aspetto esteriore, il veleno agisce dall’interno più lentamente. Entrambi possono uccidere altrettanto efficacemente. A entrambi basta una piccola quantità per raggiungere il proprio scopo. Talvolta le parole malvagie possono essere pronunciate proprio con l’intento specifico di avvelenare il pensiero o il cuore di una persona.
Molte persone colte sapevano bene come la lingua possa uccidere, grazie all’esecuzione del filosofo greco ateniese Socrate. Socrate fu oggetto di aspre critiche in un’opera teatrale che lo diffamava dipingendolo come un bruto malvagio e stolto che corrompeva gli Ateniesi. Dopo aver assistito alla rappresentazione, i cittadini chiesero che Socrate fosse giustiziato, e così avvenne: egli fu costretto a bere il veleno della cicuta. Alla fine si resero conto di aver giustiziato un uomo semplicemente a causa di forti sentimenti alimentati da calunnie non provate. Qualche tempo dopo, Atene divenne molto tollerante nei confronti delle diverse correnti filosofiche.
D: In Giacomo 3:8, in che senso la lingua è un male «irrequieto» o «indomabile»?
R: È come una bestia indomabile. Giacomo fornisce esempi di bestie possenti che gli uomini hanno domato, ma gli uomini hanno più difficoltà a domare la propria lingua.
D: In Giacomo 3:9-12, in che modo dalla nostra lingua scaturiscono sia il bene che il male? (Si veda Romani 7:14-25 per un suggerimento.)
R: Dalla nostra bocca dovrebbero uscire lodi a Dio e parole volte ad aiutare gli altri. Può scaturirne tanto bene: incoraggiamento, correzione, insegnamento, rimprovero (sì, anche quello è positivo). Ma possono uscire anche parole contro Dio e che feriscono le persone, se non stiamo attenti. Possono scaturire a causa della rabbia, della disattenzione o, peggio ancora, dell’apatia.
D: In Giacomo 3:11, cosa accadrebbe se dalla stessa sorgente sgorgassero sia acqua dolce che acqua salata?
R: L’acqua dolce potabile si mescolerebbe con quella salata, e la miscela di acqua salmastra risulterebbe imbevibile. Un credente che dice cose buone e, dalla stessa bocca, pronuncia parole malevole o oscene, non darebbe una buona testimonianza. Dovremmo affidare la nostra lingua in modo particolare a Dio.
Da un lato il Mar Morto presenta sia sorgenti di acqua salata che di acqua dolce, ma anche in quel caso non vi sono sorgenti che abbiano entrambe.
D: In Giacomo 3:13, che cosa si intende esattamente per «saggezza», in contrapposizione alla «conoscenza»?
R: La conoscenza può essere considerata come fatti, osservazioni e logica. La saggezza consiste nell’applicare la conoscenza alla vita.
D: In Giacomo 3,13, qual è la differenza tra mitezza e umiltà?
R: Si tratta di parole diverse in greco. L’umiltà, tapienophrosynē in greco, significa non ritenersi una persona importante. La parola greca per mitezza, prautēs, indica una gentilezza attiva e un’accettazione. Non si pensi a qualcuno fisicamente debole, ma piuttosto a una persona forte che è docile e sottomessa.
È interessante notare che anche il filosofo greco Epitteto (circa 50-135/138 d.C.), attraverso il suo allievo Arriano, insegnò la mitezza. Egli sosteneva che la mitezza, al pari della servilità, fosse un difetto morale.
D: In Giacomo 3:13; Matteo 11:29 e 2 Corinzi 10:1, perché Giacomo, Gesù e Paolo insegnano tutti uno stretto legame tra mitezza e saggezza?
R: La vera saggezza ci fa comprendere il nostro giusto posto davanti a Dio e che non siamo migliori degli altri.
D: In Giacomo 3,13-18, molte persone sono sagge ma non possiedono la saggezza celeste. Ritiene che l’invidia amara o l’ambizione egoistica rendano una persona incapace di possedere la saggezza celeste?
R: Possono comunque possedere frammenti di saggezza celeste, ma se questa è avvelenata dall’invidia o dall’ambizione egoistica, non è buona. L’ambizione egoistica non significa solo perseguire i propri interessi, ma anche ricorrere a mezzi indegni e divisivi per farlo. L’invidia e l’ambizione egoistica possono rendere le persone cieche di fronte alla verità, e ricorrere alla saggezza mondana può sembrare la soluzione migliore per raggiungere obiettivi a breve termine. La saggezza celeste non ignora gli obiettivi a breve termine, ma guarda anche al giudizio del tribunale di Cristo. Per «purezza» qui si intende l’assenza di motivazioni o atteggiamenti egoistici.
Tuttavia, in Filippesi 1:15-18 Paolo loda comunque Dio per coloro che predicano il vero Vangelo, anche se alcuni predicano Cristo per invidia e ambizione egoistica, poiché almeno stanno predicando il Vangelo.
D: In Giacomo 3:13, 17-18, perché la saggezza produce queste cose?
R: Proverbi 23:7 dice: «Come un uomo pensa nel suo cuore, così egli è». Lo Spirito usa la saggezza per trasformarci e produrre i frutti dello Spirito. La vera saggezza è pura, pacifica, disposta a cedere, piena di misericordia e di buone opere, senza parzialità, senza ipocrisia. In altre parole, ciò che si vede è ciò che si ottiene.
D: In Giacomo 3:17-18, qual è la differenza tra la saggezza celeste e quella mondana?
R: La saggezza celeste proviene dall’alto, manifesta i frutti dello Spirito e ci mostra come compiacere Dio. La saggezza mondana proviene dal basso, cerca di ottenere vantaggi in questa vita e si sforza di compiacere noi stessi. Come afferma Tony Evans: «La mera saggezza umana è un’espressione del piano di Satana. Per trasmettere la saggezza celeste, è necessario comunicare con il cielo».
Ciò che il mondo definisce saggezza può includere uno stile polemico, un sarcasmo devastante, modi astuti o addirittura sleali per sostenere una tesi, ecc.
D: In Giacomo 3:18, qual è il frutto o il raccolto della giustizia che deriva dalla pace?
R: I cristiani hanno due punti di vista diversi, ed entrambi possono essere veri.
Il frutto dello Spirito, ovvero il frutto che scaturisce dalla saggezza della giustizia.
La vita retta in sé, che deriva dal conoscere e seguire la via della saggezza di Dio.
Combinando i due, il «raccolto» che otteniamo è una vita devota gradita a Dio, dimostrata dal frutto dello Spirito.
D: In Giacomo 4:1, in che modo i desideri «lottano» dentro di noi?
R: Le persone possono trovarsi in «conflitto» con desideri contraddittori, hedonon in greco, da cui deriva la nostra parola edonismo. Anche i non credenti che desiderano compiere qualche male spesso non lo fanno perché nutrono un desiderio più forte di non subire le conseguenze.
I termini che indicano guerre e battaglie possono riferirsi a conflitti nazionali e guerre civili. Tuttavia, l’Impero Romano non era in preda a una guerra civile in quel periodo, e le battaglie di cui parla Giacomo sono interiori.
D: In Giacomo 4:1, in che modo la battaglia interiore può riversarsi all’esterno e causare antagonismo verso gli altri?
R: Quando una persona è infelice a causa di un conflitto interiore, potrebbe non ritenere necessario mostrarsi gentile verso gli altri. Se qualcuno Le crea difficoltà o è in conflitto con Lei, consideri che ciò potrebbe non avere nulla a che fare con Lei. Potrebbero essere le sue stesse «battaglie» interiori a riversarsi all’esterno e ad attaccarci. Non può trovare pace con gli altri se è in guerra con se stesso.
Alcune persone ritengono che il conflitto con gli altri sia lo stato di cose normale e prevedibile. Quando una persona è stata criticata pubblicamente da un’altra che considerava un amico, quest’ultima ha semplicemente giustificato l’accaduto definendolo «fuoco amico».
D: In Giacomo 4:1-2, come si fa a porre fine alle liti tra cristiani, senza ritrovarsi coinvolti a propria volta in una lite con loro?
R: Innanzitutto, preghi riguardo alla situazione. Cerchi di comprendere il punto di vista delle parti in conflitto. Non è necessario essere d’accordo con quel punto di vista per comprenderlo. Si rechi dalla persona, o da ciascuna delle parti coinvolte, in privato e ne parli con loro. Se ciò non funziona, ne parli nuovamente con loro, accompagnandosi di altre persone. Se nemmeno questo funziona, allora, a malincuore, porti la questione davanti all’intera chiesa, come indicato in Matteo 18:15-17.
Nella mia esperienza di diacono, c’era un anziano nella chiesa che parlava spesso contro un “anziano a vita” della comunità. Così, quando l’“anziano a vita” ebbe l’opportunità di predicare, trascorse l’intero tempo a criticare il primo anziano. Immaginate che impressione ciò abbia fatto ai visitatori. Io non ero presente, poiché stavo guidando il servizio della chiesa per i giovani. Ma ne ho certamente sentito parlare. Ho parlato a tu per tu con l’«anziano a vita», ma egli mi ha risposto che qualcun altro gli aveva detto che aveva detto esattamente la cosa giusta. A quel punto ho riunito altre dieci persone della chiesa che la pensavano come me, e abbiamo chiesto un incontro a casa sua per discuterne. Abbiamo chiarito che non eravamo contro di lui e che non volevamo che si dimettesse; desideravamo semplicemente che questo disaccordo non venisse alla luce in modo così sgradevole. Alla fine l’altro anziano se ne andò, insieme ad alcune altre persone, e fondarono una loro chiesa a circa un’ora di macchina da qui.
D: In Giacomo 4:2, in che modo i cristiani «uccidono»?
R: Ricordate che le parole di Giacomo seguono da vicino l’insegnamento di Gesù. Gesù disse in Matteo 5,21-22 che non è solo l’omicidio fisico, ma anche l’arrabbiarsi con il proprio fratello senza motivo o il dare a qualcuno del “testa vuota” a mettere una persona in pericolo di finire nel fuoco dell’inferno.
Pertanto, Giacomo non si riferisce solo all’omicidio fisico di qualcuno, ma anche all’odio verso un altro credente.
D: Giacomo 4,2-3 indica forse che Dio ci concederebbe qualcosa che Egli stesso desidera che noi possediamo, se la chiedessimo con motivazioni sbagliate? In che modo ciò metterebbe Dio, per così dire, «tra l’incudine e il martello»?
R: Se chiediamo qualcosa di cui abbiamo legittimamente bisogno, ma intendiamo usarla per scopi malvagi, Dio potrebbe non concedercela – anche se ne abbiamo davvero bisogno.
D: In Giacomo 4,3, questo va contro la promessa che Dio esaudirà le nostre preghiere?
R: No, non la nega, ma vi pone una condizione. A volte Dio risponde alle nostre preghiere con un «no». E a volte risponde con un «aspettate».
D: In Giacomo 4:4, perché Giacomo definì «adultere» i cristiani ai quali stava scrivendo?
R: Il termine greco qui è al femminile, il che è appropriato, poiché tutti noi, uomini e donne, siamo collettivamente la sposa di Cristo.
Una persona adultera di solito non vuole il divorzio. Mentre qualcuno potrebbe volere il divorzio per separarsi da una persona e sposarne un’altra, un adultero o un’adultera spesso vuole entrambe le cose. Desidera rimanere con il proprio coniuge e avere anche qualcun altro di nascosto. Giacomo non sta dicendo che queste persone non vogliano più seguire Dio. Piuttosto, vogliono continuare a seguire Dio e allo stesso tempo dedicarsi anche alle cose del mondo. Seguire Cristo significa scegliere di eliminare le possibilità di disobbedire a Dio.
Purtroppo, anche i cristiani a volte cercano di servire due padroni, come Dio e il mondo. In Matteo 6:24 Gesù disse che non si può servire sia Dio che il denaro.
Generalizzando su questo punto, talvolta i cristiani hanno bisogno di un forte rimprovero.
D: In Giacomo 4:5, in che modo lo spirito che dimora nei cristiani li rende invidiosi, dal momento che Giacomo 3:16 afferma che dove c’è invidia e contesa vi sono opere malvagie?
R: Non esiste solo l’orgoglio mondano, ma può esserci anche un orgoglio spirituale. L’orgoglio spirituale consiste nel ritenersi migliori o più importanti a causa della propria spiritualità o dei propri doni. Nessuno di noi possiede nulla di buono se non ciò che Dio ci ha donato. Pertanto non abbiamo davvero nulla di cui andare fieri. Giacomo 4,5 non afferma che lo Spirito sia malvagio o invidioso, ma la consapevolezza del fatto che lo Spirito Santo dimori nei cristiani può portare all’orgoglio e a sentimenti di ipocrisia, che sono malvagi.
È sempre negativo provare invidia, a prescindere da ogni altra circostanza. Anche i credenti possono peccare provando invidia nei confronti di altri credenti o delle circostanze dei non credenti. Nel Salmo 73 Asaf racconta con sincerità di quando «i suoi piedi stavano per scivolare» mentre invidiava i presuntuosi.
Non vi è alcuna citazione nell’Antico Testamento o negli apocrifi che affermi: «Lo Spirito che dimora in noi brama con gelosia». Tuttavia, originariamente nelle Scritture non vi era punteggiatura. Una traduzione migliore, e quella seguita dalla BSB, è: «O forse pensate che la Scrittura affermi senza motivo che lo Spirito che Egli ha fatto dimorare in noi brama con invidia?». Non è chiaro se con «spirito» qui si intenda lo Spirito Santo o il nostro spirito.
Un’altra possibilità è che Giacomo si riferisca a una citazione delle Scritture: egli fa riferimento a Giacomo 4:6, che cita Proverbi 3:34.
D: In che modo Giacomo 4:6 si collega a Giacomo 3:6: «Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili»?
R: L’orgoglio spesso manifesta i suoi frutti negativi attraverso la lingua. Quando nel vostro cuore sono presenti orgoglio, invidia, risentimento o altre cose malvagie, il modo più rapido per mitigare il danno è non dire nulla, finché il vostro cuore non sia in pace. È difficile impedire che le parole offensive producano il loro effetto negativo, una volta pronunciate. Successivamente, Giacomo fornisce tre esempi di come l’orgoglio esploda e diventi visibile nella nostra vita: la calunnia in Giacomo 4,11-12, la vanagloria in Giacomo 4,13-17 e l’accaparramento di ciò che non vi appartiene in Giacomo 5,1-6.
D: In Giacomo 4:7, ovviamente, i non cristiani dovrebbero venire a Cristo e sottomettersi a Dio. Ma in che modo i cristiani, ai quali Giacomo si rivolge, dovrebbero sottomettersi a Dio?
R: Anche se abbiamo sottomesso la nostra vita a Dio nel momento in cui siamo stati salvati, dobbiamo sottometterci nuovamente a Dio ogni giorno. Dobbiamo scegliere quotidianamente e momento per momento se dimorare in Cristo e obbedirgli oppure no. Dobbiamo avvicinarci a Dio e mantenere puro il nostro cuore.
D: In Giacomo 4:8, se qualcuno in cielo vi osservasse in modo particolare, vi considererebbe più un credente risoluto o uno indeciso?
R: Si spera che vedano coerenza, fedeltà e amore leale e che la considerino più un credente risoluto.
D: In Giacomo 4:8, in che modo l’egoismo peccaminoso induce un credente ad allontanarsi da Dio?
R: Non si tratta di chiedersi «se» l’egoismo peccaminoso possa indurre un credente ad allontanarsi; esso lo indurrà sicuramente ad allontanarsi. Si può perseguire seriamente una sola cosa. Quando inseguiamo il piacere o l’ambizione egoistica, perdiamo il tempo e l’energia necessari per cercare la vicinanza a Dio. È vero anche il contrario. Se dedichiamo tutta l’energia possibile alla ricerca di Dio, non avremo né il tempo né l’energia per dedicarci anche alle cose del mondo.
D: In Giacomo 4:9-10, cosa significa «affliggersi per il peccato»?
R: Il termine greco qui utilizzato, talaiporesate, ha un significato più forte rispetto alla versione inglese. Significa «affliggersi profondamente» e si avvicina al concetto di «lamentarsi». Quando non siamo in pace con Dio, o abbiamo il peccato nel cuore, non dovremmo comportarci come se tutto andasse bene. Dobbiamo prendere il peccato molto sul serio. I nostri cuori dovrebbero piangere e lamentarsi quando siamo fuori dalla comunione con Dio.
D: In Giacomo 4:11, così come in 1:2, 16, 19; 2:1, 5, 14; 3:1, 10, 12, perché Giacomo parla così spesso dei «miei fratelli»?
R: Si possono individuare due ragioni. La prima riguarda i destinatari della lettera. Non si tratta di un messaggio evangelistico, bensì di una lettera rivolta ai credenti, sia uomini che donne. In secondo luogo, era in primo piano nella mente di Giacomo, consciamente o inconsciamente, la vicinanza e la cura che i credenti hanno, o dovrebbero avere, gli uni verso gli altri.
D: In Giacomo 4:11 e Tito 3:2, poiché non dobbiamo parlare male gli uni degli altri, perché Paolo [presumibilmente] lo fece con Imeneo e Fileto in 2 Timoteo 2:17?
R: Il termine greco qui utilizzato ha un significato più ampio rispetto alla semplice calunnia; implica, in generale, il non parlare male gli uni degli altri. Dobbiamo esprimere parole costruttive e veritiere. Paolo non doveva parlare male di nessuno in Tito 3:2. Tuttavia, Paolo stesso aveva bisogno di aiutare la chiesa mettendola in guardia contro Imeneo e Fileto in 2 Timoteo 2:17-18, e contro falsi dottori non specificati in 1 Timoteo 1:3-7. Alcune persone si allontanano dalla verità per ragioni morali o a causa di un rapporto difficile, ma a quanto pare Imeneo e Fileto si allontanarono per ragioni intellettuali.
D: In Giac 4,11; Lev 19,16; Sal 15,3; 31,13; 38,20; 41,6-7; 50,20; 101,5; Prov 10,18 sgg.; 30,10; Ger 6,28; Ez 36,3; Mt 15,19; Mc 7,22; 2 Cor 12,20; Ef 4,31; Col 3,8; Tt 3,2; 1 Pt 2,1, in quali modi i cristiani potrebbero peccare diffamando altri cristiani e le chiese?
R: Quando le persone avanzano affermazioni false su un insegnante, o riportano fatti negativi, in situazioni in cui dovrebbero invece mostrarsi gentili, si tratta di calunnia. La calunnia consiste nel dire cose negative che non sono vere, o nel denigrare altri cristiani e la chiesa quando non si dovrebbe farlo.
Se dite qualcosa di negativo, assicuratevi che sia sia veritiero che utile. Tuttavia, il fatto che le parole siano veritiere non significa necessariamente che dobbiate dirle, se non sono utili. Inoltre, dovremmo dire la verità nell’amore, come indicato in Efesini 4:15.
D: In Giacomo 4:11, che cosa ha a che fare il «giudicare» con la diffamazione di altri cristiani e delle chiese?
R: La calunnia spesso va di pari passo con il peccato di parlare o agire come se si fosse il loro giudice. In contrasto con questo insegnamento di Giacomo, l’opera rabbinica ebraica Pirqe Avot (190-230 d.C.) 1,7 recita: «Giudicate ogni uomo sulla bilancia del merito». Allora mi permetta di prendere il mio taccuino, seguirla ovunque e giudicarla in base ai suoi meriti secondo la legge. Sono certo che lo apprezzerà davvero!😉 Ecclesiaste 12:14 afferma che tutto verrà portato alla luce, sia il bene che il male, ma è Dio, non noi, che porterà tutto alla luce.
D: In Giacomo 4:13-15, in che cosa consiste esattamente il vantarsi del domani, e come dovremmo evitare di farlo?
R: È presuntuoso affermare di sapere qualcosa che non conosciamo. La sezione precedente riguardava la presunzione di poter giudicare gli altri, mentre questi versetti riguardano la presunzione di conoscere con certezza il futuro. Quando parliamo o affermiamo di poter conoscere con certezza il futuro, ci stiamo vantando riguardo al domani.
Il modo più semplice per evitare di farlo è ricordare a se stessi la realtà: in verità non si sa con certezza cosa accadrà domani. Ecco perché è meglio dire: «Se il Signore lo vorrà», piuttosto che vantarsi contro Dio, affermando: «Lo so con certezza».
Ma ciò non significa che non dovremmo fare progetti per il futuro. È bene pianificare «con umiltà» e, man mano che le circostanze cambiano, modificare i nostri piani. Tutti i nostri progetti dipendono dalla volontà di Dio. Dio può modificarli e i nostri piani possono rivelarsi vani. Ma non è corretto affermare che domani faremo sicuramente questo o quello, poiché non sappiamo con certezza cosa faremo domani sulla terra, né tantomeno se saremo ancora su questa terra. È preferibile dire: «Se il Signore lo vorrà», domani faremo questo o quello.
Ricordate semplicemente che i piani cambiano.
Il generale Dwight D. Eisenhower fu coinvolto nella pianificazione della più grande invasione di tutti i tempi: il D-Day in Europa. Egli affermò: «I piani non valgono nulla, ma pianificare è tutto». I nostri piani cambiano continuamente, ma otteniamo risultati migliori quando abbiamo un piano piuttosto che quando non ne abbiamo alcuno.
Proverbi14:22 dice che chi progetta il bene trova amore e fedeltà. Proverbi 16:3 dice di affidare al Signore qualsiasi cosa facciamo, e i nostri piani avranno successo. Tuttavia, dovremmo renderci conto, come dice Proverbi 21:30, che nessun piano può avere successo contro il Signore.
D: In Giacomo 4:13-16, sebbene Dio sia contrario al vantarsi di sé stessi, al vantarsi a scapito degli altri, ecc., perché ritiene che Dio sia contrario anche al vantarsi riguardo al domani?
R: «Vantarsi delle proprie pretese arroganti» è la traduzione letterale dal greco. Vantarsi di sapere con certezza cosa accadrà domani, quando non si possiede tale capacità, è orgoglio contro Dio. Vantarsi di essere migliori di qualcun altro è orgoglio contro l’altra persona. Qualcuno una volta ha detto che la lettera centrale sia nella parola «peccato» che in quella di «orgoglio» è la «I».
D: Giacomo 4:17: come dovremmo applicare il versetto «Chiunque, dunque, sappia cosa è giusto fare e non lo faccia, commette peccato»?
R: È ovvio per i cristiani che non dobbiamo compiere azioni che dispiacciano a Dio. Ma questi sono chiamati peccati di commissione. Se non state facendo nulla di male, ma non state compiendo il bene che Dio vuole che facciate, state peccando. Questi sono chiamati peccati di omissione. A volte si presentano occasioni di fare del bene che non facevano parte dei vostri piani, come accadde al buon samaritano. Modificherete i vostri piani per compiere il bene che Dio desidera che facciate?
Quando c’è una cosa buona da fare e non c’è nessun altro che possa farlo, possiamo giustificare la nostra inazione dicendo che non è la nostra vocazione, o qualcosa di simile. Pensate alla parabola del Buon Samaritano. Pensare «Ho bisogno di più tempo per riflettere su ciò che Dio vuole che io faccia» è legittimo se sinceramente non si conoscono le direzioni strategiche della propria vita, ma non lo è quando si tratta di soddisfare bisogni immediati.
La comunità ecclesiale dovrebbe compiere tutto il bene che Dio desidera venga fatto. Ciò include sia i gruppi ufficiali o organizzati che realizzano iniziative, sia i singoli individui che prendono l’iniziativa e agiscono per conto proprio, sia ogni altra forma intermedia. L’importante non è se lo fate o meno voi, ma se viene fatto o meno dalla comunità di Cristo. Ad esempio, un’abile chirurga cristiana in America stava per abbandonare la propria attività per recarsi in un paese in via di sviluppo e lavorare lì come chirurgo. Ma quando fece i conti, si rese conto che con il suo stipendio in America avrebbe potuto sostenere due o tre chirurghi in quel paese, facendo ciò che faceva lei. Così mantenne la propria carriera e sostenne quei chirurghi.
D’altra parte, se esiste un bisogno che non viene soddisfatto da nessuno e voi disponete delle risorse, del tempo, del denaro e dei doni necessari per colmare tale bisogno, allora pregate al riguardo e, se Dio vi guida, mettetevi all’opera.
D: In Giacomo 5:1-3a, per quanto riguarda le prime tre ragioni per cui i ricchi dovrebbero piangere e lamentarsi, qual è la differenza tra ricchezza, abiti, oro e argento?
R: La ricchezza può essere goduta o risparmiata, a breve termine o permanente, visibile o meno. Il numero di famiglie un tempo ricche è elevato, quindi forse la vostra ricchezza dovrebbe essere considerata solo come qualcosa che possedete temporaneamente, per un certo periodo. Ma durante quel periodo sfruttatela al meglio.
Alcune cose sono come la ruggine, che corrode il valore della ricchezza a lungo termine. Le tarme non fanno disintegrare gli abiti; piuttosto lasciano dei buchi che li rendono inutilizzabili. Come le tarme, alcune cose possono degradare rapidamente il valore della ricchezza visibile. Pensi a un incidente, o a qualcosa che graffia o ammacca la sua auto nuova che ha appena acquistato.
L’unico tesoro che può davvero durare è quello che si trova in cielo, derivante dal compiacere Dio e dal fare la Sua volontà.
D: In Giacomo 5:1-6, chi sono esattamente i ricchi di cui parla Giacomo?
R: Tre punti da considerare nella risposta.
Dio è soddisfatto di alcune persone benestanti. Abramo era molto ricco, anche secondo gli standard moderni. Anche Giobbe alla fine era molto ricco. Salomone non chiese la ricchezza, ma Dio gliela donò. Qui si fa riferimento alle persone benestanti che dispiacciono a Dio.
Non credenti o credenti? I commentatori non sono d’accordo sul fatto che questi ricchi si dichiarino cristiani o meno. Ma la vera risposta è: non ha importanza. Indipendentemente da ciò che affermano, non stanno seguendo Dio. Nulla impedisce a Giacomo di riferirsi a entrambi i tipi. Tuttavia, Giacomo si rivolge, come minimo, alle persone della chiesa, quindi questo monito include sicuramente i ricchi malvagi che frequentano la chiesa, così come il resto del capitolo.
Potrebbe riferirsi a qualcuno di noi? Se gran parte del mondo non ha ancora ascoltato il Vangelo ed è difficile ottenere finanziamenti adeguati per i missionari, come giudicherà Dio i beni di lusso che abbiamo acquistato per noi stessi? Come afferma Tony Evans: «Aggrapparsi alle ricchezze può costarvi l’eternità».
D: In Giacomo 5,1-6, in che modo queste azioni dei ricchi malvagi sono espressione di arroganza?
R: La Bibbia afferma che si raccoglie ciò che si semina, e il ricco che compie queste azioni crede fermamente che non raccoglierà mai ciò che ha seminato.
D: In Giacomo 5,1-6, la ricchezza è una maledizione o una benedizione, come suggeriscono Proverbi 15,6 e Salmo 112,3?
R: Può essere entrambe le cose, a seconda di come viene utilizzata. La ricchezza è un fattore abilitante. Può consentire a persone che altrimenti non ne avrebbero l’opportunità di ubriacarsi, sballarsi o compiere altre azioni malvagie. Può indurre le persone a compiere atti idolatri per ottenere più denaro, come nel caso di Gedeone in Giudici 8:27. La ricchezza può essere una benedizione che consente alle persone di aiutare il prossimo. Ricordate che in Luca 16,19-31 il ricco si trova nel fuoco non tanto per ciò che ha fatto, quanto per ciò che non ha fatto.
Possedere ricchezza può tuttavia rivelarsi insidioso. Molte volte le persone accumulano ricchezza per quella che ritengono una buona causa, ma finiscono per utilizzarla in modo egoistico. Il contrario, ovvero accumulare denaro in modo egoistico per poi cambiare atteggiamento e impiegarlo per il bene, non accade spesso. Ricordate: la ricchezza può essere un buon strumento che Dio concede ad alcuni affinché lo utilizzino. Ma quella stessa ricchezza comporta un «alto rischio» di minacciare voi e la vostra famiglia con la miseria.
D: In Giacomo 5:2, perché si menzionano gli abiti insieme all’oro e all’argento?
R: Oltre all’oro e all’argento, gli indumenti potevano essere utilizzati come pagamento per dei servizi. Ciò è dimostrato in 2 Re 5,5.22; Matteo 6,19 e nell’apocrifo 1 Maccabei 11,24. Quando si possedevano vesti e scialli, la taglia non aveva molta importanza.
D: In Giacomo 5,2-3, cosa si dice riguardo all’accaparramento, e perché i ricchi malvagi accumulano ricchezze in questo contesto?
R: I ricchi malvagi qui stanno accumulando ricchezze, indumenti, oro, argento e persino i salari altrui. Non si tratta solo del fatto che non siano generosi; essi non pagano nemmeno ciò che giustamente devono.
Gary Brandenburg, in un sermone, raccontò una volta di un investitore, con un patrimonio di oltre 200 milioni di dollari, che lavorava fino a tarda notte. Qualcuno gli chiese perché lavorasse fino a quell’ora. Egli rispose: «Per non dover dormire per terra». Vedete, quando era bambino, la sua famiglia era così povera che doveva dormire per terra. Se ne ricordava sempre e, per questo, per quanto fosse diventato ricco, temeva sempre di non avere abbastanza e di dover dormire di nuovo per terra.
a) Le persone possono accumulare beni per insicurezza riguardo al proprio futuro finanziario. Ritengono che il loro futuro sia nelle loro mani, non in quelle di Dio, e fanno del loro meglio per ridurre al minimo i rischi.
b) Le persone possono accumulare beni per l’angoscia che provano nel gettare via le cose. Si tengono mille oggetti in più, perché se non lo facessero, un giorno, in un futuro lontano, potrebbero aver bisogno di uno di quegli oggetti e non vorrebbero doverlo ricomprare. Ma il costo di ricomprare occasionalmente un oggetto è inferiore alla seccatura di ingombrare tutto.
c) Le persone possono anche accumulare per avidità, in modo da disporre in seguito delle risorse finanziarie necessarie per investire in un ottimo affare. Tuttavia, se i beni accumulati sono illiquidi, probabilmente non saranno di grande aiuto.
d) Le persone possono accumulare beni in seguito a un evento traumatico della vita (TLE). Passano dal confidare che le cose andranno bene, all’aggrapparsi a tutto ciò a cui possono ancora aggrapparsi.
e) Le persone possono accumulare per abitudine; avere più oggetti non può mai nuocere. Temono di rimanere senza qualcosa oppure ritengono che avere molte cose intorno a sé abbia un valore.
Una persona può accumulare qualsiasi cosa, ma più spesso si tratta di «accumulatori selettivi». Accumulano solo libri, o automobili, o vestiti, o scarpe, o documenti, o riviste, o computer, o persino gatti.
Le persone possono essere più inclini ad accumulare oggetti se hanno un familiare che accumula, oppure in seguito a una situazione stressante. La Cleveland Clinic ritiene che il 2-6% degli americani soffra di disturbo da accumulo compulsivo.
Ma in quanto stranieri e forestieri in questo mondo, dobbiamo imparare l’arte di «viaggiare leggeri» anziché «nutrire le tarme». Come afferma Alec Motyer nel suo libro *The Message of James*, alle pagine 165-166: «L’accumulo è una negazione dell’uso corretto (cfr. Lc 12,33), della vera fiducia (cfr. 1 Tim 6,17) e della speranza in Dio (cfr. 1 Tim 6,18-19)».
Per ulteriori informazioni, consultate e.
D: In Giacomo 5:3, sulla terra l’oro non si corrode se non a contatto con l’acido, mentre l’argento si ossida lentamente. Perché la loro corrosione dovrebbe testimoniare contro una persona?
R: L’oro puro non si corrode affatto a contatto con l’aria o l’acqua. Tuttavia, un oggetto realizzato in oro mescolato con argento o con un altro metallo si corroderà nel tempo. Ciò costituirà una testimonianza del fatto che l’oro non era ciò che si diceva fosse. Allo stesso modo, opprimere i poveri costituisce una testimonianza contro l’autenticità della fede di qualcuno. Ma proprio come l’acqua regia dissolve l’oro puro, sulla terra anche il metallo apparentemente più resistente alla corrosione può comunque essere giudicato e sottratto da Dio.
Giacomo utilizza qui una metafora davvero singolare. Egli afferma che essi hanno «accumulato» ira.
D: In Giac 5,4; Lev 19,13; Deut 24,14-15; Giobbe 7,1-2; 24,10; 31,13; 31,38-40, Prov 3,27-28; Ger 22,13; Am 8,4-6; Mal 3,5; Mt 20,8, in quali modi le persone trattengono fraudolentemente i salari?
R: In modo esplicito, potrebbero semplicemente aver omesso di versare i salari che erano legalmente tenuti a pagare, oppure aver addotto giustificazioni per pagare meno. Oppure potrebbero aver individuato scappatoie legali per sottrarsi al pagamento. In modo implicito, potrebbero ricorrere a tattiche aggressive per negoziare il salario o il compenso più basso possibile.
Un esempio di cui ho sentito parlare riguarda un’azienda produttrice di videogiochi che pagava salari bassi ma prometteva un ingente bonus a tutti i programmatori una volta che il gioco fosse stato lanciato. Poi, proprio prima del lancio, ha licenziato il personale. Un secondo esempio consiste nell’applicare ingenti spese finanziarie per i ritardi nei pagamenti, senza poi chiarire con precisione entro quando tali pagamenti debbano essere effettuati.
Un terzo esempio è quello di una grande società quotata al NYSE che ha tagliato gli stipendi dei propri dipendenti, pagando la differenza sotto forma di bonus in base ai risultati aziendali. L’anno successivo la società ha registrato profitti eccezionali, ma i dirigenti hanno affermato che tali risultati non soddisfacevano comunque i loro obiettivi di performance, pertanto sono stati erogati pochi bonus.
Un quarto esempio di frode aziendale si verifica quando, se l’importo versato è anche solo di un centesimo inferiore all’importo totale, l’azienda potrebbe addebitare una penale per il ritardo sull’intero importo. Se sono presenti più fatture in sospeso e il cliente paga una parte dell’importo totale, a quale fattura dovrebbe essere applicato il pagamento (la più vecchia o la più recente)? Alcune aziende lo attribuiranno al pagamento che è maggiormente a loro vantaggio.
Un quinto esempio si verifica quando un’azienda con addebiti ricorrenti, come una compagnia telefonica, aggiunge servizi (e relativi addebiti) alle fatture dei clienti senza la loro approvazione o a loro insaputa. Quando i clienti se ne accorgono e presentano reclamo, gli addebiti vengono rimossi. Tuttavia, ai clienti che non se ne accorgono viene comunque addebitato l’importo extra.
Un sesto esempio riguarda le «commissioni» a sorpresa aggiunte agli investimenti, ai piani 401K e agli stipendi, l’impossibilità di incassare i benefici o ritardi non menzionati nei pagamenti. Conosco una persona che ha investito il proprio 401K per diciassette anni e, al netto delle commissioni, il tasso di rendimento totale è stato dello 0%.
Al di fuori delle Scritture, ciò è menzionato anche in Siracide 7,20; 31,4; 34,21 ss.; Tobia 4,14; Testamento di Giobbe 12,4; e Pseudo-Focilide (100 a.C.-100 d.C.) 19.
D: In Giacomo 5,5, che cosa si intende esattamente per «autoindulgenza»?
R: Si tratta semplicemente di vivere per se stessi, ovvero di accumulare denaro esclusivamente per sé e per la propria famiglia. Se non si dona nulla a Dio o agli altri, occorre stare attenti che la ricchezza non diventi il proprio idolo. L’autoindulgenza può consistere nello spendere denaro o nel cercare il proprio piacere quando non si dovrebbe. Ad esempio, ciò può significare acquistare articoli di marca, consumare cibi costosi, vini pregiati, ecc. Si dice che si «ingrassano i cuori», il che implica che la ricchezza alteri il cuore e il carattere. Dovete prestare molta attenzione al vostro cuore.
D: In Giacomo 5:5, qual è la differenza tra piacere e lusso?
R: Hanno un significato simile, con una leggera differenza. Il termine greco per «lusso», espatalesate, è comune nella letteratura; non indica una vita dissoluta, ma piuttosto un lusso raffinato e stravagante. Il termine per «piacere», etryphesate, ha la connotazione di fare tutto ciò che il proprio cuore desidera, anche cose malvagie. Un’altra traduzione potrebbe essere «darsi alla baldoria». Potrebbero trattarsi di diversi tipi di indulgenza, ma Giacomo si pronuncia contro entrambi.
D: In Giacomo 5:6, in che modo i ricchi hanno ucciso i poveri?
R: Esistono due modi, di cui il secondo è più diffuso.
Almeno nella città di Roma, chiunque disponesse di denaro poteva assumere un assassino a pagamento per uccidere qualcun altro. I ricchi potevano semplicemente uccidere coloro che si mettevano sulla loro strada. I ricchi stessi sarebbero stati più difficili da uccidere, poiché potevano disporre di servitori che fungevano da guardie del corpo.
Potevano avvalersi ingiustamente delle leggi e dei tribunali per privare le famiglie povere del cibo, ridurle a mendicare e, alla fine, farle morire di fame. È un po’ come quando un ragazzino annunciò a suo padre che da grande voleva diventare un criminale e suo padre gli chiese: «Nel settore privato o in quello pubblico?»
D: In Giacomo 5,7-8, perché è importante che i cristiani siano pazienti?
R: Il termine greco per «pazienza», makrothymon, significa letteralmente «lungo temperamento», con l’implicazione di uno «spirito equilibrato». Innanzitutto, Dio ci comanda semplicemente di essere pazienti. Cosa ottiene un contadino quando semina il suo raccolto? Non ottiene nulla nell’immediato, se non il fatto di aver appena perso molti soldi per i semi. Spera solo di ottenere un ottimo raccolto molto più avanti nel tempo. A volte, quando non lo siamo, perdiamo opportunità e benedizioni. Essere pazienti anche nelle cose piccole e insignificanti sviluppa la nostra capacità di essere pazienti per le cose più grandi. La nostra pazienza nelle prove potrebbe portarci a una benedizione o a un’opportunità maggiore; ma a volte non è così. A volte, come Giobbe, la nostra perseveranza serve esclusivamente a glorificare Dio. Possiamo avere pazienza quando ricordiamo quanto Dio sia stato (e sia tuttora) paziente nei nostri confronti.
Il termine greco qui utilizzato, «parousia», si riferisce al ritorno di Gesù. Nella letteratura profana indicava una visita ufficiale di un re in una città. La parousia è menzionata anche in Matteo 24:3, 27, 37, 39; 1 Corinzi 15:23; 1 Tessalonicesi 2:19; 4:15; 5:23; 2 Tessalonicesi 2:1; 2 Pietro 1:16; 3:4; 1 Giovanni 2:28.
La pioggia precoce cadeva tra ottobre e novembre, subito dopo la semina, mentre la pioggia tardiva cadeva tra marzo e aprile, proprio prima del raccolto. Entrambe le piogge erano necessarie per un buon raccolto. Le piogge precoci e tardive sono menzionate anche nella Settanta in Deuteronomio 11:14; Geremia 5:24; Osea 6:3; Gioele 2:23 e Zaccaria 10:1.
D: In Giacomo 5:7-11, qual è lo schema che si delinea tra la pazienza/perseveranza e la lingua?
R: Si tratta di uno schema alternato.
I versetti 5:7-8 trattano della pazienza come quella di un contadino
5:9 tratta della lingua e del parlare male degli altri
5:10-11 tratta della pazienza e della perseveranza, nell’attesa che il Signore venga
5,12 tratta della lingua e del pronunciare giuramenti
Esiste un intreccio tra la pazienza nel nostro cuore e l’astensione attenta dal pronunciare parole avventate. Avere pazienza con Dio e con se stessi, se accompagnata dall’orgoglio, può portare a mormorare contro coloro sui quali Dio sta ancora operando. Avere costanza nelle prove, se accompagnata dall’orgoglio, può portare a giuramenti avventati come quelli pronunciati da Pietro durante l’Ultima Cena. Quando siamo impazienti, in generale è più difficile controllare la nostra lingua.
D: In Giacomo 5:9, cosa c’è di sbagliato nel brontolare e in quali modi le persone tendono a brontolare?
R: È sbagliato semplicemente perché Dio ci comanda di non farlo, ma piuttosto di fare ogni cosa con rendimento di grazie. Oltre a ciò, brontolare significa lamentarsi verbalmente di una persona o di una situazione. Le persone brontolano quando le cose vanno male, o sembrano inutilmente negative o inutili, oppure ingiuste o inique. Giacomo 5,13-18 contiene l’antidoto al brontolio. Anziché rivolgere parole negative a qualcun altro, rivolgetevi a Dio con parole positive.
D: In Giacomo 5,10-11, osservando i neonati e i bambini piccoli, si evince che non nasciamo affatto dotati di pazienza; essa va appresa. Come possiamo quindi sviluppare la nostra pazienza?
R: Ecco quattro punti.
In primo luogo, ricordate quanto Dio sia paziente con noi.
In secondo luogo, chiedete a Dio di continuare a rendere il vostro carattere sempre più simile a quello di Cristo, compresa la pazienza.
In terzo luogo, rendetevi conto che attendere con pazienza è più vantaggioso che mostrarsi impazienti riguardo a qualcosa, poiché l’impazienza non aiuta affatto.
Infine, sviluppare il proprio «muscolo della pazienza» richiede di «allenarsi», ovvero di esercitarsi nell’essere pazienti. Abbiamo bisogno di opportunità per mettere in pratica i frutti dello Spirito di cui si parla in Galati 5:22-23 e per crocifiggere la nostra carne.
D: In Giacomo 5,10-11, la pazienza e la perseveranza/costanza sono correlate, ma qual è la differenza?
R: La pazienza consiste nel saper attendere con calma qualcosa, qualcuno o Dio. La perseveranza significa «tenere duro» e sopportare la lotta. È necessaria la pazienza per perseverare nel tempo.
La perseveranza non consiste nel rimanere passivamente in attesa, ma nel continuare a lottare per fare ciò che si sa che Dio vuole che si faccia, nonostante gli ostacoli. La perseveranza è resistere in una competizione, che si tratti di una gara atletica, di un’impresa militare o di una battaglia spirituale. Dobbiamo perseverare nelle afflizioni brevi e intense, ma anche nelle prove croniche e prolungate, senza perdere la nostra gioia o la nostra speranza.
Infine, Giacomo affermò che Giobbe possedeva fermezza/perseveranza, ma in realtà non disse che Giobbe avesse pazienza. Giobbe era saldo nella sua fede in Dio, ma in molte occasioni si mostrò impaziente nei confronti di Dio.
D: In Giacomo 5,10-11 e Giacomo 1,3-4, perché la perseveranza è importante per un cristiano?
R: Siamo chiamati a sopportare persecuzioni e difficoltà. Non dobbiamo preoccuparci del futuro, per il quale non abbiamo alcuna garanzia. Nella parabola del seminatore in Luca 8,5-18, il seme seminato sulla roccia germogliò con gioia, ma non perseverò. Anche il seme seminato tra le spine crebbe, ma fu soffocato e non produsse alcun frutto. Alla gente piace il fast food, anche quando non è molto salutare; allo stesso modo, alcuni vorrebbero il fast food anche dal punto di vista spirituale.
D: In Giacomo 5,12 il «giurare» si riferisce qui al promettere in nome di qualcosa. Qui e in Matteo 5,34-37, perché Dio non vuole che prestiamo giuramenti? Cosa pensa che Dio veda quando qualcuno giura in questo modo?
R: Alcuni dei comandamenti di Dio sono cambiati con la Nuova Alleanza. Sotto la Legge mosaica le persone dovevano mantenere i propri giuramenti, ma sotto la nuova e diversa «legge della libertà» della Nuova Alleanza, non dobbiamo prestare alcun giuramento. Possiamo impegnarci a fare ciò che intendiamo fare. Tuttavia, se qualcosa cambia o disponiamo di nuove informazioni, vogliamo evitare di rimanere vincolati.
D: In Giacomo 5:12, Osea 4:2 e Matteo 5:34-37, i giuramenti sono negativi, oppure possono essere positivi come dimostrano Genesi 21:24, Deuteronomio 6:13 e Apocalisse 10:5-6?
R: Sotto la Legge mosaica le persone prestavano giuramenti (Levitico 19:12) e non dovevano prenderli alla leggera, come indicato in Ecclesiaste 5:4; Geremia 5:2; 7:9; Osea 4:2 e Zaccaria 5:3-4. Ma ora, sotto Cristo, «la legge della libertà», dovremmo semplicemente fare in modo che il nostro sì sia sì e il nostro no sia no.
Giurare può presentare tre aspetti negativi. In primo luogo, può portare all’orgoglio, se si giura che qualcosa accadrà sicuramente, quando in realtà non si ha alcun controllo su ciò. In secondo luogo, può vincolarci a impegni che non avremmo dovuto assumere. In terzo luogo, può indurre le persone a pensare che l’importanza della veridicità della loro risposta cambi a seconda di ciò su cui si giura, mentre non dovrebbe essere così, come ha dimostrato Gesù in Matteo 5:33-37.
Per inciso, i farisei evitavano i giuramenti il più possibile, mentre gli esseni non prestavano mai giuramenti.
D: In Giacomo 5:12, è lecito prestare giuramento in un tribunale?
R: Un giuramento in tribunale per un testimone sotto giuramento ha due funzioni: 1) vi obbliga a rispondere «sì» o «no» invece di eludere la domanda; 2) potreste accettare implicitamente di pagare una sanzione per falsa testimonianza qualora mentiste. Due modi per prestare giuramento in un tribunale degli Stati Uniti sono: «Giuro di dire la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità» oppure «Affermo solennemente di dire la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità», sebbene io preferisca la seconda formulazione.
Non c’è nulla di sbagliato in questi giuramenti. Gesù fu messo sotto giuramento dal sommo sacerdote in Matteo 26:63-64. Il problema sorge se si giura su Dio, su Gerusalemme, sulla Bibbia, o se di fatto si afferma: «Dirò la verità perché sto giurando su quest’altra cosa». In altre parole, si darebbe a intendere che alcune delle proprie parole siano più sincere di altre. Un secondo problema, affrontato in Giacomo 5:13-15, è che se si promette che qualcosa accadrà in futuro, non si conosce il futuro.
D: In Giacomo 5:13, ritiene che si sia più inclini a pregare per chiedere aiuto quando si è in difficoltà, oppure a recitare una preghiera di ringraziamento una volta superata la difficoltà? Come dovremmo trovare un equilibrio in questo caso? (Dove sono gli altri 9?)
R: Molti pregano più spesso quando si trovano in difficoltà piuttosto che quando le cose vanno bene. È come se il loro desiderio di aiuto fosse maggiore del loro desiderio di rendere grazie a Dio. Non riducete le vostre preghiere quando vi trovate in difficoltà, ma cercate di rendere le vostre preghiere altrettanto frequenti e fervide quando le cose vanno bene.
In Giacomo 5:7-12 si parla sette volte di pazienza e costanza. Nei versetti 5:13-19 si parla sette volte di preghiera.
Quando Gesù guarì dieci lebbrosi in Luca 17,11-19 e disse loro di andare dal sacerdote, solo uno tornò per ringraziarlo. Siete simili a quel lebbroso, o siete come gli altri nove?
D: In Giacomo 5:13, quando provate queste emozioni, avete considerato che Dio vi sta dando un comando in questo passo?
R: Molti potrebbero pensare che si debba pregare per la propria sofferenza, affinché essa venga alleviata, ma non è questo il punto principale. Quando soffriamo, abbiamo l’opportunità di avvicinarci a Dio nella preghiera, e Dio ci comanda di pregare; non solo per la nostra sofferenza, ma per essere più vicini a Lui. Essere allegri significa letteralmente, in greco, «avere il cuore sereno». Quando siamo allegri, sia per ragioni evidenti, sia semplicemente perché ci sentiamo allegri senza alcun motivo immediato, ci viene comandato di cantare salmi e lodare Dio. Come afferma Giovanni Calvino, «non c’è momento in cui Dio non ci inviti a sé». Oppure, come dice Motyer, dobbiamo «consacrare ogni piacere e santificare ogni dolore».
D: In Giacomo 5:14, perché esattamente i malati dovevano essere unti con l’olio e dovremmo farlo anche oggi?
R: In un ambiente desertico arido, l’olio può avere un effetto medico benefico sulle malattie della pelle. Quando Erode morì a causa di un’infestazione da vermi intestinali, Giuseppe Flavio riferisce che prima della morte gli fu fatto un bagno nell’olio nella speranza che potesse aiutarlo. Pertanto, l’uso medico dell’olio era una pratica comune a quel tempo. Lo si ungevano con l’olio per chiedere a Dio di guarire la persona. Si noti che ciò avveniva per qualcuno che era gravemente malato, non semplicemente per chi aveva un leggero raffreddore. Erano gli anziani ad andare da lui; non era lui ad andare dagli anziani. Erano gli anziani a recarsi da lui, non i medici. Gli anziani pregavano per lui, forse perché era incosciente o febbricitante, o non era in grado di pregare da solo.
È bene farlo anche oggi. Non si tratta di «magia», ma piuttosto di preghiera. È un’espressione della nostra supplica a Dio per quella persona. È bene chiedere che si preghi per noi, ed è bene ricorrere all’aiuto medico, ma ciò che qui è escluso è anche ricorrere agli incantesimi di uno stregone o di un guaritore spirituale non cristiano. Se qualcuno volesse «giocare sul sicuro» facendosi pregare da un cristiano e, al contempo, da qualche spiritualista New Age o occultista, perché mai si dovrebbe pensare che la preghiera possa funzionare?
L’unzione medicinale dei malati con l’olio era comunemente menzionata nella letteratura antica. Nella Bibbia se ne trova traccia in Isaia 1:6; Geremia 8:22; Marco 6:13; Luca 10:34 (il Buon Samaritano). Al di fuori della Bibbia, se ne parla nelle *Antichità giudaiche* di Giuseppe Flavio, libro 17, cap. 172 (riguardo a Erode); nelle *Guerre giudaiche* di Giuseppe Flavio, libro 1, cap. 657; nella *Vita di Adamo*, 36; nell’*Apocalisse di Mosè*, 9:3; nel *Primo Libro di Enoch* slavo, 22:8-9; 8:35; nel «Som.» di Filone 2.58; nel «Menexeno» di Platone 238; nella «Storia Naturale» di Plinio, libro 23, capitoli 39-40; nel «De Simplicium Medicamentorum Temperamentis» di Galeno 2.10 e seguenti, secondo H. Schlier, TDNT 1, 230-232.
Ai giudei veniva chiesto di visitare e prendersi cura dei malati in Git. 61a, Sofah 14a, secondo la Jewish Encyclopedia, vol. 11, pag. 327.
I primi cristiani si prendevano cura dei malati, secondo quanto riportato da dodici scrittori cristiani pre-niceni: Policarpo, Giustino Martire, il *Diatessaron* di Tatiano, Clemente di Alessandria, Tertulliano, Commodiano, Cipriano, i capi della Chiesa di Roma, Ponzio, Dionigi di Alessandria, Metodio e Lattanzio.
Per inciso, la Chiesa cattolica romana ha gradualmente consentito solo ai sacerdoti di ungere gli ammalati e di amministrare l’estrema unzione. Tuttavia, il «Rito dell’unzione e della cura pastorale degli ammalati» della Chiesa cattolica romana del 1974, a pag. 26, afferma che anche i laici possono ungere gli ammalati.
D: Giacomo 5,14 avvalora la pratica cattolica romana dell’«unzione» o degli «estremi sacramenti», iniziata nell’VIII secolo e codificata nel Concilio di Trento, capitolo 15, paragrafo 1?
R: No, si dice di ungere gli ammalati, non solo coloro che stanno per morire. Il rito dell’«estrema unzione» è incentrato su coloro che stanno per morire, mentre nella Lettera di Giacomo l’attenzione è rivolta alla guarigione. È bene farlo per coloro che stanno per morire, ma non vi è alcun fondamento per un sacramento diverso per coloro che stanno per morire rispetto a coloro che sono malati. Purtroppo, oltre a condannare l’intero protestantesimo, i padri del Concilio di Trento dichiararono anatema chiunque negasse che l’estrema unzione fosse un sacramento.
Come affermò il ministro anglicano Richard Hooker, contrapponendo la Chiesa anglicana a quella cattolica romana: «Ci adoperiamo per istruire gli uomini in modo tale che ogni anima ferita dal peccato possa apprendere la via per guarire se stessa; essi, al contrario, vorrebbero far sembrare tutte le piaghe incurabili, a meno che il sacerdote non vi intervenga». (Richard Hooker, Laws of Ecclesiastical Polity (1888), libro 6, cap. 6.2.)
D: Il passo di Giacomo 5,15-16 sostiene i «guaritori per fede» di oggi?
R: No. Tutti noi siamo tenuti a pregare. Ciò non significa che non possiamo ricorrere anche all’aiuto medico.
D: Giacomo 5,16 sostiene la pratica cattolica romana della confessione a un sacerdote?
R: No, dice di confessarsi gli uni agli altri. I sacerdoti, in genere, confessano i propri peccati a persone che non sono sacerdoti?
D: In Giacomo 5:16 si legge: «La preghiera del giusto ha grande potere per ottenere ciò che chiede», mentre Romani 3:10 afferma: «Non c’è nessun giusto, nemmeno uno». Se nessuno è giusto, perché allora si parla della «preghiera del giusto»?
R: Per comprendere questo concetto occorre considerare tre aspetti.
Senza Cristo, Romani 3:10 descrive la condizione umana di ogni singola persona lontana da Dio. Nessuno è giusto di per sé. Ma da quando Gesù è venuto, siamo stati resi giusti; altrimenti qui non ci si rivolgerebbe a nessuno.
(Già) Posizionalmente con Cristo: grazie all’opera di Cristo siamo posizionalmente giusti al 100% agli occhi di Dio. Tuttavia, non è di questo che parla questo versetto.
(In via di realizzazione) A livello esperienziale con Cristo, siamo chiamati a vivere una vita retta fin da ora nel nostro cammino con Dio e nella nostra lotta per assomigliare sempre di più a Cristo.
Sintesi: la giustizia qui significa camminare rettamente con Dio, non la perfezione senza peccato. Secondo questa definizione, sì, i credenti possono essere e devono essere giusti fin da ora.
D: In Giacomo 5:16, dobbiamo fare una confessione pubblica dettagliata di ogni peccato a qualcun altro?
R: Non si confessi a qualcuno che spettegolerà, o a qualcuno che potrebbe essere indotto a peccare a causa di ciò che si condivide. Non è necessario confessare ogni sordido dettaglio, ma si confessi ciò che si è fatto, il motivo e come ci si sente al riguardo ora.
D: In Giacomo 5:16, in che modo dobbiamo confessare i nostri peccati agli altri oggi?
R: Un cristiano potrebbe avere uno (o più) «partner di responsabilità» a cui confessare i propri peccati, i quali sono tenuti a porgli domande sul suo cammino con Cristo. Il cristiano sa che gli verranno poste delle domande. Scegliete qualcuno che sia un credente maturo e che non sia tentato dal sentire parlare del vostro peccato, né spettegoli con altri riguardo al vostro peccato.
D: In Giacomo 5:16, se una cristiana morisse avendo dimenticato di chiedere a Dio il perdono per ogni singolo peccato, andrebbe comunque in Paradiso?
R: Sì. Siamo stati perdonati sulla croce. È Gesù che ci offre il mezzo del nostro perdono, non le nostre parole di confessione. Tuttavia, dobbiamo comunque confessare i nostri peccati e portare davanti a Dio tutto ciò di cui riusciamo a ricordarci.
D: In Giacomo 5:16, in che modo la preghiera di una persona giusta è potente?
R: Il testo greco non dice «fervente», ma semplicemente «con la preghiera egli pregò». Il termine greco qui utilizzato per «potente», ischys, si riferisce a una cosa o a una persona che possiede il potere di essere all’altezza di un compito. Alec Motyer afferma che potrebbe essere tradotto come «risorse non sfruttate».
D: In Giacomo 5,17-18 e Luca 4,25, Elia è un esempio di pazienza o di perseveranza? Perché?
R: Sì, Elia fu un buon esempio. Elia pregò affinché non piovesse per tre anni e mezzo e si dimostrò paziente, nonostante la regina volesse dargli la caccia. Elia fu un coraggioso esempio di fede in 1 Re 18:19-36. Tuttavia, Elia non era perfetto. Fuggì di fronte a una singola minaccia in 1 Re 19:3. Elia era depresso e impaurito dopo la resa dei conti con i profeti di Baal e la regina voleva ucciderlo in 1 Re 19:4-10. Elia provava autocommiserazione in 1 Re 19:10. Ma se Elia, nonostante i suoi gravi difetti, può comunque rappresentare un esempio luminoso di persona retta e devota, allora possiamo esserlo anche noi.
D: In Giacomo 5:19-20, un vero credente può mai allontanarsi dalla verità? In che modo chi si allontana ma poi ritorna viene salvato dalla morte?
R: Sì. Anche gli eletti possono essere ingannati, secondo Matteo 24:12,24. Anche i credenti devoti possono cadere gravemente, come fece Davide, e allontanarsi dalla verità; ma se sono credenti autentici, torneranno. La Chiesa è molte cose, ma una cosa che dovrebbe essere è un ospedale spirituale.
D: In Giacomo 5:20, Proverbi 10:12 e 1 Pietro 4:8, in che modo il fatto di salvare l’anima di un peccatore dalla morte copre una moltitudine di peccati?
R: Si dice «copre» una moltitudine di peccati, non «perdona» una moltitudine di peccati. Il sangue che ricopriva l’altare nell’Antico Testamento non portava il perdono di per sé, ma era un mezzo per «connettersi» al perdono concesso da Dio, in seguito attraverso Gesù Cristo, come insegna Ebrei 10:1-4. Rimettere qualcuno sulla retta via in questo contesto è un mezzo che Dio ha utilizzato per portare il perdono di Cristo all’altra persona. Ma può anche avere un effetto positivo su chi condivide questo messaggio. Questi può vedere più chiaramente l’oscurità del peccato e la luce dell’amore di Dio. È fin troppo facile allontanarsi da un impegno totale verso Dio, e dobbiamo stare attenti a noi stessi. Ma dobbiamo aiutare anche gli altri credenti a stare attenti a se stessi.
Si noti inoltre che non si afferma specificatamente che siano gli anziani a doverlo fare. «Chiunque» sia credente dovrebbe farlo.
D: Nella Lettera di Giacomo, che ne è da pensare dell’affermazione secondo cui sarebbe stato rinvenuto un ossario [urna cineraria] contenente le ossa di Giacomo, fratello del Signore?
R: Oded Golan, il commerciante di antichità che ha presentato questo reperto, ha anche presentato una tavoletta di pietra risalente all’VIII secolo a.C. relativa a lavori di restauro del tempio, molto simile al racconto di Joas in 2 Re. È stato arrestato dalla polizia israeliana con l’accusa di contraffazione di antichità e frode. Una commissione di archeologi israeliani ha stabilito che entrambi i reperti sono falsi; ai resti di pietra antichi era stato aggiunto del testo recente. Le analisi di laboratorio dimostrano che la «patina del tempo che presumibilmente ricopriva l’antica iscrizione era stata applicata solo di recente», Christian News, 29 luglio 2003, pagg. 1, 24. L’analisi microscopica della scatola ha rivelato che l’iscrizione non presentava lo stesso rivestimento ossidativo dovuto all’invecchiamento presente sul resto della scatola. Daniel Eylon, scienziato dei materiali presso l’Università di Dayton, ha definito la contraffazione «evidente», secondo quanto riportato da USA Today6/19/2003 , pag. 8D.
D: Per quanto riguarda la Lettera di Giacomo, perché questo libro dovrebbe essere incluso nella Bibbia, dato che Martin Lutero ne aveva una così scarsa opinione?
R: Lutero non ha mai negato che la Lettera di Giacomo dovesse far parte della Bibbia. Tuttavia, nel 1520, quando sorsero dissidi tra Lutero e il riformatore Andreas Karlstadt, che all’epoca insegnava basandosi proprio sulla Lettera di Giacomo, Lutero minimizzò l’importanza di tale testo, affermando che, rispetto agli scritti di Paolo, la Lettera di Giacomo fosse una «epistola di paglia». Lutero non ha mai respinto la Lettera di Giacomo, ma l’ha collocata proprio alla fine della Bibbia.
La sminuizione operata da Lutero non è tanto un commento al libro di Giacomo, quanto piuttosto un commento ad alcuni eccessi della sua stessa teologia. Lutero paragonò noi e Cristo a letame ricoperto di neve. Per natura siamo brutti, ma Cristo ci ricopre. Tutto ciò è giusto e vero. Tuttavia, Lutero tralasciò il fatto che Cristo sta compiendo un’opera per santificarci. Dio non si limita a coprire il nostro «letame» peccaminoso e a renderci senza peccato in cielo, ma sta raffinando noi come l’oro proprio in questo momento.
D: Nella Lettera di Giacomo, come possiamo sapere se ciò che abbiamo oggi è una conservazione affidabile di ciò che è stato scritto originariamente?
R: Vi sono almeno due ragioni.
1. Dio ha promesso di preservare la Sua parola in Isaia 55:10-11; Isaia 59:21; Isaia 40:6-8; 1 Pietro 1:24-25; e Matteo 24:35.
2. Le testimonianze della Chiesa primitiva. Ecco gli autori che hanno fatto riferimento ai versetti della Lettera di Giacomo.
Clemente di Roma (96-98 d.C.) cita Giacomo 4:6 (lo stesso versetto di 1 Pietro 5:5b; Proverbi3:34 ) in 1 Clemente, cap. 30, vol. 1, pag. 13. In altri passaggi egli allude anche alla Lettera di Giacomo.
La Lettera di Barnaba (70-130 d.C. circa), cap. 19, pag. 149, allude a Giacomo 1:8.
Il Pastore di Hermas (115-155 d.C. circa) cita metà di Giacomo 4,12 nella Similitudine 9, cap. 23, pag. 51. Fa inoltre riferimento a una parte di Giacomo 5,19-20 nella Similitudine 10, cap. 4, pag. 55
La «Seconda Lettera di Clemente» (120-140 d.C.), cap. 15, pag. 255, allude a Giacomo 2,19-25.
Ireneo (182-188 d.C.) fa riferimento a tre versetti della Lettera di Giacomo.
¼ citazione: Giacomo2:23 Ireneo, Contro le eresie, libro 4, cap. 13.4, pag. 478: «Abramo […] e così divenne “l’amico di Dio”. Ma la Parola di Dio…». In Isaia 41:8b Dio dice: «discendente di Abramo, mio amico».
¾ citazione: Lettera di Giacomo 2,23b «e fu chiamato amico di Dio». Questa formulazione si trova solo in Lettera di Giacomo 2,23b. Ireneo, Contro le eresie, libro 4, cap. 15.1, p. 481
Il Canone Muratoriano (170-210 d.C. circa) non menziona Giacomo.
Clemente di Alessandria (193-217/220 d.C.) cita Giacomo 4:6 e 1 Pietro 5:6 negli *Stromati*, libro 3, cap. 6, p. 390 e libro 4, cap. 17, pp. 428-429
Tertulliano (198-220 d.C.) allude a Giacomo1:13 . «Ma sia ben lontano il pensiero che il Signore possa sembrare tentatore, come se fosse ignaro della fede di qualcuno o desideroso di sovvertirla». Sulla preghiera, cap. 8, pag. 684
Origene (225-254 d.C.) cita Giacomo 4,17 in *De Principiis*, libro 1, cap. 3.6, pag. 254
Il Trattato anonimo contro Novaziano (254-256 d.C.) cita metà di Giacomo 4,6, pag. 661
Dionigi di Alessandria (246-265 d.C.) cita parte di Giacomo 1,13 nel *Vangelo secondo Luca*, pag. 116. Cita inoltre metà di Giacomo 1,13 in *Esposizione di Luca 22, 46, ecc.*, pag. 119
Dopo Nicea
½ La *Storia ecclesiastica* di Eusebio (323-326 d.C.), libro 2, cap. 23, pag. 128, afferma che si ritiene che Giacomo e Giuda abbiano scritto le lettere che portano i loro nomi, sebbene ciò sia oggetto di controversia. *Padri niceni e post-niceni*, seconda serie, vol. 1, pag. 128
Ilario di Poitiers (355-367/368 d.C.) cita la Lettera di Giacomo
Atanasio (367 d.C.) non fa riferimento ad alcun versetto specifico della Lettera di Giacomo, ma elenca i libri del Nuovo Testamento nella Lettera festiva 39, pag. 552
La *Synopsis Scripturae Sacrae* (350-370 d.C. o V secolo) menziona la Lettera di Giacomo come parte del Nuovo Testamento. Essa cita integralmente Giacomo 1,1.
Il Sinodo di Laodicea (in Frigia) (343-381 d.C.), nel canone 60, pag. 159, elenca i libri dell’Antico Testamento e del Nuovo Testamento. Il canone 59, pag. 158, stabilisce che in chiesa possano essere letti solo i libri canonici dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Cirillo di Gerusalemme (circa 349-386 d.C.) menziona la Lettera di Giacomo tra le «Sette Lettere cattoliche di Giacomo, Pietro, Giovanni e Giuda» nella Lezione 4.36, pag. 28
Gregorio di Nazianzo (330-391 d.C.) allude a Giacomo
Anfilochio (-394 d.C.) *Iambi ad Seleucum*
Didimo il Cieco (398 d.C.) cita Giacomo 1,12; 2,3 come opera di Giacomo. Commento a Zaccaria 6, pp. 129-130.
Didimo il Cieco (398 d.C.) cita Giacomo 1,27 come opera di Giacomo. Commento a Zaccaria 7, pag. 138
Epifanio di Salamina (360-403 d.C.) menziona i quattro Vangeli, le 14 lettere di Paolo, Giacomo, Pietro, Giovanni, Giuda, gli Atti, l’Apocalisse di Giovanni, la Sapienza di Salomone e il Siracide (= Ecclesiastico).
Rufino (374-406 d.C.) fa riferimento a Giacomo come a Scrittura
Giovanni Crisostomo (392-407 d.C.) cita l’ultimo terzo di Giacomo 2,18 con l’espressione «come dice». Omelie sul Vangelo di San Giovanni, Omelia 72 su Giovanni 13,20, vol. 14, pag. 267.
Giovanni Crisostomo (392-407 d.C.) cita i tre quarti di Giacomo 2,13 nelle Omelie su Filemone, Omelia 3, versetto 25, vol. 13, p. 556
Cromazio (morto nel 407 d.C.)
Girolamo (373-420 d.C.)
Orosio/Hosio di Braga (414-418 d.C.)
Concilio di Cartagine (393-419 d.C.)
Giovanni Cassiano (419-430 d.C.) cita metà di Giacomo 1,12 nella «Prima conferenza dell’abate Isacco», cap. 23, pag. 395
Giovanni Cassiano (419-430 d.C.) cita metà di Giacomo 2,13 nella «Prima Conferenza dell’abate Isacco», cap. 22, pag. 395
Giovanni Cassiano (419-430 d.C.) cita metà di Giacomo 1,19 nella «Prima Conferenza dell’abate Nesteros», cap. 9, pag. 439
Girolamo (373-420 d.C.) tratta i libri del Nuovo Testamento. In particolare, esamina ciascuno dei quattro Vangeli, le lettere di Paolo alle sette chiese, la Lettera agli Ebrei, le lettere di Paolo a Timoteo, a Tito e a Filemone. Girolamo passa poi a trattare gli Atti degli Apostoli. Successivamente, esamina le sette epistole di Giacomo, Pietro, Giovanni e Giuda. Infine, esamina l’Apocalisse di Giovanni. Lettera 53, cap. 9, pagg. 101-102.
Agostino di Ippona (388-430 d.C.) menziona l’apostolo Giacomo e fa riferimento a tre quarti del versetto 13 della Lettera di Giacomo 2 nel libro 19, capitolo 26, pagina 419 de *La Città di Dio*
La Storia ecclesiastica di Socrate (circa 400-439 d.C.)
Cirillo di Alessandria (444 d.C.)
Esichio di Gerusalemme (-450 d.C.) (in un testo successivo) fa riferimento a Giacomo 2,3
Eucherio (circa 424-455 d.C.), *Instructiones*
Speculum (V secolo)
Papa Leone I di Roma (440-461 d.C.)
Prospero d’Aquitania (425-465 d.C.) fa riferimento a Giacomo 1,17 come opera dell’apostolo Giacomo.
Giovanni Damasceno (706-749 d.C.) «...sette epistole cattoliche, vale a dire una di Giacomo, due di Pietro, tre di Giovanni, una di Giuda...» Esposizione della fede ortodossa, libro 4, cap. 17, pag. 90
Tra i libri apocrifi
Lo Pseudo-Pietro di Alessandria (306.285-311 d.C.) allude a Giacomo 3,2. Gli «Atti autentici di Pietro», pag. 258
3. I più antichi manoscritti di Giacomo di cui disponiamo mostrano piccole variazioni manoscritte, ma nessun errore teologicamente significativo. Ecco alcuni dei manoscritti anteriori all’VIII secolo.
p20 (= papiro di Ossirínco 1171), III secolo. Giacomo 2,19-3,2; (6 delle 96 lettere di 3,3); 3,4-9. Una fotografia di questo manoscritto è riportata in *The Complete Text of the Earliest New Testament Manuscripts*, pag. 96. Questo libro menziona inoltre che la grafia del manoscritto è molto simile a quella del manoscritto P. Egerton 4 di 2 Cronache e del manoscritto p27, contenente la Lettera ai Romani. Testo alessandrino
III secolo – 1968 – *The Text of the New Testament* non menziona 3:3.
III secolo – 1998 – Aland et al., quarta edizione riveduta
p. 23 Urbana (inizio III secolo) (= papiro Oxyrhynchus 1229) (Giacomo1:10 -12, 15-18) Una fotografia di questo manoscritto è riportata in *The Complete Text of the Earliest New Testament Manuscripts*, pag. 102.
Inizio del III secolo – 1968 – *The Text of the New Testament*.
p. 54 V-VI secolo. (Giacomo 2:16-18,2:21 ?;2:22 -26; 3:2-4) Concorda con il Vaticanus, il Sinaiticus e l’Ephraemi Rescriptus
V/VI secolo - 1968 - Il testo del Nuovo Testamento non contiene2:21 .
p74 (=Bodmer 17) Atti 1:2-5,7-11,13-15,18-19,22-25; 2:2-4; 2:6-3:26; 4:2-6,8-27; 4:29-27:25; 27:27-28:31; Giacomo 1:1-6,8-19,21-23,25,27; 2:1-3,5-15; 18-22, 25-26; 3:1,5-6,10-12,14,17-18; 4:8,11-14; 5:1-3, 7-9, 12-14, 19-20; 1 Pietro 1:1-2, 7-8, 13, 19-20, 25; 2:6-7, 11-12, 18, 24; 3:4-5; 2 Pietro 2:21; 3:4, 11, 16; 1 Giovanni 1:1,6; 2:1-2,7,13-14,18-19,25-26; 3:1-2,8,14,19-20; 4:1,6-7,12,16-17; 5:3-4,9-10,17; 2 Giovanni 1,6-7,13; 3 Giovanni 6,12; Giuda 3,7,12,18,24 (VII secolo)
VII secolo - 1968 - L’opera *Il testo del Nuovo Testamento* riporta Giacomo 2:4 e 1 Pietro 1:12
VII secolo - 1975 - Aland et al., terza edizione
VI secolo - 1998 - Aland et al., quarta edizione riveduta
p100 (= papiro di Ossirínco 4449) Giacomo3:13 -4:4; 4:9-5:1 (III o IV secolo)
Il Vaticanus [B] (325-350 d.C.), il Sinaitico [Si] (340-350 d.C.) e l’Alessandrino [A] (circa 450 d.C.) contengono tutti la Lettera di Giacomo.
Copto bohairico [Boh] III/IV secolo
Copto sahidico [Sah], III/IV secolo
Manoscritti in caratteri italici (Corbiensis)
Italico s (Bobiensis) Giacomo 1:1-2,10,16-3:5; 3:13-5:11; 5:19
Latino antico m (pseudo-Agostino) 1,19-20, 26-27; 2,13-17; 2,26; 3,1-8,13; 4,1,7,10-13; 5,1-3,5
Rescritto di Efrem (C) V secolo. Giacomo 1,1-4,2
0166 V secolo. Giacomo 1,11
0173 V secolo. Giacomo 1, 25-27
Armeno [Arm] dal V secolo
Georgiano [Geo] dal V secolo
Etiope [Eth] dal 500 d.C. circa
Siriaco Peshitta [Syr P] 375-400 d.C.
Siriaco filoxeniano, 507/508 d.C.
Siriaco di Harcleo [Syr Her]
Siriaco palestinese [Syr Pal] Giacomo 1:1-12
Secondo il *New International Greek Testament Commentary* su Giacomo, pagg. 59-60, non esistono testi della «famiglia occidentale» di Giacomo, ma solo testi alessandrini e bizantini.
Si noti inoltre che il Canone Muratoriano (circa 170 d.C.) non includeva la Lettera di Giacomo, la Lettera agli Ebrei, la Prima e la Seconda Lettera di Pietro, né la Terza Lettera di Giovanni
Si veda per ulteriori informazioni sui primi manoscritti della Lettera di Giacomo.