< Domanda biblica tratta dalla Lettera agli Efesini

 

D: In Ef 1,1, quando fu scritta la Lettera agli Efesini?

R: Secondo Efesini 3:1; 4:1; 6:20, Paolo era prigioniero al momento della stesura. Paolo potrebbe averla scritta mentre era prigioniero a Cesarea nel 57-59 d.C., oppure mentre era prigioniero a Roma nel 60-62 d.C.

 

D: In Ef 1,1, la Lettera agli Efesini fu davvero indirizzata agli Efesini?

R: Era certamente indirizzata alle chiese della zona, ma alcuni manoscritti antichi non riportano le parole «a Efeso».

Prove del fatto che «a Efeso» sia stato aggiunto in un secondo momento:

1. Il p46 Chester Beatty II (100-150 d.C.) non presenta lacune né spazio per queste due parole. Questo manoscritto contiene anche le Lettere ai Galati, ai Filippesi, ai Colossesi, la Prima Lettera ai Tessalonicesi, la Prima e la Seconda Lettera ai Corinzi, e in ciascun caso il nome della città compare dove dovrebbe. (Sebbene contenga parti della Lettera ai Romani, i capitoli 1-4 non erano presenti.)

2. I manoscritti alessandrini Vaticanus (325-350 d.C.) e Sinaitico (340-350 d.C.) non lo riportavano. In entrambi è stato aggiunto in un secondo momento da un correttore.

3. Tra gli autori antichi che non riportano «a Efeso» figurano Tertulliano (che scrisse nel 207 d.C.) e Origene (225-253/254 d.C.).

4. L’odierno *Manuale per risolvere le difficoltà bibliche*, a pag. 294, rileva che se Paolo avesse scritto la lettera esclusivamente agli Efesini, ci si sarebbe aspettati dei saluti personali rivolti alle persone con cui aveva vissuto per tre anni, ma non ve ne sono.

5. Analogamente, in Efesini 1,15 sembra che Paolo si riferisca a una regione, non solo alla città in cui aveva vissuto per tre anni.

6. Origene e Girolamo affermarono che l’espressione «a Efeso» non figurava nei migliori manoscritti di cui disponevano, sebbene Girolamo, nell’elencare gli scritti della Chiesa, affermasse che Paolo avesse scritto una lettera agli Efesini (Girolamo e Gennadio (circa 485-492 d.C.), capitolo 5). Anche Tertulliano affermò che i seguaci di Marcione consideravano questa lettera indirizzata ai Laodicesi.

Tra coloro che sostenevano la teoria circolare figuravano Teodoro di Beza e l’arcivescovo James Ussher.

Prove a sostegno del fatto che «a Efeso» fosse l’espressione originale:

1. Lo scrittore paleocristiano Ignazio, nella sua Lettera agli Efesini (110-117 d.C.), al capitolo 12, afferma che Paolo menziona gli Efesini nella sua lettera.

2. Per quanto riguarda la presenza delle parole «a Efeso», sia il Sinaitico che il Vaticano presentano queste parole aggiunte nel manoscritto da un’altra mano.

3. L’Alessandrino (circa 450 d.C.), il Claromontanus (V/VI secolo) e il Lezionario bizantino riportano «a Efeso».

4. Lo scrittore ecclesiastico Giovanni Crisostomo (392-407 d.C.) lo riporta nel suo commentario. I commentari di Crisostomo contengono citazioni dirette delle Scritture.

5. Una lettera circolare sembrerebbe contraddire la missione di Tichico, quella di portare la lettera a Efeso, come riportato in Efesini 6,21-22. Tichico portò anche un’altra lettera ai Colossesi, come riportato in Colossesi 4,7-9.

6. Non sono note altre lettere circolari della Chiesa primitiva prive del nome della città o della persona.

7. Questa sarebbe stata l’unica lettera circolare nota che Paolo avrebbe scritto.

Conclusione: o l’espressione «a Efeso» è stata omessa da alcuni manoscritti, come il Chester Beatty II, prima del 100-150 d.C., oppure è stata aggiunta ad altri manoscritti prima del 117 d.C. circa. Si tratta di un esempio di una variante molto antica nelle Scritture, riguardo alla quale non si può stabilire con certezza quale delle due ipotesi sia corretta.

 

D: In Ef 1,1, qual è la struttura generale della Lettera agli Efesini?

R: Quasi tutti concordano sul fatto che il libro sia diviso in due parti: i capitoli 1-3 e 4-6. Oltre a ciò, vi è grande disaccordo. Ecco una possibile struttura.

Ef 1-3 La nostra posizione in Gesù Cristo

- Ef 1 Il mistero della volontà di Dio

- - Ef 1,1-2 Saluti

- - Ef 1,3-14 La nostra posizione nei luoghi celesti

- - Ef 1,15-23 È necessario che sappiate come tutto sia cambiato per voi

- Ef 2 Il mistero dell’essere vivi in Cristo

- Ef 3 Il mistero dell’unione tra ebrei e gentili in Cristo

Ef 4-6 La nostra vita in Gesù Cristo

- Ef 4 Camminate in modo degno della vostra vocazione

- Ef 5,1-20 Siate imitatori di Dio

- Ef 5,21-6,9 Sottomettetevi gli uni agli altri

- Ef 6,10-20 Rivestitevi dell’armatura di Dio

Ef 6,21-24 Il messaggero Tichico e il congedo

 

D: In Ef 1,3.17 e 1 Pt 1,3, il Padre è il Dio di Gesù?

R: All’interno della Trinità, sì. Ebrei 1:9 mostra i molteplici significati della parola «Dio» quando afferma: «Perciò Dio, il tuo Dio, ti ha unto» (BSB). È necessario distinguere tra natura e ruolo. Tutti e tre sono Dio nella Trinità, ma all’interno della Trinità il Padre ricopre il ruolo preminente, in quanto Dio di Gesù. Il Figlio non è inferiore al Padre, ma il Suo ruolo è subordinato a quello del Padre.

 

D: Poiché Bart Ehrman sostiene che Efesini 1:3-14 sia costituito da un’unica frase in greco, così come Colossesi 1:3-8, la lunghezza delle frasi indica forse che questi brani non siano stati scritti da Paolo, il quale in genere utilizzava frasi brevi? (Bart Ehrman ha affermato ciò in *Jesus, Interrupted*, p. 126)

R: No. Non solo Ehrman si oppone al consenso generale riguardo alla posizione delle pause tra le frasi, ma le frasi in questione non sono molto più lunghe di quelle che, secondo lo stesso Ehrman, sono state molto probabilmente scritte da Paolo. Vi sono quattro punti per rispondere a questa affermazione.

1) I primi manoscritti greci non presentavano punteggiatura, pertanto si può solo dedurre cosa fosse un punto rispetto a un punto e virgola o a una virgola.

2) Anche se Dio ci rivelasse una «punteggiatura di ispirazione divina», si tratterebbe comunque di una statistica fuorviante, poiché la lunghezza massima di una frase dipenderebbe non solo dalla lunghezza del libro, ma anche dall’argomento trattato. Ad esempio, Paolo scriveva forse una teologia più approfondita nella parte iniziale dei suoi libri e saluti più brevi alla fine, e il rapporto tra teologia iniziale, applicazione centrale e saluti finali variava da un libro all’altro?

3) Ef 1,3-6; 1,7-10; 1,11-12 e 1,13-14 non costituiscono una sola frase, bensì quattro, secondo il *The Greek New Testament* di Aland et al., 4ª edizione riveduta (1998). Lo stesso afferma il *Novum Testamentum Graece* di Nestle-Aland (1993). Ehrman non ha mai indicato la fonte su cui si basava per ritenere che si trattasse di un’unica frase. Tuttavia, 23 anni prima, la terza edizione del 1975 del *The Greek New Testament* di Aland et al. le presentava come un’unica frase, pertanto sospetto che egli stesse utilizzando la versione molto più datata. Tuttavia, anche in questo caso, il greco originale era privo di punteggiatura; pertanto, basare un’argomentazione su dove, secondo l’opinione degli studiosi della fine del XX secolo – prima che cambiassero idea – dovessero essere inseriti i punti, costituisce, nella migliore delle ipotesi, un’argomentazione poco solida.

4) A differenza di quanto affermato nel terzo punto, Ehrman, Aland et al. (4ª edizione riveduta), Aland et al. (3ª edizione) e Nestle-Aland concordano tutti sul fatto che Colossesi 1:3-8 costituisca un’unica frase. È composta da 156 parole. Ehrman scrive: «Colossesi 1:3-8 è un’unica frase in greco; è una frase altissima, e piuttosto diversa dal tipo di frasi che Paolo scriveva di solito. Efesini 1:3-14 è ancora più lungo, dodici versetti – per nulla simile allo stile di Paolo» (Jesus, Interrupted, p. 126). Ehrman non fornisce alcun termine di paragone, ma ne ho riportato uno qui di seguito.

 

Frase

Numero di parole delle frasi più lunghe

Numero totale di parole greche nel libro

Riferimenti

2 Tessalonicesi

158, 57, 54

823

2 Ts 1,3-10; 2 Ts 2,8-10; 2 Ts 2,1-3a

Colossesi

156, 123, 102

1.578

Col 1,11b-20; Col 1,24-29; Col 1,3-8

Romani

139, 123, 113

7.109

Romani 9:19-26; Romani 4:16-21; Romani 2:2-8

Ebrei

135, 72, 65

4.953

Eb 8,8-12; Eb 1,1-4; Eb 2,2-5

Efesini

124, 124, 104

2.421

Ef 2,1-7; Ef 4,11-16; Ef 3,1-7

2 Corinzi

118, 86

4.476

2 Cor 6,2b-10; 1,8-11

2 Timoteo

105, 61, 34

1.238

2 Timoteo 1,8-12; 2 Timoteo 1,3-5; 2 Timoteo 1,6-7

1 Tessalonicesi

104, 81

1.429

1 Tessalonicesi 3:9-13; 1 Tessalonicesi 1:2-5

1 Corinzi

95, 72

6.847

1 Cor 1,20-25; 1 Cor 12,15-18

Filemone

94, 47

335

Filemone 8-14; Filemone 4-6

Galati

93, 76

2.230

Gal 2,6-10; Gal 2,14-16

Filippesi

88, 82

1.629

Fil 1,3-7; Fil 1,27-30

Tito

65, 57

659

Tito 1:1-4; Tito 3:4-7

1 Timoteo

56, 56

1.591

1 Timoteo 1:8-11; 1 Timoteo 3:2-6

Lc 1-7

165, 95, 77

5.960

Lc 3,23-28; Lc 1,67-75; Lc 3,15-17

Atti 1-6

108, 89, 87

3.582

Atti 4,5-10; Atti 3,12-15; Atti 1,1-5

Atti 7-12

72, 65, 64

3.971

Atti 7:38-40; Atti 10:36-38; Atti 7:44-46

 

Ehrman concorda sul fatto che i libri in corsivo siano molto probabilmente opera di Paolo. La «frase mastodontica» di 102 parole contenuta in Colossesi 1:3-8 non solo è più breve delle altre frasi presenti in Colossesi, ma è anche più breve di molte altre frasi presenti nei libri che Ehrman riconosce come opera di Paolo. La frase più lunga in ciascun libro e la scelta dei libri che egli riconosce come opera di Paolo sembrano casuali.

 

D: In Ef 1,4, in che modo siamo stati scelti da Dio?

R: Alcuni ritengono che Dio conoscesse in anticipo ogni cosa prima di compiere qualsiasi scelta o di predestinare alcunché. Altri credono che Dio abbia predestinato ogni cosa prima di avvalersi della Sua prescienza. Esistono solo due versetti in cui la prescienza di Dio e la Sua predestinazione/elezione di noi compaiono nello stesso versetto.

Romani 8:29 «Poiché quelli che Dio ha preconosciuto, li ha anche predestinati» (BSB)

1 Pietro 1:2 «scelti secondo la prescienza di Dio Padre» (BSB)

In questi versetti la prescienza precede la predestinazione/elezione.

Con la crocifissione di Gesù l’ordine si inverte.

Atti 2:23 «Egli [Gesù] fu consegnato secondo il disegno prestabilito e la prescienza di Dio» (BSB)

Tuttavia, nessun versetto della Bibbia afferma che Dio dovesse necessariamente avere l’una prima dell’altra.

In sintesi, Dio può sceglierci in qualsiasi modo desideri. Sappiamo che Dio ha rivelato di essere giusto, generoso e di non fare nulla senza una ragione qualsiasi. Tuttavia, Dio non sembra sentirsi in dovere di comunicarci tutte le Sue ragioni.

 

D: In Ef 1,4-5, tutto è predestinazione?

R: Tutto ciò che esiste è predestinato, persino il fatto che Dio ci conceda la libertà di compiere delle scelte senza il Suo controllo totale. Nulla accade se non ciò che Dio conosce, permette e che fa parte del Suo piano. Tuttavia, Dio permette alle persone di compiere azioni che Egli specificatamente non desiderava (si vedano le azioni malvagie menzionate in Geremia 5:28; 8:19; 12:8; Ezechiele 8:6).

Come affermò Francis Schaeffer in *La Chiesa alla fine del XX secolo*: «Possiamo glorificare Dio, e sia l’Antico che il Nuovo Testamento dicono che possiamo persino rattristare Dio. È una cosa straordinaria». (Inni per il Popolo di Dio n. 364) Si veda anche la domanda successiva per ulteriori informazioni.

 

D: In Ef 1,4-5, i cristiani dovrebbero credere nella predestinazione?

R: Una volta un cristiano piuttosto maturo mi disse che non credeva nella predestinazione. Sapevo per certo che leggeva regolarmente la Bibbia, anche se devo ammettere di aver nutrito dei dubbi dopo che egli aveva fatto quella dichiarazione insensata.

Efesini 1:5 e altri versetti dimostrano che credere nella predestinazione non è una scelta facoltativa per un cristiano, non più di quanto lo sia credere che Dio sia santo. Ora, le persone possono nutrire varie convinzioni, sia vere che errate, riguardo alla predestinazione, ma il termine stesso è chiaro nella Bibbia. Dio non solo conosce tutto di ciascuno di noi prima ancora che nascessimo, ma ha anche scelto il nostro destino prima che chiunque nascesse. La predestinazione non è una dottrina «calvinista». Si tratta piuttosto di una dottrina biblica. Indipendentemente dal fatto che un cristiano si definisca calvinista, non calvinista o arminiano, credere che un Dio onnisciente ci abbia scelti prima della nostra nascita dovrebbe far parte della sua teologia.

 

D: In Ef 1,4-5, come si inserisce la predestinazione di Dio?

R: Ecco alcuni aspetti rivelati dalla Scrittura.

1. Dio può fare ciò che vuole. Egli è sovrano su ogni dettaglio, nel senso che nulla accade al di là di ciò che Dio permette (Giobbe 1:12; Giacomo 4:15).

2. Dio può fare ciò che vuole. Egli controlla direttamente ed espressamente ogni evento che desidera (Isaia 14:24,27; 43:13; 55:11; Giovanni 10:26; Ebrei 6:17).

3. Dio può fare ciò che vuole. Egli non ha scelto di controllare direttamente ed espressamente alcuni eventi (Geremia 5:29; 8:19; 12:8; Ezechiele 8:6).

4. Dio può fare ciò che desidera. Ogni evento, anche quelli da Lui permessi e non controllati, è intessuto nel Suo disegno finale (Efesini 1:11; Proverbi 16:4,33; Romani 11:36; 1 Corinzi 8:6; Apocalisse 4:11).

 

D: In Ef 1,4-5, quali sono alcuni malintesi riguardo alla predestinazione?

R: In Efesini 1:4-5, quando si afferma che Dio ci ha predestinati, se crediamo nell’autorità delle Scritture, dobbiamo credere che Dio ci abbia predestinati. Abbiamo anche il libero arbitrio, correttamente definito. Forse, tuttavia, avete difficoltà con il concetto di predestinazione, poiché vengono insegnate alcune idee errate al riguardo. Permettetemi di illustrarvi quattro argomenti che potrebbero esservi d’aiuto.

Dio conosce con certezza ogni cosa del futuro, ma la Sua conoscenza non limita il nostro libero arbitrio né sminuisce la nostra conoscenza. Non possiamo affermare: «Dio sapeva che l’avrei fatto, quindi non avevo scelta, dovevo farlo». In Atti 2:23, Gesù Cristo fu consegnato ai Giudei secondo il disegno prestabilito e la prescienza di Dio, eppure coloro che crocifissero Gesù erano colpevoli di peccato (Giovanni 19:11). Ecco un esempio. Possiamo leggere un libro su George Washington che attraversò il fiume Delaware oltre 200 anni fa. La nostra conoscenza quasi certa, derivante dal libro, non ha costretto George Washington a compiere quell’azione. Supponiamo di poter tornare indietro con una macchina del tempo a 400 anni fa e di portare con noi il libro. Non avremmo comunque fatto nulla che costringesse George Washington a compiere alcuna azione. Dio esiste al di fuori del tempo (Tito 1:2), così come al suo interno, e la Sua prescienza non ci ha costretti a fare nulla.

La prescienza di Dio riguardo a noi precede la Sua predestinazione / elezione nei due versetti che menzionano entrambe insieme (Romani 8:29; 1 Pietro 1:2). I calvinisti tendono a invertire l’ordine di questi due elementi. Dio sceglie chiunque Egli scelga, e poi lo conosce in anticipo. Gli arminiani tendono ad affermare che Dio abbia scelto prima dell’inizio dei tempi sulla base della Sua prescienza. Tuttavia, se Dio è veramente al di fuori del tempo, allora entrambe le cose potrebbero essere simultanee.

La sovranità di Dio Onnipotente non nega il nostro libero arbitrio, sebbene i calvinisti spesso sostengano il contrario. Sono accadute alcune cose che «non erano passate per la mente di Dio», come i sacrifici di bambini in Geremia 32:35, e sono morte persone che non avrebbero dovuto morire in Ezechiele 13:19. Accadono alcune cose che rattristano Dio. Eppure, d’altra parte, ogni cosa concorre al piano di Dio (Efesini 1:11). Come si conciliano queste due idee? Attraverso il concetto di «sovranità delegata». Dio avrebbe potuto esercitare un controllo totale su ogni cosa, in modo tale che nulla potesse dispiacergli e che fossimo tutti dei robot. Tuttavia, Dio, che può fare qualsiasi cosa, apparentemente ha scelto di delegare la Sua sovranità, per un certo tempo e entro certi limiti, in modo tale che noi abbiamo la capacità di scegliere se obbedire o disobbedire a Dio. A quanto pare, Dio ha tenuto in così alta considerazione l’uomo, creato a Sua immagine, da creare le persone in modo che potessero scegliere liberamente di amarlo. Dio attribuisce a questo un valore così grande, da permettere alle persone di rifiutarLo e di subire le conseguenze della loro scelta.

Che cos’è il libero arbitrio? Martin Lutero scrisse un intero libro, *La schiavitù della volontà*, in cui affermava che il libero arbitrio fosse una falsa dottrina. Lutero qui ha mancato il bersaglio, poiché ha portato le cose a estremi non biblici. Nasciamo con una volontà asservita al peccato (come concorderebbe Lutero), ma disponiamo comunque della libera volontà per gridare aiuto. Abbiamo il libero arbitrio, e anche un tossicodipendente possiede il libero arbitrio. Il tossicodipendente potrebbe non avere la forza di liberarsi dalla sua dipendenza, ma può imbattersi in un centro di riabilitazione, cadere a terra e dire: «Aiutatemi». Alcuni farebbero una distinzione tra un libero arbitrio moralmente neutro e senza vincoli (il che è contrario alle Scritture) e ciò che noi possediamo, definendo quest’ultimo «libera scelta». Altri, specialmente i cristiani della Chiesa primitiva, utilizzavano il termine «libero arbitrio» per riferirsi al concetto biblico.

In sintesi, Dio ci predestina, e noi possediamo anche il libero arbitrio, inteso correttamente. Prima dell’inizio dei tempi, la scelta di Dio riguardo a chi sarebbe andato in paradiso non era cieca né capricciosa, ma ogni singolo giorno della nostra vita era scritto nel libro di Dio (Salmo 139:16) nel momento in cui Egli ci ha scelti.

 

D: In Ef 1,4-5, poiché siamo predestinati alla salvezza secondo il beneplacito e la volontà di Dio, che ne è del beneplacito e della volontà di Dio per coloro che sono predestinati all’inferno?

R: La situazione è simile a quella in cui l’amico di George Washington fu condannato all’impiccagione per tradimento. Washington amava il suo amico e non voleva vederlo morire. Tuttavia, George Washington desiderava anche che fosse fatta giustizia. Washington non fece alcun tentativo di intervenire contro la giusta condanna di quell’uomo per le sue scelte.

 

D: In Ef 1,4-13, prima dell’inizio dei tempi Dio conosceva in anticipo chi sarebbe stato salvato e chi no. Perché allora ha bisogno di predestinarci ad essere «adottati come suoi figli per mezzo di Gesù Cristo», il che sembra in qualche modo ridondante? Ciò che intendo dire è che, poiché Egli sa che ciò accadrà (poiché esiste al di fuori del tempo), non vi è alcuna necessità di predestinarlo. Le situazioni non si sarebbero verificate comunque, anche se Egli non le avesse predestinate? Perché la prescienza non è sufficiente? Forse la mia confusione deriva dalla mia comprensione del termine «predestinazione». Spero che possiate comprendere dove risiede la mia difficoltà nell’afferrare questo concetto.

R: La predestinazione di Dio nei nostri confronti presenta almeno tre aspetti.

1. In ultima analisi, la scelta su chi sarà salvato spetta a Dio, non a noi.

2. Dio fa concorrere tutte le cose al bene di coloro che sono predestinati (cfr. Romani 8:28). In altre parole, le nostre vite sono un «processo di preparazione» per il Paradiso.

3. Dio prepara per noi anche un posto in Paradiso. Gesù disse che nella casa del Padre Suo ci sono molte dimore. Non ci saranno dimore vuote in Paradiso, e nessuno in Paradiso rimarrà senza un posto preparato da Dio per lui.

Qualcuno ha proposto questa analogia. Forse le porte del Paradiso recano due iscrizioni. All’esterno si legge: «Chiunque lo desideri», mentre all’interno si legge: «Benvenuti, voi che siete stati scelti fin dalla fondazione del mondo».

Pertanto, da un lato, non siate come molti calvinisti che sostengono che, poiché è Dio a compiere la scelta, il nostro ruolo sia semplicemente passivo, come quello di un burattino. Dall’altro lato, non siate come alcuni arminiani e non pensate che, poiché siamo noi a compiere la scelta, il ruolo di Dio sia meramente quello di un giudice passivo. Lo Spirito Santo opera attivamente nella vita delle persone, e il Padre attira le persone a Sé; altrimenti nessuno verrebbe mai salvato.

Esiste un termine teologico per indicare il fatto che la volontà delle persone scelga qualcosa e che tuttavia Dio scelga di avvalersi di tale scelta. Si chiama «concorrenza». Si può discutere se Dio conosca in anticipo ogni cosa e predestini solo sulla base di tale prescienza, oppure se Dio prima predestini ogni cosa e solo in seguito ne abbia la prescienza. Nei due passaggi in cui entrambi i termini sono utilizzati in riferimento alle persone, la prescienza viene prima. Tuttavia, non è necessario affermare che Dio sia vincolato a compiere l’una prima dell’altra; entrambe potrebbero essere avvenute nello stesso «momento», dal punto di vista di un Dio senza tempo.

 

D: In Ef 1,4-5, quali sono alcune utili riflessioni calviniste sul libero arbitrio?

R: Sebbene io non sia calvinista, posso apprezzare alcuni dei concetti sollevati da certi calvinisti. Va tuttavia precisato che altri calvinisti potrebbero non essere d’accordo con essi.

Mistero: Loraine Boettner spiega: noi disponiamo di libera agenzia (ma non di libero arbitrio) così come i pesci rossi possono nuotare liberamente in una boccia. «La predestinazione e la libera agenzia sono i due pilastri gemelli di un grande tempio, e si incontrano al di sopra delle nuvole, dove lo sguardo umano non può penetrare. Oppure, potremmo dire che la predestinazione e la libera agenzia sono linee parallele; e mentre il calvinista potrebbe non essere in grado di farle unire, l’arminiano non può farle incrociare.» (p. 222)

Decreti permissivi: Charles Hodge del Seminario Teologico di Princeton affermò: «Dio non decreta mai di fare, né di indurre altri a fare, ciò che Egli proibisce. Egli può, come vediamo che fa, decretare di permettere ciò che proibisce. Egli permette agli uomini di peccare, sebbene il peccato sia proibito». (Tesi di dottorato di Curt Daniel, p. 230). In *Chosen by God* (p. 97), R.C. Sproul scrive: «[Dio] ha ordinato la Caduta nel senso che ha scelto di permetterla, ma non nel senso che abbia scelto di imporla con la forza».

Concorrenza: Louis Berkhof afferma: «La concorrenza può essere definita come la cooperazione della potenza divina con tutte le potenze subordinate, secondo le leggi di funzionamento prestabilite, che induce queste ultime ad agire e ad agire esattamente come agiscono». Curt Daniel (p. 201) aggiunge: «Egli agisce nelle cose della Natura, con esse e sotto di esse».

Decreti dipendenti: Dio non ha espressamente decretato ogni cosa in modo indipendente. Come menzionano W. D. Smith e Charles Hodge, sebbene l’opera del bene possa produrre reazioni malvagie da parte di uomini malvagi, tali reazioni non sono imputabili a Dio, sebbene Egli ne tenga conto anche nel Suo piano. Come un regista cosmico, Dio ha espressamente decretato una serie di eventi specifici e ha lasciato che il film andasse avanti. Dopo aver visionato in anteprima una serie di «riprese», Egli ha decretato quella che Gli è piaciuta di più. Se noi siamo in grado di cancellare e modificare le videocassette a nostro piacimento, non può Dio fare lo stesso?

Interazione: Combinando le spiegazioni di cui sopra, quella che segue è una soluzione non calvinista alla questione della sovranità e della libertà. Non possiamo sperare di conoscere tutto dell’opera di Dio (come il «mistero» di Boettner), ma possiamo apprendere ciò che viene rivelato nell’insieme delle linee generali delle Scritture senza negare i dettagli di alcun versetto. Dio aveva una volontà decretata (come i decreti di Pink), una volontà permissiva (come i decreti di Hodge) e una volontà comandata (ovvero: tutti devono obbedire a Dio). La volontà di Dio in molte questioni interagisce con la nostra volontà (come la «concorrenza» di Berkhof) nella misura in cui Dio lo desidera. Forse il più meraviglioso dei decreti di Dio è una misura di libertà, con la corrispondente responsabilità. Sebbene Dio non desideri, decreti o voglia direttamente il male, Egli lo permette (come nei decreti dipendenti) in quanto «parassita esistenziale», parte del Suo piano per realizzare i Suoi propositi, che includono persone che scelgono liberamente di amarLo.

Tutti i calvinisti dovrebbero prendere a cuore ciò che il calvinista Francis Schaeffer ha affermato in *La Chiesa alla fine del XX secolo*: «Possiamo glorificare Dio, e sia l’Antico che il Nuovo Testamento dicono che possiamo persino rattristare Dio. È una cosa straordinaria». (*Inni per il popolo di Dio*, n. 364.)

Come disse Gesù in Matteo 23:37: «O Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono stati mandati, quante volte ho desiderato radunare i tuoi figli, come una chioccia raduna i suoi pulcini sotto le ali, ma voi non avete voluto!» (BSB) Dio può essere rattristato dalla nostra volontà.

 

D: In Efesini 1:7, perché la Bibbia pone così tanta enfasi sul sangue?

R: Perché il sangue di Gesù è così importante. Il Suo sangue è così prezioso per noi, poiché Gesù, versando il Suo sangue rosso sulla croce per i nostri peccati, ha aperto la via affinché gli uomini potessero andare in Paradiso.

 

D: In Ef 1,11 e in Prov 16,4.33, in che modo tutte le cose concorrono in conformità con lo scopo della volontà di Dio?

R: Sebbene tutti possano comprendere come Dio possa utilizzare le cose buone per la Sua gloria, Dio non si scusa affatto per il fatto di avvalersi anche delle cose malvagie. Si veda la risposta in Genesi 45:8 per ulteriori informazioni al riguardo. Ecco alcuni dei modi in cui Dio può avvalersi del male.

1. Per portare a termine un compito specifico ed esterno (Genesi 45:8; Atti 2:23)

2. Per realizzare un cambiamento interiore nel cuore (Giudici 3:7-8, ecc.)

3. Come monito per gli altri (Luca 13:1-5)

4. Come mezzo per distruggere altro male (Abacuc 1)

5. Per affinare la nostra fede (1 Pietro 1:6-7)

6. Per aiutarci a morire al peccato (1 Pietro 4:1)

7. Per mettere alla prova la nostra fede e sviluppare la perseveranza (Giacomo 1:2-4)

8. Non per il nostro bene, ma per quello degli altri (Colossesi 1:24)

9. Per essere un segno per i non credenti (Filippesi 1:28; Giovanni 9:1)

10. È una conseguenza inevitabile dell’essere cristiani (2 Timoteo 3:12; Filippesi 1:29)

11. Per mostrare a Satana e agli altri la qualità della nostra vita (Giobbe)

12. A volte non riusciamo a vedere altre ragioni, se non che la nostra perseveranza glorifica Dio (cfr. Giobbe 1:8-12; 2:2-6).

 

D: In Ef 1,13, poiché siamo stati inclusi in Cristo quando abbiamo ascoltato il Vangelo, in che modo siamo stati inclusi prima dell’inizio dei tempi, come insegna Ef 1,4, e nel futuro, come indicano Ef 1,14 ed Eb 9,28?

R: La Bibbia suggerisce che Dio sia al di fuori del tempo oltre che all’interno di esso. Per un Dio senza tempo, la risposta è tutte e tre: passato, presente e futuro.

Chuck Swindoll ha scritto un eccellente opuscolo di studio biblico sulla salvezza in cui vengono discussi questi aspetti.

Aspetti relativi alla prescienza e alla predestinazione nel passato: prima che il tempo avesse inizio, Dio conosceva la fine sin dall’inizio e tutti i nostri giorni (Salmo 139:16; Isaia 44:7; Efesini 1:4; Tito 1:2).

Aspetti relativi agli eventi presenti: quando abbiamo ascoltato la parola della verità e abbiamo invocato il Signore (Romani 10:9-10), siamo diventati una nuova creazione (2 Corinzi 5:17). Anche Ebrei 4:2 e Atti 10:44 evidenziano gli aspetti presenti.

Aspetti presenti e continui: mentre realizziamo nella nostra vita la salvezza che è in noi, Dio sta trasformando le nostre vite (Filippesi 2:12-13; 1 Pietro 2:2; Ebrei 3:14; 4:11; 6:11).

Aspetti di speranza futura: Aneliamo al compimento della nostra salvezza (Ebrei 9:15,28; Romani 8:23-25; 1 Pietro 1:4-5,9,13; 1 Corinzi 15:50-53; 2 Corinzi 5:5).

 

D: In Ef 1,14 e 2 Cor 1,22, poiché siamo garantiti e sigillati con lo Spirito Santo, perché alcune persone si allontanano dalla fede?

R: Essere cristiani non è facile. Esistono diverse ragioni per cui le persone possono allontanarsi dalla fede.

1. Alcuni non sono mai stati veramente cristiani fin dall’inizio (1 Giovanni 2:18-19; Atti 8:19-23).

1a. Possono ingannare gli altri (Matteo 7:15; 24:11).

1b. Possono persino ingannare se stessi con una conversione fittizia (Matteo 7:21-23; Ebrei 3:10-12).

2. Alcuni cristiani autentici si allontanano, ma poi ritornano. I veri cristiani persevereranno.

3. I cristiani autentici non sono d’accordo sul fatto che un cristiano autentico possa allontanarsi, non tornare mai più e perire per sempre all’inferno. I versetti che alcuni utilizzano per dimostrare che i cristiani possono allontanarsi includono Ebrei 6:4-9; 10:26-32; 2 Pietro 2:17-22. I versetti che alcuni credenti utilizzano per dimostrare che i cristiani autentici persevereranno sempre e non perderanno mai la loro salvezza sono 1 Giovanni 5:13-14; Romani 8:29-39; Giovanni 10:28-29.

 

D: In Efesini 1:14, l’espressione «possedimento acquistato» si riferisce principalmente al nostro possesso della salvezza o al possesso che Dio ha di noi?

R: I cristiani possono avere opinioni diverse al riguardo; esaminiamo il contesto per valutare la validità di entrambe le posizioni.

Il nostro possesso: Efesini 1 parla della nostra posizione in Cristo, mentre Efesini 1,11.14 parla della nostra eredità di redenzione. 1 Pietro 1,3-4 si riferisce alla nostra speranza viva e all’eredità che ci è riservata nei cieli. Sebbene si faccia riferimento al popolo di Dio/al possesso di Dio anche in 1 Pietro 2:9-10, il resto di Efesini 1 sottolinea ciò che abbiamo in Cristo, quindi elenca i nostri possedimenti.

Il Suo possesso: In realtà, si potrebbe affermare che Efesini 1 non si limiti a sottolineare ciò che abbiamo in Cristo, ma piuttosto chi siamo in Cristo. Sebbene si possa dire che “possediamo” la nostra salvezza in cielo grazie ai meriti di ciò che Cristo ha compiuto per noi, è più confortante sapere che siamo “di proprietà” di Dio come Suo possesso acquistato, e che Dio si prende cura di ciò che Gli appartiene. Il libro di John R.W. Stott *Il messaggio della Lettera agli Efesini*, alle pagine 46-47, sostiene questa visione.

 

D: In Ef 1,14, che cosa si intende per «pegno/garanzia»?

R: Il termine greco per «pegno/garanzia», arrabon, deriva probabilmente dai mercanti fenici e indicava un contratto, un deposito o un acconto. Il termine era usato anche per indicare un anello di fidanzamento. Potete pensare allo Spirito Santo in noi come al nostro «anello di fidanzamento» che promette la nostra salvezza definitiva e il banchetto nuziale dell’Agnello.

 

D: In Ef 1,15, come sarebbe la vita di un cristiano se avesse grande fede ma poco amore?

R: Potrebbe dire la verità, ma in modo poco costruttivo o addirittura distruttivo. Senza amore sarebbe come dire la verità senza provarne cura. A volte il rimprovero può essere scambiato per questo, ma con un rimprovero appropriato si ha a cuore che l’altra persona si penta e lo si esprime chiaramente. L’amore può essere dolce e compassionevole; l’amore può anche essere un amore severo. Ma una cosa che l’amore non è, è l’apatia. Giona disse la verità senza amore, e Dio gli mostrò che Giona amava persino una pianta più di quanto tenesse a tutte quelle persone.

 

D: In Ef 1,15, come sarebbe la vita di un cristiano se avesse un grande amore ma poca fede, oppure se conoscesse solo in parte la fede?

R: Sarebbe in grado di provare empatia e compassione, ma in definitiva avrebbe poco da offrire in termini di buoni consigli o indicazioni.

 

D: In Ef 1,16-18, Paolo sta pregando principalmente per qualcosa che i suoi lettori già possiedono, o per una nuova benedizione?

R: In un certo senso entrambe le cose, ma non proprio nessuna delle due. I lettori di Paolo sono credenti, quindi possiedono già una certa conoscenza di Dio e una comprensione illuminata. Tuttavia, Paolo prega comunque per qualcosa di nuovo. Paolo prega affinché la loro conoscenza e la loro comprensione possano approfondirsi, ben oltre ciò che già possiedono.

 

D: In Ef 1,17, perché era necessario che agli Efesini fosse dato lo Spirito di sapienza e di rivelazione, dal momento che tutti i credenti hanno già lo Spirito dentro di sé, come afferma Rm 8,9-11?

R: Tutti i cristiani autentici possiedono lo Spirito Santo, ma Dio comanda comunque ai cristiani autentici di essere riempiti dello Spirito Santo. Ciò comporta, tra l’altro, l’essere riempiti di saggezza e rivelazione.

 

D: In Ef 1,18, l’eredità qui indicata è la nostra eredità in Cristo, oppure i santi come eredità di Dio?

R: Sebbene entrambe le interpretazioni siano vere, il confronto di questo versetto con Efesini 1:11,14 mostra che qui il significato principale è la nostra eredità. La Bibbia in molti punti menziona le nostre benedizioni come la nostra «eredità» in quanto figli di Dio. Ma noi siamo il popolo di Dio, scelti dal mondo. Immaginate un figlio di una famiglia molto ricca, che per ora potrebbe ancora dover imparare a mettere da parte i propri spiccioli, ma che sa che, una volta raggiunta la maggiore età, erediterà un’enorme ricchezza. Voi siete quel figlio! Ma la vostra eredità non consiste semplicemente in qualche pezzo di carta, sassolini o pezzi di metallo, bensì nelle vere ricchezze del cielo.

Un modo in cui un credente può considerare questo aspetto è che egli o ella possiede lo Spirito Santo. Ma un altro modo di considerarlo è che lo Spirito Santo possiede loro.

 

D: In Ef 1,20, cosa ne pensa dell’affermazione del teologo Rudolf Bultmann secondo cui «Cristo è risorto nel kerygma», ovvero solo nella fede e nell’annuncio dei Suoi discepoli?

R: Rudolf Bultmann era un eretico destinato all’inferno, e non era nemmeno molto bravo a nasconderlo. 1 Corinzi 15:1-8 dimostra che se qualcuno non crede che Cristo sia risorto dai morti, in modo visibile, ciò in cui crede è vano. Pertanto, Paolo afferma che la fede di una persona che la pensa in questo modo è vana, ovvero non le servirà a nulla.

 

D: In Ef 1,20; Eb 8,1; 10,12; At 2,25; 7,56 e così via, in che senso Gesù si trova alla destra di Dio?

R: «Alla destra» era un’espressione che indicava il posto riservato all’ospite d’onore, come mostra il Salmo 110,1.

 

D: In Ef 1,21-22, poiché Cristo è al di sopra di ogni cosa, è forse anche al di sopra di Dio Padre?

R: 1 Corinzi 15:26-28 risponde a questa domanda sottolineando che Cristo è al di sopra di tutto, ma chiaramente «tutto» non include Dio stesso.

 

D: In Efesini 1:23, cosa significa qui «pienezza»?

R: Il termine greco per «pienezza», pleroma, era un termine comune che poteva essere usato per descrivere una ciotola piena d’acqua, una nave carica del proprio carico o una nave con l’equipaggio al completo. È un po’ come se una casa non fosse «piena» se i bambini non fossero tutti a casa. In questo contesto il termine può assumere un significato attivo, nel senso che noi riempiamo il possesso di Cristo in cielo, oppure passivo, ovvero che Cristo riempie la Chiesa. Poiché qui sussiste un’ambiguità grammaticale, potrebbe significare entrambe le cose.

 

D: In Ef 1,23, poiché la Chiesa è il corpo di Cristo e la pienezza di Cristo, i cristiani dovrebbero essere venerati in modo simile a quanto avviene nella Messa cattolica, in cui si venerano gli elementi della Cena del Signore?

R: No. I semplici esseri umani non devono essere oggetto di adorazione, proprio come il pane e il vino non devono esserlo. Adorate solo Dio.

 

D: In Ef 2,1, qual è la differenza tra «trasgressioni» e «peccati»?

R: Si tratta di sinonimi che indicano la stessa cosa: trasgressioni contro Dio. Tuttavia, le due parole greche qui utilizzate sottolineano aspetti diversi. Una trasgressione (paraptoma) può essere un inciampo, un passo falso che oltrepassa un confine o si allontana dalla retta via. Il termine greco per «trasgressione» ricorre in modo prominente anche in Colossesi 2:13. Un «peccato» (hamartia) indica un fallimento nel mancare il bersaglio o nel non essere all’altezza, come una freccia che manca il bersaglio.

 

D: In Efesini 2:1,5, in che senso siamo «morti» nelle trasgressioni?

R: Questi versetti costituiscono una sorta di rapporto del medico legale. Ma proprio come i diamanti lucenti risaltano meglio su uno sfondo di velluto scuro, la grazia di Dio risplende maggiormente se contrapposta al nostro precedente stato di morte. Tutti erano morti almeno in tre modi: dal punto di vista giudiziario, spirituale e, in misura minore, per il decadimento fisico.

Dal punto di vista giudiziario: siamo già morti, così come un criminale condannato, la cui esecuzione è prevista per il giorno successivo, è praticamente morto. Si veda anche la domanda su Colossesi 2:13.

Spiritualmente: sebbene i non credenti possano ancora compiere alcune azioni relativamente buone (Matteo 7:10-11; Luca 6:32-34), la nostra morte spirituale è talmente totale che nessuno può nemmeno avvicinarsi a Dio a meno che il Padre non lo attiri a sé (Giovanni 6:44) e lo Spirito Santo non operi nella vita del non credente (Giovanni 16:8-11). Essi non hanno la vista per contemplare la gloria di Cristo. Proprio come i morti non possono parlare con i vivi, i morti spiritualmente non hanno alcuna comunicazione con Dio. Inoltre, in quanto cristiani, Cristo è ancora necessario per sostenere la nostra salvezza (Giuda 24; Romani 8:29-39). Lodiamo Dio per la Sua opera continua!

Decadimento fisico: nel libro di Haley *Alleged Discrepancies of the Bible* (Presunte discrepanze della Bibbia), a pag. 393, viene menzionato un terzo aspetto. Tutti noi siamo affetti dalla «malattia» della mortalità, e ogni volta che il nostro corpo guarisce da una malattia, ciò rappresenta solo un rinvio della morte.

Ciò non significa però che non abbiamo né sentimenti né volontà. In Efesini 2:2, il termine greco per «vivere/camminare» è peripateo, che letteralmente significa «andare in giro».

Per ulteriori informazioni, si vedano: *The Expositor’s Bible Commentary*, vol. 11, pag. 34; *When Critics Ask*, pagg. 475-476; *The Tony Evans Bible Commentary*, pag. 1221; *The Message of Ephesians* di John R. W. Stott, pag. 72; *The Bible Knowledge Commentary: New Testament*, pag. 622; e *The Expositor’s Greek Testament*, vol. 3, pag. 283.

 

D: In Ef 2,2, chi è il principe dell’aria e perché regna?

R: Il signore dell’aria è Satana. Sin dalla Caduta dell’uomo, Satana è il principe di questo mondo (Giovanni 16:11). Tuttavia, egli non è il Re. Satana è il dio di questa epoca (2 Corinzi 4:4) e il signore dell’aria. Il mondo intero è sotto il dominio del maligno (1 Giovanni 5,19). Come afferma la Lettera di Barnaba (100 d.C.): «[Dio] è davvero il Signore nei secoli dei secoli, ma [Satana] è il principe per il tempo dell’iniquità» (capitolo 18).

 

D: In Ef 2,3, perché eravamo tutti oggetto dell’ira?

R: Innanzitutto due ragioni per cui eravamo tutti oggetto dell’ira di Dio, e poi due precisazioni.

Le due ragioni sono ciò che abbiamo fatto e ciò che siamo.

Ciò che abbiamo fatto: Romani 3:23 afferma che tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio.

Ciò che siamo: Romani 3:10-20 afferma che tutti si sono allontanati e che tutti sono indegni. A parte Dio, nessuno fa il bene.

Vi sono inoltre due aspetti che non comportano un’ulteriore ira nei confronti dei non credenti.

Il peccato degli antenati: i figli non sono colpevoli del peccato dei genitori (o degli antenati), come si legge in Ezechiele 18 e in Deuteronomio 24:16. I figli potrebbero comunque subire maledizioni e conseguenze negative, ma nessuno di coloro che soffriranno all’Inferno potrà dire: «In parte non è colpa mia: sono stato incastrato».

Purtroppo esiste una corrente teologica chiamata traducianismo che sostiene che una persona si assuma la colpa dei peccati dei propri genitori, dei propri nonni e di tutti i propri antenati. Due gruppi che credono nel traducianismo sono i luterani e gli ortodossi orientali. Nella Germania di Hitler, gli ebrei venivano accusati di essere «assassini di Cristo». Tutti sanno che il popolo ebraico che viveva all’epoca non uccise Cristo, ma l’implicazione era che, poiché i loro antenati avevano consegnato Gesù ai romani, anche loro fossero colpevoli. (Ma è strano che accusassero solo gli ebrei di essere assassini di Cristo, e non anche gli italiani!)

Peccato involontario: il peccato non viene imputato dove non c’è legge (Romani 4:15; 5:13). L’ignoranza della legge, tuttavia, non ci rende sempre innocenti. Anzi, quando scopriamo di aver infranto la legge involontariamente e non ce ne pentiamo, dimostriamo che avremmo infranto deliberatamente la legge di Dio se ne fossimo stati a conoscenza.

I cristiani non agostiniani NON credono che Dio sia estremamente adirato con ogni bambino che sia mai nato e che voglia torturare all’Inferno i bambini riprovati per il solo motivo che Egli ha scelto di crearli con una natura peccaminosa in quanto discendenti di Adamo.

Tuttavia, quando qualcuno si rende conto di essere peccatore e non vuole cambiare, è colpevole di non volere che Dio lo trasformi. Non viene ritenuto responsabile per essere nato con una natura peccaminosa, ma può essere ritenuto responsabile per non voler essere trasformato da quello stato iniziale.

 

D: In Ef 2,3, eravamo tutti oggetto dell’ira, oppure solo alcuni ne sono oggetto, come in Rm 9,22-23?

R: Il versetto successivo, Efesini 2:4, risponde a questa domanda. Tutti (compreso Paolo) erano originariamente oggetto [destinatari presenti e futuri] dell’ira di Dio. Ma molti sono stati trasformati e agli occhi di Dio non sono più oggetto della Sua ira. Il primo significato si riferisce a tutte le persone nel corso del tempo prima di venire a Cristo. Il secondo significato è in senso predestinatorio: i riprovati rimarranno oggetto dell’ira, mentre gli eletti sono/saranno oggetto di misericordia.

 

D: In Ef 2,4-5, qual è la differenza tra grazia e misericordia?

R: La misericordia consiste nel non ricevere la punizione che si merita. La grazia consiste nel ricevere una benedizione che non si merita. Nella condizione decaduta dell’umanità, purtroppo è fin troppo facile per noi dare le cose per scontate. L’intero tono di questo brano cambia a partire da sole due parole in greco: «Ma Dio». La BSB traduce il versetto 4 come: «Ma a causa del Suo grande amore per noi, Dio, che è ricco di misericordia» (BSB). La situazione può sembrare senza speranza, per noi da soli, … ma Dio!

 

D: Cosa rivela Ef 2,5 riguardo all’idea che una persona possa continuare a migliorare, a riformarsi, fino al punto di ottenere la salvezza? Perché alcune persone credono in questo?

R: Quando si è morti, solo la risurrezione può fare la differenza. Altrimenti, perché non si adottano le procedure che si seguono in un ospedale, come somministrare medicine ai pazienti, eseguire operazioni chirurgiche, ecc., e applicarle in un obitorio? Esiste un percorso per diventare gradualmente più devoti e santi, chiamato santificazione, ma ciò richiede lo Spirito Santo e avviene dopo che siamo stati salvati.

Altre religioni cercano di dirvi come arrivare a Dio. Il cristianesimo, invece, vi spiega ciò che Dio ha fatto per venire a voi.

 

D: In Efesini 2:5-8, siamo salvati solo per grazia, oppure per fede unita alle opere, come indicato in Giacomo 2:14-24?

R: Il linguaggio di Efesini 2:8-10 è preciso: «Infatti è per grazia che siete stati salvati mediante la fede, e ciò non viene da voi; è dono di Dio, non per opere, affinché nessuno possa vantarsi. Infatti noi siamo opera sua, creati in Cristo Gesù per compiere opere buone…» (BSB). Si notino i seguenti punti.

1. È per grazia [di Dio] – non per merito nostro.

2. Per mezzo della fede – non per i nostri meriti o per opera nostra

3. Dono di Dio – non le nostre opere.

4. Siamo stati creati [e salvati] per compiere opere buone.

Come ha affermato un cristiano indiano, non siamo salvati per servire, ma salvati per servire.

Il modo più rapido per spiegarlo è il seguente: Efesini 2 mostra che siamo salvati per grazia mediante la sola fede autentica, mentre Giacomo 2 dimostra che la fede autentica non è mai isolata, ma si esprime attraverso le nostre opere. Galati 5:6 afferma che ciò che conta è «la fede, espressa attraverso l’amore».

Un altro modo di considerare la questione è chiedersi: «È stato conquistato da Cristo?». Se no, allora perché? La vera fede significa che la nostra vita è ora nascosta con Cristo in Dio (Colossesi 3:3). Se la sua vita non appartiene a Cristo, allora non possiede una fede salvifica.

 

D: In Efesini 2,5-8, in che modo interagiscono grazia, fede e opere?

R: È possibile cogliere alcuni degli aspetti chiave della salvezza ponendosi le seguenti domande: chi, cosa, come, per cosa e perché. Il commentatore Zerwick definisce Efesini 2:1-10 «la breve epistola ai Romani» a causa della grande somiglianza dei contenuti.

Chi: Dio ci ha salvati

Nello specifico, non noi o Dio + noi (Efesini 2:8; 2 Timoteo 1:9)

Cosa: Siamo stati salvati per grazia di Dio mediante la nostra fede (Ebrei 4:2; Efesini 2:8). Nello specifico, non per le nostre opere né per alcunché di cui possiamo vantarci (Efesini 2:8-9).

Come è stata concessa: la grazia di Dio è stata concessa tramite Gesù che è morto sulla croce per espiare i nostri peccati (Ebrei 2:17; 1 Giovanni 2:2) e per essere il riscatto dei nostri peccati (Matteo 20:28; Marco 10:45; 1 Timoteo 2:6; Ebrei 9:15)

Come viene accolta: la grazia di Dio deve essere unita alla nostra fede (Ebrei 4:2; Romani 10:10). Tuttavia, nemmeno la nostra fede è motivo di vanto, poiché anche essa ci è donata da Dio tramite lo Spirito Santo (Efesini 2:8; Giovanni 16:8-11).

A quale scopo: per compiere opere buone (Efesini 2:10), e perché Dio ci ama (Giovanni 3:16) e desidera mostrarci la Sua benevolenza (Efesini 2:7)

Perché: per molte ragioni, tra cui: per dimostrare la Sua bontà (Efesini 2:7), perché siamo opera Sua (Efesini 2:10), perché Egli ama il mondo (Giovanni 3:16); per il Suo disegno e la Sua grazia, non per qualcosa che noi abbiamo fatto (2 Timoteo 1:9)

 

D: In Efesini 2:5-8, quali sono gli aspetti principali della salvezza?

R: Ecco un modo di considerare la salvezza.

1. Dio ci dona una grazia immeritata (Efesini 2:8-10; Tito 3:4,7).

2. Dobbiamo credere e pentirci (Efesini 1:13; Romani 10:9-11).

3. Lo Spirito di Dio dimora in noi (Romani 8:9-11; Giovanni 14:15-18; 1 Giovanni 3:24; Efesini 2:22; Tito 3:6).

4. La fede senza le opere di una vita trasformata è morta (Giacomo 2:14-20; 1 Giovanni 2:6-15; 1 Giovanni 3:5,6,9; Tito 2:11,14; 1 Corinzi 6:9-11,19).

5. Dio preserva i Suoi eletti (Giovanni 10:28-29; Romani 8:28-29; Efesini 1:13-14).

 

D: In Efesini 2:6, questa promessa di sedere con Cristo sul Suo trono si riferisce al regnare con Cristo sulla terra per mille anni, oppure in seguito, per l’eternità?

R: Potrebbe riferirsi a entrambe le cose. Tuttavia, Efesini 2:6 afferma che saremo seduti con Cristo «nei luoghi celesti», quindi il suo significato principale è probabilmente eterno. In ogni caso, lodiamo Dio perché saremo con Cristo per sempre.

 

D: In Efesini 2:8, a cosa si riferisce il pronome «esso» nell’espressione «esso è il dono di Dio»?

R: Alcuni sostengono che si riferisca alla «grazia», altri alla «fede». Tuttavia, entrambi questi termini sono grammaticalmente femminili, mentre «esso» è grammaticalmente neutro; è quindi probabile che «esso» si riferisca alla frase precedente, che tratta dell’intero concetto di salvezza.

 

D: In Efesini 2:12-13, ai tempi dell’Antico Testamento, tutti coloro che non erano cittadini di Israele erano destinati all’inferno, senza alcuna possibilità di salvezza?

R: Quando arriverete in Paradiso potrete porre questa domanda a una persona non ebrea di nome Abramo – oppure a Noè, a Matusalemme, a Enoch, a Giobbe o a Isacco. Essi non erano israeliti e dimostrano che Dio può rivelarsi come meglio crede. Anche dopo che la Legge fu data a Mosè, Raab e Ruth, pur non essendo israelite, furono salvate, convertendosi al giudaismo. Tuttavia, tutti coloro che sono salvati, anche ai tempi dell’Antico Testamento, lo sono attraverso Gesù Cristo (1 Corinzi 10:4; 1 Giovanni 2:2; Ebrei 2:9; 1 Timoteo 2:6). Finché una persona rifiuta il vero Gesù come la Via, Giovanni 8:24 e Atti 2:37-40 dimostrano che non ha altra via per essere salvata. Ma Noè, Enoch e altri furono «salvati in Cristo» anche se non conoscevano il Suo nome mentre vivevano sulla terra.

 

D: In Ef 2,12, quali cinque cose mancavano ai gentili?

R: In quanto gentili non credenti, essi erano 1) separati da Cristo, 2) estranei alla comunità (politeia) di Israele, 3) estranei (xenoi) alle alleanze della promessa, 4) senza speranza e 5) senza Dio (atheoi) nel mondo. Si trovavano in una situazione piuttosto desolante.

 

D: In Ef 2,14, qual è la differenza tra Gesù che «fa la pace» e Gesù che «è la pace»?

R: Sebbene entrambe le affermazioni siano vere, esiste una differenza. Si dice che «l’olio e l’acqua non si mescolano». In realtà, però, si mescolano piuttosto bene se è presente un emulsionante. (Il sapone è un semplice tipo di emulsionante.) Proprio come un emulsionante, Gesù opera la pace mescolando profondamente due gruppi che erano totalmente separati l’uno dall’altro. Ma a differenza di un normale pacificatore, Gesù non lo ha fatto facendo appello alle cose che abbiamo in comune. È Gesù stesso la base del nostro unirsi. L’«unità» non è necessariamente una cosa positiva, se ci si unisce a qualcosa o a qualcuno con cui non si dovrebbe unirsi. E non cerchiamo l’uniformità, poiché abbiamo personalità e doni diversi, e questa è una cosa positiva che ci permette di completarci a vicenda. Piuttosto, l’unità dello Spirito in Cristo non è solo ciò che siamo incoraggiati a fare, ma ciò che ci è comandato di fare. Pensate a noi non come a persone tutte dello stesso colore, ma come a un prisma di luce o a una vetrata colorata che riflette colori diversi mentre illuminiamo Cristo.

Come disse Giovanni Crisostomo, non è come se Cristo avesse fuso due metalli per ricavarne una sola scultura. È piuttosto come se Cristo avesse fuso argento e piombo e da essi avesse ricavato una scultura d’oro! Omelie di Giovanni Crisostomo sull’Epistola agli Efesini, omelia 5, in Padri niceni e post-niceni, Prima Serie, vol. 13, p. 71.

 

D: In Ef 2,14, qual è il significato dell’abbattimento del muro di separazione?

R: Sembra quasi che Cristo abbia intrapreso un progetto di ristrutturazione edilizia. Anziché la separazione tra ebrei e gentili (non ebrei), Dio sta riunendo tutti i credenti come fratelli. Qualsiasi pretesa di orgoglio o superiorità basata sull’origine etnica o culturale, o sull’antichità della fede, è ora superata e dovrebbe essere riconosciuta come tale. Il cristiano giapponese, americano, arabo, ebreo, inglese o russo non solo è cristiano al pari di chiunque altro, senza che esistano «cristiani di seconda classe», ma siamo fratelli e sorelle gli uni degli altri e dovremmo godere della comunione reciproca nel Signore. Tuttavia, proprio come non abbiamo alcun motivo per provare orgoglio o arroganza nei confronti degli altri, non abbiamo nemmeno alcun motivo per sentirci inferiori rispetto a loro. Non esiste una «cerchia ristretta» di membri interni contrapposta agli estranei all’interno della Chiesa.

All’esterno dei cortili del Tempio di Gerusalemme c’era un muro fisico con un’iscrizione che recitava: «Nessuno straniero può entrare all’interno della barriera che circonda il santuario e il recinto. Chiunque venga sorpreso a farlo dovrà assumersi la responsabilità della propria morte». Paolo potrebbe aver avuto in mente questo quando affermò che nella Chiesa il muro è stato completamente abbattuto, come riporta The Expositor’s Bible Commentary, vol. 11, pag. 40. Tuttavia, il *Bible Knowledge Commentary: New Testament*, pagg. 625-626, e il *The Expositor’s Greek Testament*, vol. 3, pag. 294, non sono d’accordo. Giuseppe Flavio utilizza lo stesso termine per indicare quel muro, e quel muro era ancora in piedi. Per inciso, il velo interno che separava il Santo dei Santi era un velo e non un muro.

Giacomo 2:1-9 sottolinea con grande enfasi che non dobbiamo mostrare parzialità nella chiesa. Tuttavia, esistono diversi punti di vista su come ciò debba essere messo in pratica.

Il punto di vista «Che importanza ha?»: Capisco che nella vostra chiesa vi sia una divisione tra diversi tipi di persone: coloro a cui piacciono gli asparagi e coloro a cui non piacciono. Ma che importanza ha? Allo stesso modo, non dovremmo considerare l’origine etnica di qualcuno più di quanto dovremmo valutare le persone per l’appartenenza alla comunità o per ruoli di leadership basandoci, in parte, sul fatto che apprezzino o meno gli asparagi.

Il punto di vista «Fate attenzione che nessuno venga trascurato»: Purtroppo non siamo perfetti su questa terra. Anche in una grande chiesa in crescita, come quella descritta in Atti 6:1, può verificarsi la spiacevole situazione in cui un gruppo venga trascurato. Pertanto, i responsabili della chiesa dovrebbero vigilare per assicurarsi che tutti siano inclusi, in tutti i ministeri e a tutti i livelli. Ciò garantirà una maggiore unità e una testimonianza più forte al mondo, quando il mondo vedrà che siamo uno, come pregò Gesù in Giovanni 17:21.

Conclusione: Il primo modo è l’ideale. Tuttavia, non siamo cristiani perfetti e, se i primi cristiani in Atti hanno dovuto ricorrere al secondo modo, lo dobbiamo fare anche noi. E sono lieto di non essere un cristiano di seconda classe solo perché non mi piacciono gli asparagi!

 

D: In Efesini 2:15, a cosa si riferisce l’abolizione dell’ostilità/inimicizia?

R: L’inimicizia è ciò che i nemici provano gli uni verso gli altri. Al posto dei comandamenti mosaici che separavano ebrei e gentili, tutto ciò è ormai alle nostre spalle e noi abbiamo una posizione davanti a Dio basata sull’opera compiuta da Cristo. Non si tratta tanto di una creazione, quanto di una «ricreazione» che crea un unico corpo da due gruppi.

 

D: In Ef 2,15, in che modo Gesù ha fatto di due uno solo?

R: Anziché ebrei e gentili agli occhi di Dio, ora nella Sua chiesa vi sono solo cristiani.

 

D: In Ef 2,16-18, chi sono i «entrambi» di cui si parla qui?

R: «Entrambi» qui si riferisce agli ebrei e ai non ebrei, che hanno tutti lo stesso accesso a Dio attraverso Gesù Cristo. Ciò potrebbe causare problemi da un punto di vista giuridico. Tutti i romani erano tenuti ad adorare gli dei romani, ad eccezione degli ebrei. Ma se i cristiani gentili non fossero stati considerati ebrei convertiti, ciò avrebbe costituito un problema. Tuttavia, a prescindere da ciò, essi dovevano essere accolti in un unico corpo.

 

D: In Ef 2,20-21, poiché la Chiesa è edificata sugli apostoli e sui profeti, abbiamo bisogno oggi di apostoli e profeti?

R: Cristo è l’unico vero capo della Chiesa. La nostra conoscenza di Dio si basa sugli insegnamenti dei profeti dell’Antico Testamento e degli apostoli (e dei loro scribi) del Nuovo Testamento. Non abbiamo bisogno di loro in sé, ma abbiamo bisogno delle loro parole oggi. Ecco perché le Scritture sono così importanti per i cristiani.

 

D: In Efesini 2,20-21, poiché Gesù è la pietra angolare principale, abbiamo bisogno di un uomo che rappresenti Gesù Cristo per governare la Chiesa di Dio oggi?

R: Potenzialmente ci sono molte ragioni per cui alcune persone potrebbero affermare che abbiamo bisogno di un vicario sulla terra. Sarebbe opportuno ridurre i seguenti aspetti negativi:

1. L’eresia

2. L’adesione a religioni spirituali contraffatte

3. La devozione verso altri oltre a Dio

4. Il ristagno intellettuale (Copernico, Galileo)

5. L’uccisione e la tortura dei veri cristiani

6. Uccisione e tortura delle persone in generale

7. Legittimazione di governanti empì

8. Dottrine umane aggiunte che si mascherano da divine

Sarebbe opportuno migliorare anche i seguenti aspetti:

1. Essere un esempio morale luminoso per il mondo

2. Incoraggiare un maggiore studio delle Scritture

3. L’unità dei cristiani (il che implica non perseguitare i cristiani)

I cristiani dell’Europa occidentale ci hanno provato per mille anni; l’esperimento è stato denominato «Chiesa cattolica romana» e si è rivelato un fallimento totale già ai tempi del Medioevo. Anziché ridurre questi aspetti, li ha accentuati. Un aspetto positivo dell’esperienza della Chiesa cattolica è questo: possiamo imparare dagli errori del passato e riconoscere i pericoli insiti nell’allontanarsi dalla semplicità del seguire Cristo, come insegna 2 Corinzi 11:2-4.

Uno scettico potrebbe sostenere (con ironia) che l’intera Chiesa cattolica romana fosse solo uno stratagemma per adempiere deliberatamente a 1 Timoteo 4:1-5. Lascio a un cattolico il compito di rispondere a questa falsa accusa.

 

D: In Efesini 2:21, dove si trova la vera Chiesa?

R: La vera Chiesa non si trova necessariamente dove il mondo la sta cercando. Finché qualcuno cercherà il «semplice uomo» che è il capo della vera Chiesa, non la vedrà. La vera Chiesa è guidata da Gesù Cristo come pietra angolare (Efesini 2:20). La vera Chiesa non è costruita né con pietre né con mattoni, ma è costituita dai credenti (1 Pietro 2:5). Pertanto, la vera Chiesa è composta da cristiani autentici di ogni denominazione che hanno riposto la propria fede in Gesù Cristo. Quando si parla della vera Chiesa, si può fare riferimento alla «Chiesa Trionfante» (ovvero i credenti che ora sono in cielo) e alla «Chiesa Militante» (ovvero i credenti che ancora lottano per la fede sulla terra).

Purtroppo, a volte i cristiani possono concentrarsi talmente tanto sulla propria denominazione da perdere di vista questo aspetto. Quando sospetto che un cristiano possa essere così, gli chiedo a quale denominazione appartenga. Quando risponde «XYZ», gli dico: «Sapeva che in Paradiso non ci sono membri della denominazione XYZ? In Paradiso non ci sono nemmeno battisti, e io, per inciso, frequento una chiesa battista. In Paradiso ci sono invece cristiani che appartengono alla denominazione “XYZ” e cristiani che sono battisti, ma siamo in Paradiso solo grazie a Gesù, e non grazie a nessuna organizzazione».

La menzogna secondo cui l’organizzazione sia più importante di un rapporto personale con Cristo è uno degli strumenti che sette come i mormoni e i Testimoni di Geova utilizzano per convertire i fedeli al loro falso vangelo.

D’altra parte, non sto dicendo che riunirsi e organizzarsi non abbia importanza. Ebrei 10:25 ci comanda di non trascurare di riunirci insieme.

Ci sono tuttavia alcune implicazioni in ciò che ho appena detto. Le persone possono avere concezioni teologiche piuttosto errate, ma purché siano corrette sulle cose fondamentali (come ci avverte 1 Corinzi 15:1-4) e conoscano Gesù, tutti i cristiani devono «accettarsi l’un l’altro, dunque, proprio come Cristo vi ha accettati…» (Romani 15:7, BSB). I cristiani autentici possono avere opinioni errate riguardo al sabato (Romani 14:5) o all’alimentazione (Romani 14:2-3). Possono commettere anche azioni più gravi, come tollerare una persona immorale in mezzo a loro (Apocalisse 2:20) o un uomo che convive con la moglie di suo padre (1 Corinzi 5:1). Possono trovarsi coinvolti in problemi molto gravi legati al legalismo (Galati 3:1). Eppure, anche i cristiani disobbedienti sottoposti alla disciplina di Dio rimangono comunque cristiani.

Per quanto riguarda molte delle cose su cui i cristiani sono d’accordo, clicchi su «Una confessione cristiana comune» www.Biblequery.org/Doctrine/DoctrinalStatements/ACommonChristianConfession.html per una raccolta.

D: In Ef 3,1, perché Paolo disse di essere prigioniero di Cristo Gesù anziché prigioniero di Roma?

R: Paolo poteva osservare da vicino i soldati romani che lo sorvegliavano e rendersi conto che la causa immediata della sua prigionia era la malvagità di Roma. Ma Paolo, guardando al quadro più ampio, vide che lo scopo ultimo del sopportare la sua prigionia era la gloria di Gesù Cristo, nostro Salvatore. Quando vi trovate di fronte a circostanze spiacevoli, siano esse dovute alla persecuzione o semplicemente al dover sopportare ciò che questo mondo decaduto vi pone davanti, vi concentrate sulla causa immediata o fate sì che lo scopo ultimo sia la glorificazione di Gesù?

 

D: In Ef 3,3.9, perché Paolo usò la parola «mistero», quando esistevano religioni pagane dei misteri?

R: Ciò non ha nulla a che vedere con le religioni misteriche. Il termine «mistero» in questo contesto può essere inteso come qualcosa di speciale, un segreto che va vissuto, non solo ascoltato pubblicamente. Paolo «riprese» questo significato che le religioni idolatre stavano utilizzando, e probabilmente impiegò questo termine deliberatamente, in contrapposizione alla follia che esse insegnavano.

 

D: In Ef 3,3 e 9, qual è il «mistero» di cui si parla?

R: Un «mistero», in greco, era qualcosa che non era ancora stato rivelato. Efesini 3:10-11 risponde a questa domanda. Gesù Cristo, fondando la Chiesa, era il mistero, che non era noto ai tempi dell’Antico Testamento, come afferma Colossesi 1:26. «Mistero» qui significa un segreto che non era stato rivelato fino a quel momento.

 

D: In Ef 3,4-6, dato che le persone delle generazioni precedenti non avevano potuto udire parlare di Cristo, era possibile che qualcuno ai tempi dell’Antico Testamento potesse essere salvato?

R: Sì. A un livello fondamentale, non è ciò che ascoltiamo, crediamo o facciamo a salvarci; non è nemmeno il Vangelo a salvarci. È Dio che ci salva. Dio può salvare chiunque desideri, ma sappiamo che Dio è misericordioso, pur essendo giusto e santo.

 

D: In Ef 3,8, in che senso Paolo è il più piccolo di tutti gli apostoli?

R: Paolo ha fornito due ragioni per cui la pensava così.

1. È nato per ultimo (1 Corinzi 15:8)

2. E, cosa ancora più importante, Paolo era solito perseguitare la Chiesa di Dio (1 Corinzi 15:9; 1 Timoteo 1:13). Ha compiuto però il percorso più lungo di chiunque altro: da assassino a missionario.

 

D: In Ef 3,8, poiché le ricchezze di Cristo sono insondabili, perché Paolo desidera che noi conosciamo la portata dell’amore di Cristo in Ef 3,17-19?

R: Efesini 3:18-20 risponde a questa domanda. Le ricchezze di Cristo sono incommensurabili, ma a noi spetta il piacevole (e infinito) compito di sperimentare quanto sia grande l’amore di Dio per noi.

Il termine greco utilizzato in questo contesto è interessante; significa letteralmente «non rintracciabile tramite impronte». Non possiamo comprendere esattamente perché o quanto Dio ci ami, ma possiamo gioire del fatto che Egli ci ami.

 

D: In Efesini 3:9, il termine in questione significa “amministrazione” o “comunione”?

R: Il termine greco, oikonomia, da cui deriva la nostra parola «economia», ha un ampio spettro di significati. Significa amministrazione, con la connotazione originaria di una moglie o di un amministratore che gestisce una famiglia o una casa. Può riferirsi al modo in cui le cose vengono gestite, ovvero all’amministrazione. Nella Chiesa si può anche intendere come la gestione delle relazioni.

 

D: In Ef 3,15 si dovrebbe leggere «da cui ogni famiglia», «da cui tutta la Sua famiglia» o «da cui ogni paternità»?

R: La grammatica greca in questo punto è insolita. Il termine «Sua» non è presente nel testo greco, pertanto le altre traduzioni sono probabilmente più fedeli a questo versetto. Il termine greco pater significa «padre», mentre il termine greco patria significa «famiglia», sebbene possa anche indicare la «paternità». Paolo stava qui facendo un gioco di parole. Il significato più preciso è «padre… famiglia», sebbene, per preservare il gioco di parole, alcuni traduttori abbiano optato per «Padre… paternità». Per ulteriori informazioni, si vedano *The Bible Knowledge Commentary: New Testament*, pag. 631; *The Expositor’s Greek Testament*, vol. 3, pagg. 312-313; e *The Message of Ephesians*, pagg. 133-134.

 

D: In Ef 3,16-19, qual è esattamente la preghiera di Paolo per i credenti di Efeso?

R: Essi hanno già Cristo in loro. Pertanto, Paolo prega affinché Dio conceda loro la forza di resistere alle opposizioni, affinché Cristo sia al centro delle loro vite, affinché siano radicati nell’amore e possano comprendere l’immensità dell’amore di Dio.

In Efesini 3:16 la BSB recita «dalle ricchezze della Sua gloria» (BSB), ma la preposizione greca in questo contesto significa più letteralmente «secondo». Paolo non stava semplicemente chiedendo a Dio di rafforzarli attingendo dalle Sue ricchezze, come un uomo ricco potrebbe donare qualche dollaro dal proprio conto in banca ben fornito. Piuttosto, Paolo chiede a Dio di rafforzarli «secondo» le Sue ricchezze, come un uomo ricco potrebbe donare in proporzione a ciò che possiede. La loro salvezza è stata istantanea, ma la loro santificazione è progressiva.

Ha già completato la Sua crescita in Cristo? – Spero sinceramente che si renda conto che la risposta corretta è «no» e che Lei stia ancora crescendo.

 

D: In Ef 3,18, quali sono l’ampiezza, la lunghezza, la profondità e l’altezza dell’amore di Cristo?

R: Quali sono i limiti dell’amore di Cristo, ammesso che ce ne siano? Forse Paolo potrebbe aver pensato a quanto segue. La larghezza è costituita dalle persone di tutto il mondo. La lunghezza, o durata, è per sempre, dall’eternità all’eternità. La profondità non riguarda solo i vivi, ma anche coloro che sono morti. L’altezza arriva fino al cielo.

Dio non è affatto avaro in ciò che dona, ma a volte noi credenti siamo avari in ciò che desideriamo ricevere.

 

D: In Ef 3,19, che significato hanno in questo contesto i tre diversi termini greci relativi alla potenza?

R: Esse sottolineano diversi aspetti della potenza di Dio.

Potenza (dynameos), da cui derivano i termini «dinamico» e «dinamite», sottolinea l’opera energica di Dio. Potrebbe anche essere definita «potenza dinamica e vivente».

Rafforzare (krataiothenai, da kratos) significa essere incoraggiati, ovvero il potere che ci viene dato per essere forti e superare ogni resistenza.

«Comprendere» (exischysete, da ischys) può indicare il potere di afferrare, trattenere, percepire o comprendere. In altre parole, il potere di conoscere.

 

D: In Ef 3,19, come possiamo avere la «pienezza» di Dio?

R: Non si tratta di ciò di cui siamo pieni, ma piuttosto di Chi ci riempie. Ciò non significa che possiamo comprendere l’infinito, ma che possiamo comprendere che lo Spirito Santo stesso è dentro di noi per dare forza alle nostre vite. Il termine greco qui utilizzato, «eis», indica una meta, ovvero comprendere la pienezza di Dio, non che noi conteniamo tutta l’infinita pienezza di Dio.

 

D: In Ef 3,20, in che modo l’immensa potenza di Dio può manifestarsi attraverso i piccoli cristiani?

R: Come afferma Tony Evans, un idrante antincendio può far sgorgare enormi quantità d’acqua. Ciò non avviene per via dei 3-5 galloni d’acqua che l’idrante contiene, ma piuttosto per ciò che scorre attraverso di esso. Allo stesso modo, non è che noi possediamo di per noi una potenza così grande, ma piuttosto è la potenza di Dio che scorre attraverso di noi.

Tuttavia, la preghiera di Paolo rimane una richiesta di vasta portata: che la pienezza della potenza di Dio scorra attraverso di noi.

 

D: In Ef 4,1, cosa significa qui «camminare in modo degno»?

R: Il termine greco per «degno» in questo contesto, axios, significa «peso uguale/equilibrato», ovvero «portare il peso dall’altra parte della bilancia», piuttosto che merito. Il verbo qui è peripateo, che letteralmente significa «camminare», o, nel gergo australiano, «fare un giro». Pertanto, il vostro «camminare» nella vita dovrebbe avere lo stesso peso di ciò che affermate di voi stessi quando vi definite cristiani.

 

D: In Ef 4,1-2, quali sono alcune caratteristiche utili per preservare l’unità in questo contesto?

R: La risposta si articola in tre parti.

Come potete «sopportare» di vivere in unità con un altro credente? Può essere difficile mantenere l’unità con qualcuno che possiede caratteristiche opposte a queste. Un elemento chiave è l’ultima caratteristica, tradotta come «sopportarvi gli uni gli altri» o «longanimità». La longanimità implica anche che siate voi a tenere sotto controllo i propri sentimenti, anziché lasciare che siano i sentimenti a controllare voi. Ricordate che Dio ha sopportato voi, i vostri peccati e il fatto che per tanti anni gli abbiate detto di non essere in grado di fare certe cose. Poiché Dio vi ama e vi ha sopportato, dovreste essere in grado di amare e sopportare le mancanze degli altri credenti.

Quanto è facile per gli altri sopportarvi? Ma dovreste chiedervi se sia facile per qualcuno andare d’accordo con voi. Possedete le quattro qualità essenziali affinché le persone possano andare d’accordo con voi: l’umiltà di spirito (tapeinophrosyne), la dolcezza (o mitezza) (praotes/prautetos), la pazienza (makrothymias) e la tolleranza verso gli altri? A volte ci rendiamo conto di avere le nostre ambizioni, cose di cui andiamo fieri e piccole manie che dobbiamo «mettere da parte» per obbedire a questi versetti ed essere una persona con cui è più facile andare d’accordo. Dio potrebbe mettere una persona nella vita di qualcuno per insegnargli la pazienza, ma speriamo che voi non siate quella persona! Nella cultura greca, l’umiltà era considerata un vizio degno solo di uno schiavo.

A cosa siete disposti a rinunciare? Paolo, che ci sta dicendo questo, ha rinunciato a molto (sicurezza, libertà, posizione, prestigio, salute e una vita più lunga) per svolgere il suo ministero nella Chiesa. A un certo punto Paolo soffrì di una grave depressione, come si legge in 2 Corinzi 1:8-10. A quanto sarebbe disposto a rinunciare non solo per lavorare con gli altri, ma per lavorare per gli altri, senza alcun beneficio per sé stesso e senza alcuna ricompensa o lode terrena? Spesso lavorare con gli altri non è privo di un certo costo; implica rinunciare alle proprie ambizioni e al proprio orgoglio.

 

D: In Efesini 4:3, Paolo sta parlando dell’unità all’interno di un’unica organizzazione, come insegnano i cattolici romani, i greci ortodossi, i mormoni, la chiesa locale, le Chiese Internazionali di Cristo e altri?

R: Innanzitutto, tralasciamo il fatto che questi gruppi non possano essere uniti tra loro. Questo versetto in particolare parla di «unità dello Spirito», non di unità di un’organizzazione. Menziona sette cose che sono «una», tra cui un solo corpo, ma non una sola organizzazione. Dice inoltre che dobbiamo preservare l’unità dello Spirito, non cercare di crearne una nostra. Pertanto, questo versetto specifico non dimostra nulla riguardo alle organizzazioni. In effetti, è possibile che anche un’organizzazione possa costituire un idolo. Per quanto riguarda la questione più ampia, ovvero se l’unità organizzativa sia auspicabile, si veda la domanda successiva.

 

D: In Ef 4,3, l’unità organizzativa è qualcosa che i credenti dovrebbero desiderare?

R: I cristiani autentici non sono d’accordo su questo punto.

No. Alcuni protestanti sostengono che o non sia importante, oppure che sia pericolosa quando diventa più importante che seguire Dio nella verità, come la storia ha tristemente ma in modo conclusivo dimostrato.

Sì. I cattolici, gli ortodossi, la chiesa locale e altri protestanti sostengono che l’unità organizzativa sia auspicabile.

A prescindere da ciò, tutti gli studiosi seri della Bibbia dovrebbero essere in grado di concordare su quanto segue:

1. La Bibbia menziona l’unità dello spirito e l’unità dei discepoli di Gesù, ma non dice mai, nemmeno una volta, di avere unità con coloro che rifiutano, negano o pervertono palesemente la fede.

2. Sebbene nessun cristiano sia perfetto, né nella santità né nella dottrina, dobbiamo stare in guardia dai lupi e separarci dagli eretici.

3. In linea generale, talvolta è difficile raggiungere un’unità significativa con persone che cercano di uccidervi o di bruciarvi sul rogo.

4. Dobbiamo sforzarci di eliminare tutto ciò che crea divisione tra i cristiani e accetterci gli uni gli altri proprio come Cristo ci ha accettati (Romani 15:7).

5. Un’unità che non sia incentrata su Gesù Cristo non è un’unità auspicabile, e dovremmo evitarla.

 

D: In Ef 4,4, poiché esiste un solo corpo, perché vi sono così tante chiese?

R: Vi sono almeno quattro ragioni principali.

1. Proprio come esistono piccole differenze tra le varie scuole musulmane sunnite, i buddisti Mahayana, gli indù vedantici, le due sette dei bahá’í e altre religioni, così anche i cristiani sono in disaccordo su questioni secondarie. Ad esempio, Paolo e Barnaba ebbero un disaccordo riguardo al fatto di portare con sé Giovanni Marco. In seguito, tuttavia, si riconciliarono (Atti 15:36-41; Colossesi 4:10; 2 Timoteo 4:11).

2. Aggiunte: Nel corso degli anni, molti si sono comportati come i farisei descritti in Marco 7:6-8, desiderando aggiungere al cristianesimo le proprie tradizioni complesse. In generale, molti sostengono che si debba seguire la Bibbia insieme alla loro tradizione, che viene equiparata alla Parola di Dio. Il cristianesimo biblico consiste semplicemente nel seguire ciò che Dio afferma nella Bibbia e nel riconoscere che la tradizione umana è solo opera dell’uomo.

3. La sottrazione dal cristianesimo è preannunciata in 2 Timoteo 3:5, dove si afferma che negli ultimi giorni alcuni avranno l’apparenza della pietà, ma ne rinnegheranno la potenza. Numerose chiese «liberali» sottraggono elementi all’insegnamento di Dio, sostenendo che Dio non possa compiere miracoli fisici e che non esistano né Paradiso né Inferno, pur continuando a fingere di essere cristiane.

4. Perversione: come profetizzato in Atti 20:29-30, esistono «lupi» spirituali che, mediante l’inganno, trascinano i discepoli al proprio seguito per fondare una religione creata dall’uomo, pur continuando a sostenere di seguire Gesù. Molti di loro possiedono un proprio libro oltre alla Bibbia. Queste cose malvagie erano state profetizzate in 1 Timoteo 4:1-5, 2 Pietro 2:1-3 e Giuda 8-19.

 

D: In Efesini 4:5, si tratta del battesimo con acqua o del battesimo nello Spirito?

R: Alcuni ritengono che abbia un duplice significato. Tuttavia, se Paolo intendesse entrambi, non si tratterebbe realmente di un unico battesimo.

Tuttavia, è improbabile che si riferisca al battesimo nello Spirito, poiché vi sono tre sezioni che si riferiscono allo Spirito Santo, al Figlio e al Padre, e questa si trova nella sezione che riguarda il Figlio.

 

D: In Efesini 4:6 ed Efesini 1:23, se Dio riempie ogni cosa in ogni modo, è vero il panteismo, secondo cui ogni cosa è una parte di Dio?

R: No. Sebbene il Salmo 139:7-12 mostri che lo Spirito di Dio è ovunque, il panteismo va oltre e afferma che ogni cosa è parte di Dio, che viene adorato: le persone, le rocce e persino gli escrementi dei cani. Ad esempio, un mucchio di spazzatura non è Dio, e le pagine di un opuscolo ateo, che nega l’esistenza di Dio, non sono Dio. Non dobbiamo adorare le cose create al posto del Creatore (Romani 1:23,25). Piuttosto, come mostra Colossesi 1:17, tutte le cose sono tenute insieme da Cristo.

 

D: In Efesini 4:8, perché Paolo afferma che Dio «ha dato» doni agli uomini, mentre il Salmo 68:18 dice che Dio «ha ricevuto» doni dagli uomini?

R: I cristiani hanno due punti di vista diversi.

Errore di trascrizione: «Dare» potrebbe essere stato il termine originale nel Salmo 68,18. Mentre «ricevere» è presente nel testo masoretico e nella Settanta greca, «dare» si trova nei Targum in lingua aramaica e nella Peshitta siriaca. Inoltre, l’intero Salmo, ad eccezione forse di questo unico versetto, parla di ciò che Dio dona agli altri.

Da un Targum aramaico: un’altra interpretazione è che Paolo di solito inizi le sue citazioni scritturali con «È scritto», ma Efesini 4:7-8 si discosta da questa consuetudine utilizzando «Si dice». Queste formulazioni corrispondono molto da vicino alla tradizione orale presente nel Targum aramaico sul Salterio e nella Peshitta siriaca. I primi rabbini applicavano questo versetto a Mosè, affermando che egli ricevette la Legge per donarla al popolo. Si vedano The Expositor’s Bible Commentary, vol. 11, pag. 57, e l’Evangelical Commentary on the Bible, pag. 1027, per ulteriori informazioni.

Sintesi generale: Paolo non stava citando alcun versetto, ma parafrasando l’intero Salmo 68. Si veda The Bible Knowledge Commentary: New Testament, pag. 634 per ulteriori informazioni su questa interpretazione.

In ogni caso, Giovanni Crisostomo (Omelie sugli Efesini, 396 d.C. circa) osserva che in questo contesto non vi era sostanzialmente alcuna differenza. Dio sia dona che riceve cose dagli uomini. Considerare la salvezza come il fatto che Dio si assuma il peso della nostra colpa, oppure come il fatto che Egli ci conceda il perdono, significa semplicemente guardare ai due lati della stessa medaglia.

 

D: In Ef 4,9 e Atti 2,27, dopo la Sua morte, Gesù è sceso all’inferno o no?

R: Sebbene la frase «Gesù discese agli inferi» sia stata inserita nel Credo degli Apostoli (forma aquileiana del 390 d.C.), la Bibbia non si esprime esplicitamente in senso affermativo né negativo. Ecco cosa dice la Bibbia.

Efesini 4:9 «discese nelle parti più basse della terra»

Il Salmo 16:10 menziona lo «Sheol», che significa tomba.

Atti 2,27-28, citando il Salmo 16,10: Gesù non sarebbe stato abbandonato nella tomba (Ade)

1 Pietro 3:19: Gesù predicò agli spiriti in prigione

Secondo il pensiero religioso ebraico, ripreso nel Libro di 1 Enoch, capitolo 22, e in altri scritti, i morti andavano in due luoghi: i giusti in paradiso e gli ingiusti in prigione.

1 Pietro 4:6 menziona il Vangelo predicato a coloro che sono morti. (La NIV riporta «ora morti», ma «ora» non è presente nel testo greco).

 

D: Efesini 4:9 potrebbe significare che Gesù scese sulla terra, anziché scendere nella tomba?

R: Esistono tre interpretazioni compatibili con il contesto del brano.

Discese sulla terra (genitivo di appposizione)

Disceso nella morte (genitivo di confronto)

È disceso nelle parti inferiori che appartengono alla terra (genitivo di possesso)

 

D: In Ef 4,11, si intende «pastore-insegnante» come un unico ruolo, oppure pastori e insegnanti come due ruoli distinti?

R: In questo elenco la parola greca kai separa pastori e maestri. Questa parola greca significa «e/anche», e in questo passo potrebbe significare entrambe le cose, proprio come in italiano. Ora, i pastori insegnano (Tito 1:9; 1 Timoteo 3:2; 5:17), quindi esiste un ruolo combinato. La vera domanda è quindi se la Bibbia sostenga l’esistenza di un ruolo per gli insegnanti che non sono pastori. La risposta è un chiaro «sì» per almeno cinque ragioni:

Stefano rese testimonianza agli ebrei, istruendoli con una conoscenza approfondita delle Scritture, sebbene gli Atti dicano che fosse solo un diacono.

a) Paolo lodò l’insegnante Apollo, anche se Apollo non era un pastore.

b) Barnaba, Timoteo e altri insegnavano e predicavano la Parola, anche quando non erano pastori.

c) Un anziano doveva essere in grado di insegnare (1 Timoteo 3:2), il che implica che insegnassero già prima di diventare anziani.

d) Infatti, Colossesi 3:16 esorta i cristiani in generale a insegnarsi e ammonirsi a vicenda.

 

D: In Ef 4,11, poiché oggi esistono pastori e maestri, esistono anche profeti e apostoli?

R: Efesini 4:11 fa riferimento a importanti uffici nella Chiesa senza specificare quali si estendano fino ai giorni nostri e quali no. No, oggi non ci sono persone che ricoprono l’ufficio di apostolo del Nuovo Testamento né quello di profeta dell’Antico Testamento.

 

D: In Efesini 4:11, qual è la differenza tra un talento naturale e un dono spirituale?

R: Innanzitutto, in alcuni ambiti vi è una sovrapposizione. Una persona che nutre un cuore molto compassionevole verso gli altri potrebbe anche possedere il dono spirituale dell’aiuto. Una persona che possiede il dono spirituale della conoscenza potrebbe essere intelligente e colta, sebbene ciò non sia necessariamente così. Non sottovalutate i talenti naturali, poiché il corpo della Chiesa ne trae grande beneficio, sia che si tratti di parlare in pubblico, sia che si tratti di importanti funzioni dietro le quinte come la contabilità. Ma i doni spirituali vanno oltre le nostre capacità naturali, e Dio ha concesso a ogni credente almeno un dono spirituale, secondo 1 Corinzi 12:7, sebbene sia possibile che il Suo dono non sia elencato in quel passo. (No, lamentarsi e trovare da ridire non sono considerati doni spirituali!) Di fronte ad alcuni doni spirituali, altri credenti potrebbero grattarsi la testa e chiedersi: «Come è possibile, dal punto di vista naturale, che riescano a farlo!» Dio può ispirare una parola che qualcuno deve pronunciare, e la persona stessa non ne era nemmeno consapevole; anche lei sta imparando da ciò che esce dalla propria bocca. Come può una persona avere la forza di continuare ad amare e a prendersi cura degli altri, nonostante la noia, la persecuzione umana o l’opposizione spirituale? A volte la risposta è semplice: dal punto di vista naturale, non ne è capace. È la potenza di Dio che scorre attraverso di lei, come acqua illimitata da un piccolo idrante.

 

D: In Ef 4,11-13, in che modo la comunità ecclesiale identifica chi possiede quali doni e dovrebbe ricoprire quali ruoli?

R: L’unità non significa uniformità. Come cristiani abbiamo doni diversi, e rendiamo grazie a Dio per questo! Tuttavia, individuare i doni nelle persone potrebbe rappresentare un problema comune, ma spesso trascurato, in molte chiese odierne. Una delle ragioni potrebbe essere una concezione incompleta di ciò che sia il vero discepolato. Il discepolato può essere inteso come il processo di accompagnare i cristiani più giovani o «feriti» verso la maturità nella conoscenza e nella pratica della fede, proteggendoli dagli insegnamenti errati, affinché diventino cristiani maturi. Questa visione è vera, ma incompleta. Essa implica anche che i credenti più giovani scoprano i propri doni e lo scopo specifico che Dio ha per loro in questo preciso momento. Naturalmente, essi dovrebbero essere aperti al fatto che Dio possa sviluppare i doni, concederne altri in seguito e modificare il loro ministero. Pertanto, un buon discepolato comprende l’aiutare un credente a trovare il ministero al quale Dio lo ha chiamato in questo momento e aiutarlo a inserirsi attivamente nel servizio. Il ministero del credente più giovane potrebbe non essere affatto simile a quello del discepolatore. Va bene così; potrebbe esserci un momento in cui il discepolatore debba affidarlo a qualcun altro.

Sapevate che quasi tutte le squadre di football americano delle scuole superiori sono in grado di battere qualsiasi squadra professionistica, compresi i Kansas City Chiefs, vincitori del Super Bowl del 2023, a una sola condizione? Nella squadra professionistica, si dovrebbero mettere le guardie offensive nel ruolo di wide receiver, il giocatore più veloce nei ritorni di kickoff nel ruolo di centro, il ragazzo che porta l’acqua nel ruolo di quarterback, la secondaria difensiva nel ruolo di lineman, i preparatori atletici nel ruolo di running back e la mascotte della squadra nel ruolo di kicker e middle linebacker. Pertanto, nella chiesa, come nello sport, è importante che le persone ricoprano i ruoli per i quali possiedono i doni adeguati.

Molte persone si preoccupano di conoscere i propri doni spirituali e (si spera) di metterli a frutto nella chiesa. Ma non dovremmo nutrire la stessa preoccupazione nel conoscere, e nell’aiutare gli altri a conoscere, i doni spirituali altrui e nel metterli a frutto nella chiesa? Pertanto, la domanda non dovrebbe essere: «Ha un ministero cristiano?», bensì: «Qual è il suo ministero cristiano?».

Come ha osservato con ironia un pastore, nessuno deve preoccuparsi di non avere un incarico, perché la chiesa offre innumerevoli opportunità di servizio. La maggior parte di esse, tuttavia, non è retribuita. Pertanto, tutti i membri della chiesa – pensionati, giovani, adolescenti – dovrebbero avere un ministero, e le chiese dovrebbero impegnarsi maggiormente affinché ogni membro possa dare il proprio contributo. Una chiesa non dovrebbe assomigliare alla descrizione che qualcuno ha dato di una partita di football americano: 22 persone che hanno un disperato bisogno di riposo e 50.000 persone che hanno un disperato bisogno di fare esercizio fisico! Forse una chiesa è così quando un pastore ha una visione carente della leadership; egli pensa che la maggior parte dei membri non abbia bisogno di servire, perché lui e il suo ristretto staff si occuperanno di tutto.

Quando un pastore si sente esausto, una delle ragioni potrebbe essere che sta servendo Dio nel modo sbagliato. Sta cercando di fare troppo da solo, svolgendo ciò che dovrebbero fare i membri. Ad esempio, un giorno un pastore ricevette una telefonata concitata da un membro della chiesa. Il membro disse che aveva parlato molte volte di Cristo con un suo vicino, e che il vicino aveva finalmente deciso di accettare Cristo. Il pastore poteva quindi recarsi da lui immediatamente per pregare insieme a lui? Il pastore rispose che sarebbe arrivato subito e poi riattaccò. A quel punto lo Spirito lo convinse, e il pastore richiamò. Il pastore disse all’uomo: «Non verrò. Dovrebbe essere lei a condurlo a Cristo».

 

D: In Ef 4,14-15, qual è la differenza, in questi versetti, tra un cristiano che è un «bambino» e uno che è maturo?

R: Sebbene un bambino piccolo possa fare molte cose, non possiede né la saggezza né la capacità fisica per evitare i pericoli e tenersi lontano da prese elettriche, fornelli accesi, traffico e altre cose pericolose. Alcuni cristiani, compresi anche alcuni non proprio giovani, non hanno la minima idea di quanto sia importante tenersi lontani da insegnamenti eretici o comunque falsi, dal peccato e da amicizie e affiliazioni che li allontanano da Dio. Anche quando un cristiano se ne rende conto, ha bisogno che gli venga insegnato come riconoscere quegli insegnamenti e quelle situazioni da cui dovrebbe tenersi lontano. Nella Bibbia ci viene detto di resistere al diavolo (Giacomo 4:7; 1 Pietro 5:9), ma ci viene anche detto di fuggire dalle varie tentazioni (1 Corinzi 6:18; 1 Corinzi 10:14; 2 Timoteo 2:22), e che Dio può darci la forza di resistere alla tentazione quando noi non ne siamo in grado (1 Corinzi 10:13).

 

D: In Ef 4,15, qual è la differenza tra «dire la verità», «parlare con amore» e «dire la verità con amore»?

R: Dire la verità può risultare duro, senza alcun tentativo di raggiungere chi ascolta. In un certo senso, non è tanto ciò che si dice a contare, quanto ciò che l’altro sente. Parlare con amore può significare esprimere ciò che sentimentalmente sembra più opportuno, ma può anche comportare l’omissione di verità scomode di cui l’altro ha bisogno di essere a conoscenza. Dire la verità con amore significa comunicare alla persona tutto ciò che deve sapere, magari al momento opportuno, ma in un modo che dimostri il proprio interesse nei suoi confronti.

In generale, dire la verità con amore può risultare più difficile: comunicare ciò che l’interlocutore ha bisogno di sentire (piacevole o spiacevole che sia) nel modo giusto. È necessario prestare attenzione sia al tono di voce che alle parole. È inoltre preferibile comprendere la situazione in cui si trova una persona prima di correggerla o rimproverarla.

 

D: In Ef 4,16, in che modo siamo tutti simili alle articolazioni e ai legamenti che crescono?

R: La risposta si articola in due punti.

Tutti noi ricopriamo ruoli importanti nella chiesa di Dio, anche se potrebbero non avere un nome e sembrare secondari. Nel corpo umano i polsi potrebbero non sembrare importanti, ma senza un polso la mano è scollegata. Di quale articolazione del vostro corpo sareste disposti a fare a meno? – Probabilmente di nessuna. Non dovremmo accontentarci di fare a meno di qualcosa nemmeno nella Chiesa. Se un gruppo di persone non sta facendo nulla per Dio e una serie di bisogni nella Chiesa non viene soddisfatta, si hanno quelli che sembrano essere due problemi. Ma forse i due problemi possono risolversi a vicenda.

Tutte le parti ricevono i propri ordini dalla testa. Che il vostro ministero faccia parte o meno di una chiesa locale, dobbiamo ricevere i nostri ordini da Gesù Cristo, il capo del corpo. Se pensate di poter ottenere di più prendendo scorciatoie etiche, o in generale facendo cose che sapete che Dio non vuole che facciate, allora non state realmente agendo come parte del corpo; se non siete disposti a essere guidati dalla testa, Gesù Cristo. Abbiamo un termine per indicare le cellule che crescono in modo sano ma si rifiutano di ricevere ordini dalla testa: le chiamiamo «cancro».

 

D: In Ef 4,17 e Rm 1,21, in che modo alcune persone possono camminare nella vanità del proprio pensiero?

R: Il termine che qui indica la vanità, «mataioteti», è utilizzato nel Nuovo Testamento solo in questo passo, in Romani 1:21; 8:20 (riguardo alla Creazione) e in 2 Pietro 2:18 (riguardo alle parole). Significa «inutile», «vano», «privo di valore», sebbene talvolta sia impiegato anche per riferirsi all’idolatria, che presenta anch’essa queste caratteristiche.

Immaginate di pensare, vivere, pianificare e cercare qualcosa che sia totalmente vuoto, privo di valore e, in definitiva, privo di scopo. Non è difficile immaginarlo; una falena lo fa quando volteggia attorno a una fiamma. Quando una persona desidera e progetta di commettere un peccato che può causarle danno, non è poi così diversa da quella falena.

Immaginate una persona in carcere, da molti anni, dopo aver commesso quello che aveva pianificato come il delitto perfetto. L’umanità decaduta non ha solo una volontà peccaminosa e desideri oscurati, ma anche un intelletto oscurato. L’espressione «vanità delle loro menti» nella versione di Re Giacomo è anch’essa un termine appropriato, poiché sottolinea al tempo stesso sia l’inutilità del loro pensiero sia i loro sentimenti di orgoglio riguardo all’importanza di tale pensiero.

 

D: In Ef 4,17, in che modo pensa che Dio dirà ad alcuni cristiani, proprio come ai non credenti, che si sono concentrati troppo su cose che non contano?

R: Se tenete un diario (o, meglio ancora, ne iniziate uno), sommate i seguenti periodi di tempo in un mese.

a. Il tempo dedicato alla preghiera, alla riflessione su Dio e sulla Sua Parola e allo studio della Parola di Dio.

b. Il tempo dedicato a navigare in Internet, ad ascoltare e a leggere le notizie.

c. Il tempo dedicato a guardare lo sport.

d. Il tempo dedicato a pensare alla vostra attività preferita.

e. Il tempo dedicato a pensare al lavoro, al di fuori dell’orario di lavoro.

f. Il tempo dedicato a riflettere sulle finanze e sugli investimenti, compreso il settore immobiliare.

Quale di queste attività vi sembrerà molto più importante delle altre quando arriverete in Paradiso?

g. Inoltre, già che ci siete, calcolate il tempo dedicato alle relazioni con la famiglia e gli amici. Si spera che non sia molto inferiore rispetto agli altri. Sarebbe davvero triste se, in base al tempo dedicato, doveste constatare che la vostra relazione personale più stretta è apparentemente quella con YouTube!

In alcune parti del Paese, ritengo che, contrariamente a quanto mostrano le statistiche, le persone siano molto religiose: la loro religione è la loro squadra del cuore!

 

D: In Ef 4,18, si dovrebbe leggere «cecità» o «durezza»?

R: Il termine greco, porosis, può riferirsi al marmo o a un’articolazione calcificata. In inglese, la nostra parola «osteoporosi» deriva proprio da questo termine. Si potrebbe interpretarlo come «pietrificato». Tuttavia, un commentatore cristiano, Armitage Robinson, sostiene che, poiché non significa che la persona abbia scelto deliberatamente di indurirsi, si tratti piuttosto di un offuscamento dei sensi; pertanto, egli afferma che «cecità» sia una traduzione migliore. Ma «indurimento» si adatta meglio al greco, purché si comprenda che non si tratta di un atto improvviso e deliberato di indurimento, bensì di una graduale perdita di percezione e di capacità di cambiare.

 

D: In Ef 4,19, cosa significa «la pratica di ogni sorta di impurità» (BSB)?

R: Ciò può significare fare affari o trarre profitto finanziario da ogni sorta di vizio.

 

D: In Ef 4,25-5,2, cosa afferma Paolo riguardo a questi otto mali?

R: Ciascuno di essi è contrapposto a una virtù che lo contrasta. Alcuni di questi sono atteggiamenti del cuore, altri sono azioni e altri ancora sono abitudini. Con la potenza dello Spirito Santo, dobbiamo ripulire il nostro cuore da tali atteggiamenti, smettere di compiere quelle azioni malvagie e rompere quelle cattive abitudini. Il problema, però, è che le cose tendono a ripresentarsi. Sostituite quegli atteggiamenti negativi con quelli positivi, quelle azioni malvagie con quelle buone e le cattive abitudini con quelle positive.

 

D: In Ef 4,26, è peccato per noi arrabbiarci, dato che anche Gesù e Paolo si sono arrabbiati?

R: In molti casi, arrabbiarsi non è un peccato. Tuttavia, Efesini 4:26 indica che è peccato rimanere arrabbiati e serbare rancore. Se il sole tramonta mentre siete ancora arrabbiati, significa che siete rimasti arrabbiati troppo a lungo.

 

D: In Efesini 4:26, è peccato rimanere arrabbiati? Dio sembra rimanere arrabbiato con le persone e i demoni nel Lago di Fuoco.

R: Tre punti da considerare nella risposta.

1. Noi non dobbiamo rimanere arrabbiati, provare gelosia, accettare adorazione o essere chiamati Dio, ma Dio non è obbligato a fare ciò che comanda ai Suoi servitori.

2. Dio è infinito e può provare sentimenti diversi contemporaneamente. Può essere adirato verso una persona malvagia e, al contempo, provare gioia per uno dei Suoi figli. Può fare entrambe le cose contemporaneamente perché è Dio.

3. La Scrittura non dice se Dio rimarrà adirato per sempre o meno. È possibile che, alla fine, Dio non si curi affatto di coloro che scelgono di vivere senza di Lui.

 

D: In Ef 4,26-27, qual è la differenza tra adirarsi e peccare rispetto all’adirarsi senza peccare?

R: L’ira diventa peccato quando si serba rancore, si rifiuta di perdonare, si desidera vendicarsi, si perde il controllo delle proprie emozioni o ci si adira per qualcosa per cui non si dovrebbe essere adirati. Gesù, Paolo e Mosè si sono adirati in alcune occasioni riguardo alle cose di Dio.

La rabbia cristiana non è semplicemente qualcosa che accade e per cui dovremmo scusarci. Al contrario, John R.W. Stott afferma che il problema nella Chiesa non è che ci sia troppa rabbia cristiana, ma piuttosto che ce ne sia troppo poca. Quando delle vite vengono distrutte e strappate via, e noi non proviamo rabbia per questo, cosa dice ciò del nostro amore per il prossimo?

 

D: In Ef 4,28, perché i cristiani svolgono lavori in cui non si adoperano con le proprie mani?

R: Questa espressione indica un modo onesto di guadagnarsi da vivere. Oltre alle normali attività criminali, molti a quel tempo accumulavano ingenti fortune attraverso la corruzione e pratiche politiche e commerciali disoneste che spesso erano legali, ma non giuste. (Forse quei tempi non erano poi così diversi dai nostri.) Tuttavia, così come Gesù amò il pubblicano di nome Matteo, Gesù desidera che le persone corrotte di oggi si pentano dei propri peccati, si avvicinino a Lui e risarciscano le proprie vittime.

 

D: In Ef 4,29, cosa si intende qui per «parole malvagie»?

R: Il termine usato qui per indicare il male non è quello tipico. In greco è «sapros», che si usa per indicare un frutto marcio o una pianta marcia. Marcio, corrotto, avariato o malvagio sono tutte valide traduzioni del concetto espresso in questo contesto.

 

D: In Ef 4,29, perché è importante che i cristiani non bestemmino?

R: Semplicemente perché la Bibbia dice di non farlo. Giacomo 3:10-12 afferma che non dovrebbe accadere che dalla stessa bocca escano sia bestemmie sia lodi a Dio. Sebbene sia vero che Pietro bestemmiò quando rinnegò Cristo, in seguito Pietro pianse e si pentì del proprio peccato.

 

D: In Ef 4,31-32, cosa contrappone Paolo in questi due versetti?

R: L’amarezza, l’ira e la collera sono stati emotivi dai quali scaturiscono parole malvagie. La malizia è un termine generico che comprende tutto ciò. L’ira (thymos) e la collera (orge) sono simili, ma entrambe sono menzionate come peccati distinti. L’ira è un’esplosione d’ira, mentre la collera può essere un odio covante e vendicativo. Si può pensare alla collera come al magma che si accumula in un vulcano e fuoriesce a poco a poco, mentre l’ira è più simile a un’eruzione vulcanica.

 

D: In Ef 5,1, in che misura dovremmo essere semplici imitatori?

R: Siete degli imitatori, che cercano solo di fare ciò che un altro ha fatto? – Spero di sì. Come un bambino imita i propri genitori, così dovremmo imitare Dio (Efesini 5:1). Un bambino dovrebbe cercare di preservare l’onore dei propri genitori. Siamo anche imitatori di Cristo (Giovanni 15:12; 1 Giovanni 3:16), imitatori di ciò che è buono (3 Giovanni 11), imitatori dei nostri capi (Ebrei 13:7) e imitatori di Paolo (1 Corinzi 4:16; 11:1; Filippesi 3:17; 4:9; 1 Tessalonicesi 1:6; 2 Tessalonicesi 3:7,9). D’altra parte, in senso positivo, possiamo agire di nostra iniziativa, per nostra volontà o di nostro accordo, come dimostrano 2 Corinzi 8:17 e 9:7.

Per inciso, alcune persone sostengono che, poiché Dio è così grande e immenso, e gli esseri umani sono così piccoli, non possiamo sapere praticamente nulla di Dio. Ma se si esagera con questa affermazione, ciò giustificherebbe la nostra disobbedienza a questo versetto, negando che abbiamo la capacità di farlo. Non possiamo sapere tutto di Dio; ma il Dio Onnipotente e onnisciente ha scelto di mostrarci, e ha la capacità di mostrarci, così tanto di Sé da permetterci di essere imitatori di Dio.

 

D: In Ef 5,2, cosa significa «camminare nell’amore» e quali sono le alternative al camminare nell’amore?

R: Molte persone non hanno la minima idea di cosa significhi «camminare nell’amore», poiché sono ben lontane dal metterlo in pratica. Mentre vivete la vostra vita, che si tratti di camminare, guidare o qualsiasi altra cosa stiate facendo, qual è la cosa principale a cui pensate? È come guadagnare di più, come divertirvi di più o come raggiungere un determinato obiettivo? Spero che la vostra priorità non sia nessuna di queste. Va bene pensare un po’ a queste cose, ma il vostro pensiero principale, quello a cui ricorrete per primo, dovrebbe essere come potete amare e benedire gli altri, e il vostro rapporto d’amore con Dio. Troppo spesso cerchiamo di vivere secondo le esigenze della cultura. Come cristiani non ci adatteremo completamente alla cultura, né dovremmo provarci.

Paolo ci offre un valido suggerimento su come concentrarci su questo aspetto. Proprio come Cristo è venuto innanzitutto per essere un’offerta e un sacrificio per noi, dovremmo considerare la nostra vita un’offerta e un sacrificio a Dio. Anziché chiedervi quanti soldi guadagnate o quanto vi divertite, chiedetevi quanto sia gradito a Dio il vostro sacrificio (cioè la vostra vita).

Come cristiani, a volte siamo talmente presi da altre cose che, pur essendo salvati, non camminiamo nell’amore. In Apocalisse 2:4 Gesù esorta la chiesa di Efeso (e indirettamente noi) a non abbandonare il nostro primo amore. L’apostolo Giovanni, in 1 Giovanni 2:5-6, afferma che l’amore di Dio deve essere perfezionato in noi, e che pertanto dovremmo camminare come fece Gesù. Anche qui Paolo sottolinea quanto sia importante per noi non solo credere come cristiani, ma anche camminare nell’amore.

 

D: In Ef 5,3, cosa significa «nemmeno un accenno di immoralità sessuale» (BSB)?

R: Naturalmente include l’immoralità sessuale, ma in particolare significa non mettersi in una situazione o in un rapporto di amicizia in cui si possa dare l’impressione di comportarsi in modo immorale. Ciò può riferirsi anche a battute indecenti e all’abbigliamento. Quando si può dire qualcosa di divertente ma un po’ sconveniente, Dio desidera che non si cerchi di essere divertenti. Anche 1 Tessalonicesi 5:22 dice di evitare l’apparenza o la forma del male.

 

D: In Efesini 5:7, questa parola greca dovrebbe essere tradotta con «frequentare» o «prendere parte»?

R: Il termine greco in Efesini 5:7, summetochoi, non significa che non possiate mai stare in loro compagnia. Significa che non dovete partecipare, prendere parte o avere alcuna quota in ciò che essi fanno. Che dire, allora, di un investimento in un’azienda che promuove cose immorali o comunque peccaminose? Anche se non compite voi stessi quelle azioni, trarne profitto quando essi prosperano nelle loro attività è sbagliato.

 

D: In Ef 5,11, in che modo i cristiani possono avere comunione peccaminosa con le opere infruttuose delle tenebre?

R: Se si partecipa direttamente alle opere delle tenebre, ovviamente ciò è sbagliato. Tuttavia, se si favoriscono, si sostengono o si trae profitto dalle opere infruttuose delle tenebre, occorre smettere anche di farlo. Un gruppo che ha afflitto alcune chiese, specialmente alcune chiese conservatrici, come un parassita, è la massoneria. Ai livelli inferiori appare semplicemente come un’organizzazione sociale che svolge opere di beneficenza. Ma ai livelli più alti, quando adorano un essere chiamato Baphomet e sostengono che molte delle principali religioni adorino tutte lo stesso dio, costituiscono un’organizzazione religiosa che contraddice il cristianesimo. Quando frequentavo il liceo, non sapevo nulla di tutto ciò. Fui invitato a entrare a far parte dei DeMolay, che sono fondamentalmente un’organizzazione massonica per ragazzi delle scuole superiori. Ma prima di andarci, scoprii che ai ragazzi di colore non era permesso partecipare. Lo trovai molto strano e non volli né visitare né aderire a un’organizzazione del genere. Ma a prescindere dai massoni, se esiste un’organizzazione che esclude le persone a causa del colore della pelle o dell’origine etnica, un cristiano non ha alcun motivo di aderirvi o sostenerla. Pertanto, se la vostra chiesa desidera essere aperta alla comunità e una loggia massonica locale intende riunirsi lì, la chiesa non dovrebbe permetterlo.

Alcuni cercano di combinare il cristianesimo con elementi non cristiani. Ad esempio, Camilo Torres Restrepo, un leader della teologia della liberazione, ha affermato: «Se Gesù fosse vivo oggi, sarebbe un guerrigliero».

In senso negativo, alcuni non cristiani hanno deciso di non investire in nessuna società che non sostenga la loro agenda sociale. Il gruppo Blackstone è stato fondato nel 1985 come società di investimenti alternativi. Su finance.yahoo.com, il 30 settembre 2023, registrava una capitalizzazione di mercato pari a 130 miliardi di dollari. È stata classificata al 175° posto tra le più grandi aziende del mondo. Molte aziende sono desiderose di sostenere una particolare agenda sociale anticristiana, non perché gli Stati Uniti le costringano a farlo, ma piuttosto perché Blackstone e altri potrebbero ritirare i propri investimenti da esse se non lo facessero.

 

D: In Ef 5,11, in che misura siamo chiamati a smascherare le opere infruttuose delle tenebre piuttosto che limitarci a tacere al riguardo?

R: Innanzitutto, occorre rendersi conto che non saremo ben visti quando smascheriamo le opere delle tenebre e potremmo subire persecuzioni. Tuttavia, dovremmo smascherare le opere delle tenebre quando queste possono indurre altri in tentazione o quando si sostiene che siano moralmente accettabili. Dovremmo mettere in guardia gli altri credenti dal lasciarsi coinvolgere in esse. Vi sono momenti in cui il semplice silenzio costituisce un peccato.

Secondo Marx, la religione in questo mondo di sfruttamento è un’espressione di sofferenza e, al tempo stesso, costituisce anche una protesta contro la sofferenza reale. In altre parole, la religione continua a sopravvivere a causa delle condizioni sociali oppressive. Quando questa condizione oppressiva e di sfruttamento verrà abbattuta, la religione diventerà superflua. Allo stesso tempo, Marx considerava la religione come una forma di protesta delle classi lavoratrici contro le loro precarie condizioni economiche e la loro alienazione. Cfr. Raines, John. 2002. «Introduzione». Marx on Religion (Marx, Karl). Filadelfia: Temple University Press. pp. 5-6.

 

D: In Ef 5,11, poiché i cristiani non dovrebbero avere nulla a che fare con le opere delle tenebre, gli avvocati cristiani dovrebbero difendere clienti che sanno essere colpevoli?

R: In generale, esercitare la professione di avvocato penalista è un modo difficile di guadagnarsi da vivere se non si mente mai, non si distorce la verità, si incoraggiano i propri clienti a non mentire mai e ci si rifiuta di difendere clienti che si sa stiano mentendo. Questo è ciò che un cristiano dovrebbe fare per essere un avvocato penalista.

Tuttavia, come sottolinea *Now That’s a Good Question*, pp. 525-527, anche chi si dichiara colpevole ha diritto a un processo equo e può chiedere una pena meno severa. Ciononostante, tutti i cristiani dovrebbero concordare sul fatto che mentire e insinuare l’innocenza di qualcuno quando si è ragionevolmente certi della sua colpevolezza è qualcosa che nessun cristiano dovrebbe fare.

 

D: In Ef 5,12, di quali tipi di cose non dovremmo nemmeno parlare?

R: Va bene menzionare che qualcosa viene fatto, a livello generale, e che è sbagliato farlo. Tuttavia, dovremmo evitare i «GSD» (Gross Sin Detail, ovvero i dettagli espliciti del peccato), ovvero quando descriviamo il peccato in modo tale da poter costituire una tentazione per chi è incline a commetterlo. Inoltre, non dovremmo fornire alcun «buon consiglio» su come farla franca commettendo un peccato. Ad esempio, ho sentito da qualcuno un modo per frodare un’azienda che è assolutamente impossibile da individuare. Volete sapere di cosa si tratta? – Mi dispiace, ho deciso di non dirlo a nessuno.

 

D: In Ef 5,14, dove era stato detto in precedenza questo versetto?

R: Queste esatte parole non sono state pronunciate nell’Antico Testamento, sebbene alcune parti richiamino Isaia 60:1 e 26:19. Non disponiamo di alcuna testimonianza che indichi dove ciò fosse stato detto in precedenza. Questo versetto poetico potrebbe provenire da una profezia, da un detto di Gesù non riportato nei Vangeli o da un inno cristiano primitivo. Paolo presumeva che i suoi lettori immediati lo avrebbero riconosciuto.

 

D: In Ef 5,16, in che senso i tempi sono malvagi?

R: Paolo non si riferisce alla luce del giorno, ma afferma che i tempi sono malvagi. Se si pensa alla società come a un oceano, esiste una «corrente sotterranea» che potrebbe trascinarvi giù se non state attenti. Le offerte agli dei pagani, l’immoralità, la corruzione e lo sfruttamento altrui non solo erano praticati, ma erano considerati socialmente accettabili e perfettamente normali.

Lo scrittore cristiano Girolamo (393 d.C.) riporta che all’ammiraglio romano Duilio fu fatto notare da altri che aveva l’alito cattivo. Egli rimproverò sua moglie, Billia, per non averglielo mai detto. Lei gli rispose di non averglielo detto perché pensava che tutti gli uomini avessero l’alito cattivo. Egli ne fu molto lieto, poiché lei aveva inavvertitamente dimostrato di essergli sempre stata fedele. I romani la consideravano un esempio di grande castità. Immaginate di vivere in una società in cui una donna si distinguesse davvero dalle altre proprio per questo motivo. Contro Gioviniano, libro 1, cap. 46, pag. 382

Oggi la corrente sotterranea potrebbe essere leggermente cambiata, ma è ancora presente. Noi, i nostri coniugi e i nostri figli possiamo essere troppo facilmente trascinati da essa se non viviamo intenzionalmente in modo controcorrente rispetto alla cultura dominante.

 

D: In Ef 5,16, quali abitudini o altre cose possiamo mettere in atto per sfruttare al meglio il nostro tempo?

R: Prima di fare qualsiasi cosa, dobbiamo innanzitutto renderci conto di quanto sia prezioso il dono che ci è stato concesso, chiamato «tempo». Trovate spazio per le cose a cui desiderate dedicare più tempo, interrompendo altre attività che rappresentano un uso meno proficuo del vostro tempo.

Come afferma John R. W. Stott in *Il messaggio degli Efesini*, pagg. 201-203: «Jonathan Edwards scrisse prima del suo ventesimo compleanno nelle *Risoluzioni*: “Ho deciso: di non perdere mai un solo istante di tempo, ma di impiegarlo nel modo più proficuo possibile”».

 

D: In Ef 5,17 Paolo si rivolge ai credenti; come è possibile, quindi, che alcuni credenti autentici siano «insensati»?

R: Il termine greco qui utilizzato, *aphrones*, significa «insensato», mentre il termine greco per «imprudente» in Efesini 5:15 è *asophoi*, che può significare «stolto». Si tratta di concetti leggermente diversi, sebbene presentino punti in comune. «Insensato» significa fondamentalmente essere all’oscuro, senza alcuna consapevolezza di ciò che vi circonda o di ciò che sta per accadervi. «Stolto» può significare questo, oppure che si pensa di vedere chiaramente ciò che sta per accadere, ma in realtà ci si sbaglia completamente. Esiste la stoltezza di un bambino piccolo, esiste la stoltezza acquisita ed esiste quella che deriva solo dalla pratica frequente.

I credenti, non solo le persone in generale, devono rimanere vicini a Dio, nella Sua Parola, per evitare di cadere nella stoltezza.

 

D: Efesini 5:18 contiene due comandamenti, non solo uno; in che modo il secondo comandamento si collega al primo?

R: Il primo comandamento è di natura negativa: non ubriacatevi. Il secondo, di natura positiva, rappresenta un’alternativa al tempo che si trascorre affrontando l’ubriachezza.

Perché le persone si ubriacano? Le ragioni possono essere diverse, e il motivo per cui qualcuno intraprende la strada dell’ubriachezza può essere diverso da quello che lo mantiene alcolista. Le persone possono ubriacarsi per attenuare il proprio dolore, sia fisico che legato a ricordi dolorosi. Possono ubriacarsi per noia, oppure cercare di dimenticare il vuoto nelle loro vite e quella che percepiscono come l’insignificanza delle loro esistenze. Le persone possono ubriacarsi per il piacere di bere con gli amici, o almeno con quelli che sembrano tali. Possono ubriacarsi per lo stimolo o per quella che considerano eccitazione. Dopo un consumo prolungato di alcol, possono ubriacarsi a causa del desiderio che il loro corpo ha sviluppato nei confronti dell’alcol. Non vedono nulla di sbagliato o di male nell’ubriacarsi. Non vedono nulla di male nemmeno nella cirrosi epatica, nella demenza o nell’invecchiamento precoce, dopo aver bevuto a sufficienza.

Ma essere riempiti dello Spirito è molto diverso dall’essere riempiti di alcol; per prima cosa, non basta semplicemente ingerire una certa quantità di liquido per ottenerlo automaticamente. È un atto intenzionale, richiede disciplina per pregare e avvicinarsi a Dio, e per dire «con gioia» no a cose che sembrano piacevoli e allettanti, perché si ha una vocazione più alta; Dio vi vuole per Sé. Come menziona John R.W. Stott in *Il messaggio degli Efesini*, alle pagine 204-205, il dottor Martyn Lloyd-Jones afferma: «Se fosse possibile inserire lo Spirito Santo in un manuale di farmacologia, lo collocherei tra gli stimolanti, poiché è lì che appartiene. Egli stimola davvero… Stimola ogni nostra facoltà… la mente e l’intelletto… il cuore… e la volontà…» (Lloyd-Jones, *La vita nello Spirito*, pp. 20-21.)

Nessun cristiano autentico direbbe di no all’esperienza dello Spirito Santo; ma il problema sorge quando i cristiani vogliono entrambe le cose: sia lo Spirito che il peccato. Ciò non significa dire «sì anche» allo Spirito, ma dire «no» alle altre cose e «sì solo» allo Spirito.

Proprio come l’essere sotto l’influenza dell’alcol influisce sulle vostre decisioni, sul vostro giudizio, sul vostro autocontrollo e sui vostri desideri, così anche l’essere sotto l’influenza dello Spirito influisce sulle vostre decisioni, sul vostro giudizio, sul vostro autocontrollo e sui vostri desideri. Gli apostoli erano sotto l’influenza dello Spirito Santo in Atti 2:13, e ciò fu scambiato per essere sotto l’influenza dell’alcol.

 

D: In Efesini 5:18, cosa c’è di sbagliato esattamente nell’ubriacarsi?

R: C’è un motivo, e questo da solo è sufficiente: Dio ci comanda di non ubriacarci. Le persone di solito si ubriacano per piacere, per affogare i propri dispiaceri, oppure, quando ne sono dipendenti, a causa del malessere che provano quando non riescono a bere. Un cristiano non dovrebbe perdere il controllo né vedere indebolito il proprio autocontrollo. Oltre al danno che provoca al proprio corpo, l’alcol può danneggiare le relazioni, compromettere la capacità di mantenere un impiego e incidere sulle proprie finanze. Uno dei problemi di una persona ubriaca è che pensa di poter controllare l’alcol, ma, a sua insaputa, è l’alcol a controllarla.

Una volta accompagnai a uno studio biblico (che non aveva nulla a che fare con la Lettera agli Efesini) un amico non cristiano che si ubriacava spesso. Non so quando fosse stata l’ultima volta che avesse aperto una Bibbia, ma la prima volta che la aprì in quell’occasione, l’unico versetto che lesse fu proprio questo. Purtroppo non tornò più allo studio biblico, perché disse che era «troppo inquietante»!

Su una nota più leggera, il «The Communicator’s Commentary 1, 2 Re», a pag. 262, riporta che un famoso predicatore disse: «Alcuni di voi pensano di poter affogare i propri problemi nell’alcol. Vorrei che ricordaste: “I problemi sanno nuotare!”».

 

D: Efesini 5:18 si riferisce a un riempimento una tantum o a un riempimento continuo dello Spirito?

R: Il tempo presente greco qui indica che non si tratta di un riempimento una tantum, ma di un riempimento ripetuto.

Inoltre, è al plurale, quindi si tratta di qualcosa che riguarda tutti i credenti, non solo alcuni individui. È espresso al modo passivo, pertanto «Riempitevi dello Spirito Santo» sarebbe una traduzione errata. «Siate riempiti» o «lasciate che lo Spirito Santo vi riempia» rifletterebbero il modo passivo. Infine, non si tratta di un’aspirazione che dovremmo cercare di raggiungere; è un comando che ci si aspetta che adempiamo.

 

D: In Ef 5,20, quale impegno dovremmo assumerci in questo contesto?

R: Per ogni cosa che vi accade, rendete grazie a Dio per essa e per il modo in cui Egli può utilizzarla nella vostra vita. Ciò non significa che tutto ciò che vi capita sia buono; alcune cose sono malvagie. Non dovete ringraziare Dio per il male, ma potete comunque ringraziarLo per il modo in cui Egli può utilizzarlo. Anche per le cose quotidiane, come mangiare, avere rapporti intimi con il proprio coniuge o essere abbastanza in salute da fare esercizio fisico, rendete grazie a Dio ogni volta.

 

D: In Efesini 5:21, come possiamo dare un esempio migliore di sottomissione reciproca per riverenza verso Cristo?

R: Innanzitutto, dobbiamo smettere di preoccuparci se ci troviamo o meno «in una posizione di leadership» rispetto agli altri. Non preoccuparsi di avanzare nel proprio ruolo o nella propria posizione è controcorrente nella maggior parte delle società odierne. Dobbiamo accontentarci di avere qualcuno al di sopra di noi in un determinato ambito. Dobbiamo superare la paura che possa maltrattarci, manipolarci o sfruttarci.

Infine, quando qualcun altro si sottomette a noi, dovremmo trattarlo come vorremmo essere trattati noi stessi. L’autorità non è soggiogazione. Dobbiamo stare attenti a non maltrattarlo, manipolarlo o sfruttarlo. Dobbiamo concedergli la libertà di fare ciò che desidera entro i limiti dell’obiettivo, e la libertà di decidere come farlo, entro i limiti del lavoro di squadra con gli altri.

 

D: In Ef 5,22-6,4, perché Paolo parla così tanto del matrimonio?

R: Paolo parla molto delle responsabilità e di come dare l’esempio di un buon matrimonio e di una buona famiglia. Consideri questo: il matrimonio non è finalizzato alla felicità di una persona. Quella è una conseguenza secondaria del matrimonio, ma lo scopo primario del matrimonio, proprio come lo scopo primario del resto della nostra vita, è glorificare Dio. Mostri al mondo come si possa essere felici glorificando Dio. Ma non si può fingere la felicità per sempre; le persone se ne accorgeranno. Dovreste imparare a essere pienamente soddisfatti, felici e riconoscenti nel vostro matrimonio.

È interessante notare che i filosofi stoici affermavano che anche i mariti dovessero amare le proprie mogli, ma utilizzavano solo il termine greco «phileo», che indica l’amore fraterno. Paolo invece afferma che i mariti debbano amare le proprie mogli utilizzando il termine «agape», ovvero l’amore sacrificale.

 

D: In Ef 5,22, perché le mogli dovrebbero obbedire ai propri mariti?

R: Vi sono due risposte complementari.

1. Se una moglie desidera essere obbediente a Dio, obbedirà a quanto qui comandato. Le mogli dovrebbero obbedire ai propri mariti, anche se il marito non è cristiano. Tuttavia, le mogli sono tenute a disobbedire ai propri mariti quando vi è un conflitto tra ciò che il marito vuole e ciò che Dio desidera. In tal caso, dovrebbero seguire Dio, l’autorità superiore.

2. L’obbedienza delle mogli ai mariti non è l’unico aspetto di un matrimonio cristiano. I mariti devono amare le proprie mogli come Cristo ha amato la Chiesa (Efesini 5:25). A tutti è comandato di sottomettersi gli uni agli altri in Cristo, secondo Efesini 5:21.

 

D: In Efesini 5:22, è vero che la Bibbia non afferma mai esplicitamente che le mogli debbano amare i propri mariti?

R: Si tratta di un’affermazione errata che ho sentito. La Bibbia afferma, in Tito 2:4, che alle donne deve essere insegnato ad amare i propri mariti.

 

D: In Efesini 5:22, qual è l’aspetto più insolito di questa metafora?

R: Si tratta di una metafora insolita: Cristo è il proprio sensale. Cristo ha compiuto specificamente cinque azioni per la Sua sposa. L’ha amata, si è sacrificato per lei, l’ha santificata, l’ha purificata e l’ha presentata a Se stesso.

 

D: In Efesini 5:28, in che modo i mariti devono amare le proprie mogli?

R: Contrariamente a quanto alcuni potrebbero pensare, il testo greco NON dice semplicemente che i mariti dovrebbero amare le proprie mogli proprio come amano se stessi. Anzi, la prima parte è ancora più forte. Il marito dovrebbe considerare la moglie come parte del proprio corpo. Anche Efesini 5:29-31 lo confermano.

 

D: In Efesini 5:33, perché le mogli dovrebbero rispettare i propri mariti?

R: Dovrebbero farlo, anche solo perché Dio lo comanda. Tuttavia, possiamo individuare una serie di ragioni per cui è un bene per noi che Dio abbia dato questo comando. In qualità di marito, apprezzo il suo rispetto. Per i figli può risultare più facile obbedire e rispettare il padre quando la madre lo rispetta. Ecco perché è importante che mariti e mogli non si critichino a vicenda davanti ai figli.

Inoltre, i bambini osservano e imitano i vostri atteggiamenti e comportamenti quando non ve ne rendete conto, in modi che non vi aspettate. Una volta ho sentito per caso i miei figli che giocavano alla famiglia. Uno avrebbe interpretato il ruolo della sorella maggiore, un altro quello della sorella minore, uno sarebbe stato la mamma e uno il maritino.

Per inciso, anche la società greco-romana riconosceva che le mogli avessero un obbligo nei confronti dei mariti, ma non che i mariti avessero alcun obbligo nei confronti delle mogli, secondo quanto riportato in *The Expositor’s Bible Commentary*, vol. 11, pag. 76. Pertanto, Paolo sta affermando qui qualcosa di «strano» rispetto a quanto già sapevano i nuovi cristiani.

 

D: In Ef 6,1, poiché i figli devono obbedire ai propri genitori, cosa succede se i genitori chiedono loro di abbandonare la fede cristiana?

R: Due punti da considerare nella risposta.

Anche i genitori non credenti: Efesini 6,1 non dice di obbedire ai propri genitori solo se sono cristiani, ma di obbedire ai propri genitori indipendentemente dalla loro fede.

Solo nel Signore: in Efesini 6,1 Paolo ha precisato l’affermazione dicendo di obbedire ai propri genitori nel Signore. Dobbiamo obbedire a ogni autorità genitoriale e governativa nella misura in cui essa non sia in contrasto con la Parola di Dio.

A titolo di nota storica, questa risposta fu sostanzialmente fornita da Giovanni Crisostomo nelle Omelie sugli Efesini, intorno al 396 d.C.

 

D: In Ef 6,1.4, qual è il limite di età del termine greco che indica i «figli»?

R: Non vi è alcun limite di età, poiché il termine greco significa letteralmente «progenie», non «bambini piccoli».

 

D: In Ef 6,2, perché Paolo affermò che questo fosse «il primo comandamento», dal momento che in realtà era il quinto dei Dieci Comandamenti?

R: Nell’espressione «il primo comandamento», l’articolo «il» non è presente nel greco. «Primo» può significare «primario», e questo era uno dei comandamenti primari. La Traduzione Amplia di Wuest rende questa frase come segue: «che è un comandamento di natura tale da essere il primo comandamento…». Naturalmente, questo comandamento è anche il primo che i bambini piccoli imparano.

 

D: In Ef 6,3, il versetto dovrebbe essere tradotto con «nel paese» o «sulla terra»?

R: Paolo sta citando passaggi tratti da Esodo 20:12 e Deuteronomio 5:16. Nell’ebraico e nel greco (compresa la Settanta greca) di tutti e tre i versetti, la parola può significare sia «terra» che «paese».

Tuttavia, sia Esodo 20:12 che Deuteronomio 5:16 recitano: «…affinché i vostri giorni siano lunghi nella terra che il Signore vostro Dio vi dà» (BSB). Pertanto, il contesto è «terra di Canaan» e non «terra». Poiché Paolo afferma di citare il comandamento precedente, entrambi i significati sono ammissibili, ma il significato principale era «terra».

 

D: In Ef 6,3, Es 20,12 e Dt 5,16, cosa viene promesso esattamente?

R: I cristiani possono riconoscere la veridicità di questa promessa non solo in un modo, ma in ben quattro modi. Sebbene non tutti possano concordare su quale sia il significato principale, tutti e quattro i significati sono veri.

A livello collettivo: come dimostra la risposta alla domanda precedente, la promessa dell’Antico Testamento fu originariamente formulata affinché il popolo potesse vivere a lungo nella Terra di Canaan senza essere esiliato. Ciò può essere generalizzato come un principio «collettivo». Se si considera gran parte della storia occidentale, affinché il cristianesimo rimanga forte in una terra, i figli devono imparare dai propri genitori.

Un altro esempio di promessa collettiva è 2 Cronache 7:14: «Se il mio popolo, su cui è invocato il mio nome, si umilia, prega, cerca la mia presenza e si allontana dalle sue vie malvagie, allora io lo esaudirò dal cielo, perdonerò il suo peccato e guarirò il suo paese» (BSB).

A livello individuale: come insegna Paolo, sia questo comandamento che questa promessa valgono per noi oggi. Efesini 6:3 non promette che i cristiani vivranno più a lungo degli altri, ma, con la protezione di Dio, i figli cristiani vivranno più a lungo sulla terra di quanto avrebbero fatto altrimenti. Anche chi è morto all’età di 25 anni ha vissuto più a lungo di quanto avrebbe fatto se fosse morto a 20 anni. Forse non viviamo nella terra d’Israele, ma desideriamo vivere nella terra in cui, agli occhi di Dio, dovremmo trovarci.

Un altro esempio di promessa individuale è Matteo 19:29-30, dove tutti coloro che hanno lasciato case o famiglia per amore di Gesù erediteranno cento volte tanto e erediteranno la vita eterna.

Qualità della vita: tutti e tre i versetti non solo promettono una lunga vita, ma anche che la vivrete bene. Anche il termine greco che indica la longevità è interessante: macrochronious, che letteralmente significa “di lunga durata”. Si racconta una barzelletta su una persona che incontrò un anziano ubriaco che barcollava, curvo, con le rughe e le macchie senili. Gli chiese: «Come mai, vecchio, riesce a bere così tanto e a vivere comunque una vita così lunga?» L’ubriaco rispose: «Vecchio! Ma io ho solo trent’anni!» Dio non solo ci protegge, ma condurre uno stile di vita sano, senza droghe, senza ubriachezza e senza rapporti sessuali illeciti, spesso aumenterà la durata della vostra vita sulla terra.

Un altro esempio di promessa relativa alla qualità della vita si trova in Esodo 23:26, dove Dio promette agli israeliti obbedienti che le malattie e gli aborti spontanei saranno allontanati da loro e che Dio «completerà il numero dei vostri giorni» (BSB), il che suona molto simile alla promessa contenuta in Efesini 6:3.

Dal punto di vista millenarista: naturalmente, in Apocalisse 20:4, i cristiani torneranno in vita e regneranno con Cristo per 1.000 anni, prima che il resto dei morti torni in vita.

Altri esempi di promesse che potrebbero essere millenarie sono: la risurrezione di Israele in Ezechiele 37 e il Tempio in Ezechiele 40-47, compresa l’acqua che sgorga da esso in Ezechiele 47.

 

D: In Ef 6,3 ss., come si comporta con un bambino, o anche con un adulto, che da piccolo non ha ricevuto alcuna disciplina o correzione?

R: Dovremmo cercare di essere una benedizione. Siamo una Bibbia vivente (2 Corinzi 3:2-3), quindi dovremmo mostrare loro la verità. Chiedete a Dio come pregare per loro. Fate cose che dimostrino che li rispettate. Stabilite regole come «possiamo concordare di non essere d’accordo».

Ma ciò può risultare difficile, e la loro presenza potrebbe rivelarsi intollerabile. Potreste provare una certa compassione per l’educazione carente che hanno ricevuto dai propri genitori. Tuttavia, in qualche modo, dovete cercare di far loro capire che devono cambiare ed essere disposti ad accettare la correzione e il rimprovero.

 

D: In Efesini 6:4, i padri dovrebbero mai far arrabbiare i propri figli?

R: A volte sì. Tuttavia, i padri non dovrebbero esasperare i propri figli, e anche Colossesi 3:21 afferma che i padri non dovrebbero amareggiarli. Ma più importante della semplice disciplina dei figli è assicurarsi di esprimere loro che li amate, li rispettate e siete felici di averli accanto. I genitori devoti non hanno il diritto di comportarsi in modo irragionevole nei confronti dei propri figli. Non dovrebbero far arrabbiare i propri figli senza una buona ragione, come ad esempio la disciplina. La punizione corporale (la sculacciata) è accettabile e talvolta necessaria, come dimostrano Proverbi 13:24; 22:15 e 23:13-14.

 

D: In Efesini 6:4, anche le madri dovrebbero prestare attenzione a questo versetto?

R: Secondo sia *The Expositor’s Bible Commentary*, volume 11, pag. 82, sia Gene Getz in un sermone del 16 gennaio 2000, il termine greco che indica i padri spesso si riferiva in senso generico ai genitori. Anche la *New Geneva Study Bible*, a pag. 1870, afferma che il riferimento è ai genitori. Analogamente, il *Bible Knowledge Commentary: New Testament*, a pag. 642, sostiene che qui ci si rivolga ai padri perché «essi rappresentano il capo della famiglia, su cui ricade la responsabilità della disciplina dei figli».

 

D: In Ef 6,4, in quali modi i genitori possono amareggiare / far adirare / esasperare i propri figli?

R: Il termine greco parorgizete è utilizzato solo in questo passo, in Romani 10:19 (cfr. Colossesi 3:21). Letteralmente significa «provocare ad ira». L’Expositor’s Bible Commentary, volume 11, pag. 81, afferma che questo versetto era davvero rivoluzionario, poiché veniva pronunciato in una società in cui l’autorità del padre era assoluta e i sentimenti dei figli non venivano presi in considerazione.

Dovreste disciplinarli per il loro bene, non in base ai vostri sentimenti. Trattateli come se fossero importanti per Dio tanto quanto voi stessi, perché lo sono. Non maltrattateli, non sminuiteli e non scoraggiateli. A meno che non si rendano conto che li state disciplinando, dovreste mostrare loro lo stesso rispetto, la stessa cortesia e la stessa assenza di prepotenza che mostrereste a un vostro amico adulto.

Di seguito è riportato un elenco di alcuni modi in cui i genitori possono far esasperare i propri figli, fornito da Gene Getz in un sermone del 16 gennaio 2000.

Abuso fisico, compreso il perdere la calma o il punirli mentre la vostra rabbia è fuori controllo

Abuso psicologico, compreso il mettere in imbarazzo i figli

Trascurarli, in altre parole, far arrabbiare i propri figli con ciò che non fanno.

Non cercare di capirli. Non mostrare alcun interesse per le loro vite, la loro istruzione, lo sport o i loro compleanni.

L’ipocrisia. A volte i genitori si aspettano dai propri figli un comportamento che essi stessi non mettono in pratica.

Aspettarsi troppo da loro

Imponete loro standard di rendimento

Costringerli ad accettare i nostri obiettivi e ideali non funzionerà. Devono essere i loro obiettivi e ideali.

Quando non siamo disposti ad ammettere i nostri errori.

Altri esempi sono:

Stabilire regole meschine – vietare al bambino di fare cose arbitrarie che non sono né dannose né pericolose e che gli altri bambini possono fare.

Fare favoritismi

Manipolarli psicologicamente – dicendo loro che non arriveranno mai a nulla.

Porre richieste irragionevoli o comunque irragionevoli per loro, senza fornire alcuna spiegazione.

 

D: In Efesini 6:5-7, la Bibbia sostiene la schiavitù?

R: La Bibbia riconosceva che alcuni cristiani fossero schiavi e consentiva ai cristiani di possedere schiavi. Tuttavia, in 1 Corinzi 7:21,23 incoraggiava la libertà degli schiavi. A differenza della schiavitù nel Nuovo Mondo e nel mondo musulmano, le persone non dovevano essere rapite e vendute come schiavi (Esodo 21:16); gli schiavi non dovevano subire maltrattamenti (Esodo 21:26-27) e gli schiavi fuggitivi non dovevano essere riconsegnati ai loro padroni (Deuteronomio 23:15-16).

La Bibbia tollerava sia che un cristiano fosse schiavo, sia che un cristiano possedesse uno schiavo, poiché la schiavitù era parte integrante della cultura di quel tempo. Tuttavia, ai padroni cristiani non era permesso trattare gli schiavi come facevano i proprietari di schiavi non cristiani. Nel Nuovo Testamento, i padroni non dovevano mai minacciare gli schiavi (Efesini 6:9) e dovevano trattarli in modo giusto ed equo (Colossesi 4:1).

 

D: In Ef 6,5-8, poiché gli schiavi cristiani dovevano comunque obbedire ai propri padroni anche se questi erano malvagi, fino a che punto dovremmo obbedire e rispettare il nostro capo al lavoro, se lui o lei è malvagio?

R: Sì. È un po’ come un figlio che deve obbedire ai propri genitori nel Signore, anche se i genitori non sono cristiani. La Bibbia si rivolge maggiormente agli schiavi che ai re. I re erano relativamente pochi, mentre, a seconda del periodo, tra la metà e i due terzi della popolazione dell’Impero Romano erano schiavi.

 

D: In Ef 6,7, perché dovremmo fare del nostro meglio quando nessuno ci guarda?

R: Qualcuno una volta ha definito il carattere come «chi siete quando nessuno vi guarda». Tuttavia, le persone vi osservano più di quanto pensiate. Forse quel detto andrebbe corretto in «il carattere è chi siete quando pensate che nessuno vi stia guardando».

Naturalmente Dio ci osserva sempre. Qualcuno una volta ha detto che, in quanto cristiani, potete fare tutto ciò che volete. Naturalmente, ricordate che Dio vi osserva sempre, gli angeli vi osservano, i demoni vi osservano e forse anche i santi defunti vi osservano, e dovrete rendere conto davanti a Cristo di tutto ciò che avete fatto. Quindi, sapendo di essere osservati da tutte queste persone e di doverne rendere conto, allora certo, fate pure ciò che volete!

Un commesso cristiano fu una volta pregato da un cliente di dargli più di quanto avesse pagato, assicurandogli che il suo datore di lavoro non stava guardando. Ma il cristiano rispose: «Il mio Signore mi osserva sempre!» (The Believer’s Bible Commentary, pag. 1951)

Ricordate che serviamo Dio e il prossimo al meglio delle nostre capacità, indipendentemente dal fatto che qualcuno ci stia osservando o meno.

 

D: In Ef 6,9 e 1 Pt 2,18, perché Dio non disse ai padroni di liberare tutti i loro schiavi?

R: Dove sarebbero andati gli schiavi? Subito dopo un periodo di guerre frequenti, forse due terzi della popolazione dell’Impero Romano erano schiavi, i quali avrebbero avuto grandi difficoltà a guadagnarsi da vivere onestamente come persone libere. A quel tempo, sarebbe stato meglio avere un padrone cristiano che comprendesse che Dio era il padrone di entrambi, piuttosto che essere liberati senza alcuna competenza o sostegno. Un padrone cristiano non avrebbe maltrattato gli schiavi, né avrebbe abusato di loro sessualmente o in altro modo, ma li avrebbe trattati da pari davanti a Dio. Si veda anche la domanda precedente.

 

D: In Ef 6,10-18, cosa sappiamo dell’armatura di un soldato romano?

R: Paolo era sorvegliato da un soldato romano, quindi probabilmente gli bastava dare un’occhiata per osservare ciò che un soldato romano possedeva. Un soldato romano in battaglia avrebbe sempre avuto un pilum, una sorta di lancia, ma un soldato incaricato di sorvegliare un prigioniero non ne avrebbe avuto uno.

Un aspetto che qui non viene espressamente menzionato, ma che è fortemente sottinteso, è che abbiamo bisogno di essere protetti dagli attacchi del diavolo. Se persino i cristiani maturi hanno bisogno di protezione, quanto più ne hanno bisogno i nostri figli e i giovani cristiani? Se un cristiano dovesse mai affermare che i bambini dovrebbero semplicemente essere educati in modo neutrale e che dovrebbero trovare da soli la propria strada verso Dio, mi chiedo se abbia mai letto Efesini 6:10-18.

Un altro punto è che l’equipaggiamento del soldato non è stato fabbricato da lui stesso. È fornito da Dio. Non è che il soldato abbia bisogno di una parte di questo equipaggiamento; il soldato ha bisogno dell’equipaggiamento completo.

I soldati romani indossavano armature pesanti per difendere una posizione da qualsiasi minaccia si presentasse. Dovevano difendersi dagli attacchi diretti, con spade, lance, coltelli, mazze, ecc., e dagli attacchi che non vedevano arrivare, come le frecce. Lo storico Polibio (6.23.2) fornì una descrizione dettagliata di un fante. L’intera armatura, chiamata panoplia — da cui deriva la nostra parola «panoplia» —, era fondamentale affinché non vi fossero punti scoperti che un arciere potesse colpire.

Ecco i sei elementi dell’armatura, suddivisi in due categorie da tre ciascuna. I primi tre richiedevano un po’ di tempo per essere indossati e dovevano essere portati sempre addosso. Gli ultimi tre elementi potevano essere indossati rapidamente dal soldato proprio prima della battaglia. L’elmo, essendo pesante e soffocante, veniva indossato solo prima della battaglia.

La corazza, o torace, era soprannominata «protezione del cuore». Era di bronzo e copriva sia la parte anteriore che quella posteriore, sebbene alcuni ufficiali indossassero invece la cotta di maglia, più leggera. La fede e l’amore sono definiti «corazza» in 1 Tessalonicesi 5:8.

La cintura, o «zona», manteneva l’armatura al suo posto, e da essa pendeva il fodero che conteneva la spada. Allentare la cintura significava lasciare il servizio, secondo quanto riportato in *The Expositor’s Bible Commentary*, vol. 11, pag. 87.

Gli scudi nell’esercito romano erano lunghi e rettangolari. I soldati romani combattevano al meglio fianco a fianco, formando un muro di scudi che chiamavano «testudo», termine che significa tartaruga. Misuravano circa 4 x 2,5 piedi, ovvero 1,2 per 0,75 metri. Dopo l’assedio di Dirachio, un soldato di nome Sceva trovò 220 dardi conficcati nel proprio scudo.

L’elmo, o perikephalaia, che significa «copricapo», era di bronzo con rinforzi in cuoio. L’elmo della salvezza è menzionato anche in Isaia 59:17, dove si dice che Dio lo indossa. L’elmo è definito «speranza della salvezza» in 1 Tessalonicesi 5:8. L’ordine è importante in questo contesto. Lo scudo era fissato al soldato tramite un’asta, e doveva essere indossato prima di poter indossare l’elmo.

Gli stivali erano importanti per i Romani per non perdere l’equilibrio. I soldati indossavano stivali speciali chiamati caligae. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio (Guerre giudaiche 6.1.8) afferma che questi presentavano chiodi corti e appuntiti sulla suola per garantire la stabilità. L’Expositor’s Bible Commentary, vol. 11, pagg. 87-88, afferma che il motivo per cui gli eserciti di Alessandro Magno e di Roma potevano marciare rapidamente su lunghe distanze su terreni accidentati era proprio dovuto ai loro stivali.

Spada: l’infante romano disponeva di tre armi offensive, ma curiosamente Paolo ne menziona solo una. Vi erano la lancia, o pilum, la spada larga tracia, o rhomphaia, e il gladius, ovvero la spada corta, che è proprio quella citata da Paolo. Il gladius era l’arma preferita per i combattimenti ravvicinati.

L’unico svantaggio di tutta questa armatura è che ci voleva un po’ di tempo per indossarla. Se qualcuno avesse sferrato un attacco a sorpresa e i soldati non fossero stati pronti, ci sarebbe voluto un po’ prima che potessero combattere. Pertanto, per così dire, dobbiamo persino dormire con l’armatura indosso.

 

D: In Ef 6,10-18, in che modo la Chiesa è simile a una base militare?

R: Considerata tutta l’enfasi posta sulla moda e sulle modelle, potete pensare a Efesini 6,10-18 come a una sorta di «sfilata di moda cristiana» o al nostro guardaroba spirituale, con particolare attenzione alla componente «bellica».

Una chiesa può essere paragonata a un ospedale per i malati, per salvare chi sta morendo; a un’ambasciata; a un’aula magna e a una scuola per l’apprendimento; a una sala di comunione per i fratelli e le sorelle nel Signore; oppure a un concerto musicale o a uno spettacolo di intrattenimento. Tutte queste cose sono aspetti di una chiesa locale, ma Paolo non menziona nulla di tutto ciò qui, poiché sta sottolineando un aspetto più importante. Una chiesa è una base militare in tempo di guerra, in territorio ostile. Dobbiamo glorificare Dio, usare l’arma offensiva della preghiera e salvare le persone che stanno perire condividendo il Vangelo. Oh, e a proposito, dovremmo preparare e aiutare gli altri a fare lo stesso. Ma non serve a molto preparare gli altri se noi stessi non serviamo come soldati di Dio.

La nostra battaglia non è fisica, né si combatte con armi di violenza, ma è piuttosto una battaglia spirituale contro le forze sataniche. A volte possiamo erroneamente supporre che la battaglia sia contro persone che possiamo vedere. In realtà, la battaglia è contro forze spirituali che non possiamo vedere.

Dobbiamo lottare, come soldati, per conquistare le persone al Signore. Se non state lottando, o se non vi state impegnando affatto in tal senso, allora che razza di soldato di Cristo siete?

 

D: In Ef 6,10, in che modo un cristiano forte nel Signore agisce in modo diverso da uno che non lo è?

R: Un cristiano forte nel Signore tende a eccellere in almeno quattro ambiti.

Si avvicina a Dio con piena fiducia e con cuore sincero, come afferma Ebrei 10,22-23. È desideroso di condividere la propria vita, e tutti possono notare il suo splendore mentre esprime il proprio amore per Dio vivendo la propria fede.

Si affida a Dio. Confida in Dio, pensa a Dio e non è così incline alla tentazione perché i suoi pensieri riposano su di Lui. È disposto a rinunciare ad altre cose, siano esse buone o cattive, per amore di Dio, come mostra Filippesi 3:7-10.

Sono in grado di sopportare non solo le tentazioni, ma anche i momenti difficili e le perdite. Sono come corridori impegnati in una gara, come afferma Ebrei 12,2-7.

Non sono così preoccupati per se stessi, ma si preoccupano genuinamente e sinceramente degli altri. Considerano il benessere degli altri più importante del proprio, come afferma Filippesi 2:3.

 

D: In Efesini 6:12, qual è la differenza tra «le potenze delle tenebre di questo mondo» e «le forze spirituali del male nei regni celesti» (BSB)?

R: Sono tutte forze malvagie e possono coincidere, ma queste due descrizioni evidenziano aspetti diversi. Le potenze delle tenebre di questo mondo si riferiscono a idee, forze e persone malvagie che possono esercitare potere e autorità su varie istituzioni quali il governo, le scuole, le aziende e i media. Le forze spirituali del male nei luoghi celesti non si riferiscono al potere terreno, ma sia alle forze demoniache dirette sia alle influenze religiose malvagie, sia all’esterno che all’interno delle chiese.

Il termine greco che indica i «principi di questo mondo» può anche essere tradotto come «principi cosmici». Si tratta di «kosmokratores», termine utilizzato negli inni orfici greci dedicati a Zeus per indicare le potenze celesti che controllavano il destino degli uomini.

 

D: In Ef 6,12, contro chi o cosa stiamo combattendo esattamente?

R: È importante comprendere che la nostra lotta non è semplicemente contro l’ignoranza, la debolezza e il pregiudizio umani. Non si tratta solo del fatto che persone già buone abbiano bisogno di essere informate, aiutate e guidate sulla retta via. Piuttosto, il mondo intero è sotto il controllo del maligno (1 Giovanni 5:19) ed è ostile a Dio (Romani 8:7).

La nostra lotta è insolita in quanto Dio ci chiama a compiere azioni che sarebbero del tutto inefficaci se dovessimo realizzarle con le nostre sole forze. Dio si aspetta invece che compiamo azioni impossibili da soli, ma possibili con Lui.

 

D: In Ef 6,13, perché esattamente è importante essere forti nel Signore e indossare l’armatura di Dio?

R: Non si tratta di un elemento facoltativo, di cui «sarebbe bello disporre», bensì di una componente essenziale per la nostra sicurezza e la nostra efficacia personale, per tre ragioni:

Chi ci sta contro: il diavolo e le forze delle tenebre possono essere potenti, intelligenti e astuti, di un fascino disarmante, ma al tempo stesso assetati di sangue, crudeli e spietati; abbiamo quindi bisogno di protezione sia dagli assalti diretti che dagli attacchi più subdoli.

La nostra missione: dobbiamo opporci alle macchinazioni del diavolo (Efesini 6:11), dobbiamo lottare contro le potenze delle tenebre di questo mondo (Efesini 6:12) e, nel giorno del male, rimanere saldi (Efesini 6:13-14).

Quando dobbiamo resistere: in quanto cristiani, con l’aiuto e l’onore di Dio, dovremmo aspettarci di essere sempre in grado di resistere, ma soprattutto quando le cose si fanno difficili nel giorno del male (Efesini 6:13).

Proprio come un soldato dovrebbe esitare a combattere senza la propria armatura e le proprie armi, e proprio come un atleta dovrebbe esitare a gareggiare senza le protezioni e le altre attrezzature sportive, così un cristiano dovrebbe esitare altrettanto a vivere e a lottare per la fede senza la propria armatura spirituale.

 

D: In Ef 6,14, la cintura della verità è la verità di Dio, la nostra sincerità o la nostra capacità di discernere la verità?

R: Il termine greco qui utilizzato per «verità» (aletheia), come la parola inglese «truth», potrebbe significare entrambe le cose. Tuttavia, in base al contesto, esistono tre interpretazioni:

L’integrità e la fedeltà del credente, non i fatti del Vangelo, secondo il *Bible Knowledge Commentary: New Testament*, pag. 643. La *NIV Study Bible*, pag. 1799, afferma che si tratti del nostro carattere. L’*Evangelical Commentary on the Bible*, pag. 1032, sostiene che si tratti della nostra sincerità nei confronti degli altri. Il *New International Bible Commentary*, pag. 1438, indica che si tratti della nostra sincerità e integrità personale.

La veridicità della Parola di Dio e la nostra fiducia derivante dalla certezza di essa. La *New Geneva Study Bible*, pag. 1871.

I primi due: *The Expositor’s Bible Commentary*, vol. 11, pag. 87

Giovanni Crisostomo, nel suo Commentario agli Efesini, dedica un’intera omelia (la 23ª) proprio a questo versetto. Egli si concentra principalmente sul primo aspetto, ovvero la nostra vita veritiera e santa. Tuttavia, a pag. 164, si chiede anche come possiamo cingere i fianchi con la verità e afferma metaforicamente: «Chi cerca la dottrina della verità non cadrà mai a terra».

Tutti e tre: il *Believer’s Bible Commentary*, pag. 1952, afferma: «Certamente dobbiamo essere fedeli nel custodire la verità della Parola di Dio, ma è anche necessario che la verità ci sostenga. Dobbiamo applicarla alla nostra vita quotidiana. Mettendo tutto alla prova con la verità, troviamo forza e protezione nella lotta».

In sintesi: dovremmo essere cinto da tutti gli aspetti della verità: non dovremmo solo credere nella fonte della verità, Dio, ma lasciare che essa metta radici nella nostra vita per trasformarci, e così essere in grado di discernere ciò che è vero e ciò che è falso in questo mondo.

 

D: In Ef 6,15, in che modo la nostra prontezza deriva dal Vangelo della pace?

R: La prontezza può derivare dallo studio della Parola di Dio, dall’apprendimento e dalla comunione con altri credenti, ma non è ciò a cui si fa riferimento in questo passo. Questa prontezza deriva dalla nostra speranza e dall’entusiasmo per la buona novella destinata a noi e a tutti coloro che crederanno.

 

D: In Ef 6,16, perché abbiamo bisogno di uno scudo oltre alle altre parti dell’armatura?

R: È bene disporre di una protezione a più livelli contro gli attacchi. Se superano un livello, ne rimane ancora un secondo. Non possono superare l’armatura se lo scudo li blocca. Uno scudo romano era solitamente rettangolare, di 2 piedi per 4 piedi, e realizzato in metallo rivestito di cuoio. Poteva pesare 12 libbre, o forse arrivare fino a 15 libbre. A volte colpivano il nemico con gli scudi, per fargli perdere l’equilibrio. Se possedete già la cintura della verità e la corazza della giustizia, dovete comunque spegnere le frecce infuocate del maligno con lo scudo della fede. Ebrei 11 offre molti buoni esempi di fede. La NIV Study Bible, a pag. 1799, aggiunge che gli scudi romani erano di metallo ma rivestiti di cuoio. La pelle poteva essere imbevuta d’acqua per spegnere le frecce infuocate, sebbene ciò ne aumentasse il peso. Lo storico greco Erodoto afferma che le frecce venivano intinte nella pece e date alle fiamme. Pompeo utilizzò frecce infuocate intinte nel catrame in una battaglia navale contro Marco Antonio. Ottaviano (Augusto) impiegò frecce infuocate nella battaglia navale di Azio. Non è documentato in alcun testo l’uso di frecce avvelenate.

 

D: In Ef 6,17, perché ritiene che la spada sia menzionata per ultima?

R: Prima di uscire con la spada, è necessario aver predisposto una difesa.

 

D: In Ef 6,19-20, in che modo Paolo e noi dobbiamo essere senza timore?

R: I termini greci per «senza timore», en parrhesia e parrhesiasomai, possono significare «con audacia». Ciò non significa «ad occhi chiusi» o senza tenere conto dei rischi, ma piuttosto che, nonostante i rischi che conosciamo e quelli che non conosciamo, compiamo comunque la volontà di Dio.

 

D: In Ef 6,19, cosa si afferma riguardo al concetto cattolico romano delle «riserve di grazia»?

R: Le «riserve di grazia» sono un concetto cattolico romano secondo cui i santi, e in particolare Maria, madre di Gesù, dispongono di una grazia supplementare che possono elargire a coloro che pregano rivolgendosi a loro. Ma in Efesini 6,19, anziché elargire grazia in più agli altri, Paolo chiede loro di pregare Dio affinché rafforzi lui stesso. È inoltre interessante notare che Paolo si trovava in carcere (probabilmente agli arresti domiciliari) quando scrisse la Lettera agli Efesini. La sua preghiera principale non riguarda la liberazione anticipata, né la propria incolumità, ma egli considera come suo bisogno più grande quello di poter parlare con franchezza.

 

D: In Ef 6,20, cosa c’è di interessante riguardo al termine «catene»?

R: Si tratta di un doppio senso. Le persone benestanti, comprese le donne e gli ambasciatori, indossavano piccole catene ornamentali d’oro; noi le chiameremmo collane e bracciali. La stessa parola può significare anche le catene di un prigioniero. Ciò che i Romani consideravano catene da prigioniero, Paolo potrebbe pensarlo come catene ornamentali, visibili in cielo.

 

D: In Ef 6,21-24, perché vi è una così stretta analogia con Col 4,7-8?

R: Paolo scrisse entrambe le lettere quasi contemporaneamente, e probabilmente Tichico le portò entrambe alle rispettive chiese. Probabilmente Paolo si affrettò a terminarle prima che Tichico partisse. Se una persona successiva avesse falsificato la Lettera agli Efesini e/o quella ai Colossesi a nome di Paolo, avrebbe avuto cura di non renderle così simili.

 

D: Quali sono le somiglianze tra la Lettera agli Efesini e le altre lettere di Paolo?

R: Ecco alcune somiglianze e differenze rispetto alle altre lettere di Paolo. A scopo di verifica, confronteremo inoltre questi libri con la Lettera di Giacomo, la Prima e la Seconda Lettera di Pietro, la Prima, la Seconda e la Terza Lettera di Giovanni e la Lettera di Giuda, tutte lettere che, come è noto, non sono state scritte da Paolo.

Ecco alcune delle somiglianze con la Lettera agli Efesini

Ecco alcune delle somiglianze con la Lettera agli Efesini

Paolo, apostolo per volontà di Dio

1 Cor 1,1; 2 Cor 1,1; Ef 1,1; Col 1,1; 2 Tim 1,1; ~1 Tim 1,1 (comando di Dio)

«Grazia e pace a voi da Dio * Padre e dal * Signore Gesù Cristo»

Rom 1:7; 1 Cor 1:3; 2 Cor 1:2; Gal 1:3; Ef 1:2; Fil 1:2; 2 Tess 1:2; Filemone 3; ~1 Tim 1:2 «Grazia, misericordia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù, nostro Signore» (BSB); 2 Tim 1:2 «Grazia, misericordia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù, nostro Signore» (BSB); Tt 1:4 «Grazia e pace da Dio Padre e da Cristo Gesù, nostro Salvatore» (BSB); 2 Gv 3 «La grazia, la misericordia e la pace da Dio Padre e da Gesù Cristo, il Figlio del Padre, saranno con noi…» (BSB)

Ogni benedizione spirituale

1 Cor 1:5 «arricchiti in ogni modo»; Ef 1:3; Filemone 6

Costantemente in preghiera per voi

Rom 1,8; 1 Cor 1,4; Ef 1,16; 1 Tess 1,2; 2 Tim 1,3; ~Filemone 4 «ricordandomi di voi nelle mie preghiere»

Ringraziamo Dio per loro

Rom 1,8; Ef 1,16

Enfasi sull’unità dello Spirito

1 Cor 12:13; Ef 4:3-5

Sia benedetto Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo

2 Cor 1,3; Ef 1,3; 1 Pt 1,3

Ecco alcune differenze rispetto alla Lettera agli Efesini

Ecco alcune differenze rispetto alla Lettera agli Efesini

Paolo e «Timoteo, nostro fratello»

2 Cor 1,1; Col 1,1; Filemone 1

Ringraziando sempre Dio per loro

1 Cor 1,4; Fil 1,3; Col 1,3; 1 Tess 1,2; 2 Tess 1,3; 2 Tim 1,3; Filemone 4

Fede comune

Tito 1:4

(incompleto)

 

D: Per quanto riguarda la Lettera agli Efesini, fu Paolo a scriverla?

R: Tutti concordavano sul fatto che Paolo avesse scritto la Lettera agli Efesini fino a quando il padre del liberalismo cristiano, Friedrich Schleiermacher (1768-1834), non lo negò. Si sostiene che sia diversa a causa delle frasi lunghe, dei termini peculiari e delle somiglianze con la Lettera ai Colossesi, la cui paternità paolina viene anch’essa da loro negata. La Lettera agli Efesini contiene 39 (o 42) termini unici che non si trovano nei libri che essi riconoscono come paolini. Tuttavia, la Lettera ai Romani ne contiene 100, la Prima Lettera ai Corinzi 180, la Seconda Lettera ai Corinzi 95, la Lettera ai Galati 33 e la Lettera ai Filippesi 41.

 

D: Per quanto riguarda la Lettera agli Efesini, quali prove abbiamo che questo libro debba far parte della Bibbia?

R: Vi sono almeno quattro validi motivi.

1. Paolo lo scrisse, ed egli era un apostolo. Pietro attestò che le parole di Paolo erano Scrittura in 2 Pietro 3:15-16.

2. Paolo stesso affermò di essere un apostolo in 1 Timoteo 1:1; 2:7, Romani 1:1; 1 Corinzi 1:1; 9:1, 2 Corinzi 1:1, 11:5; Galati 1:1, Efesini 1:1; Colossesi 1:1; 1 Timoteo 1:1; 2 Timoteo 1:1; Tito 1:1.

3. Citazioni e riferimenti tratti dagli scrittori cristiani primitivi

La Lettera di Ignazio agli Efesini (110-117 d.C.), cap. 1, cita Efesini 5:2, e nel cap. 12 egli afferma che Paolo menziona gli Efesini nella sua lettera. La Lettera di Ignazio a Policarpo, cap. 5, cita Efesini 5:25.

L’Epistola di Policarpo ai Filippesi (vescovo dal 100 al 155 d.C.) cita Efesini 2:8-9 e 4:26, insieme a numerosi altri versetti, senza indicarne la fonte, limitandosi a dire che le citazioni del Salmo 4:5 e di Efesini 4:26 sono «dichiarate allora in queste Scritture».

Ireneo di Lione (182-188 d.C.) in numerosi passaggi. In un punto cita Efesini 5,30 come se fosse di Paolo nella sua lettera agli Efesini, in «Contro le eresie» di Ireneo, libro 5, cap. 2.2, p. 528

Dall’eretico Marcione (prima del 170 d.C.) abbiamo, secondo Tertulliano ed Epifanio, le sue citazioni da Efesini 1,1.18; 3,9; 4,6; 5,14; 6,1.12.19

La «Passione dei martiri di Scillita» (180-202 d.C.) menziona cristiani in possesso degli scritti di Paolo, senza specificare quali lettere.

Il Canone Muratoriano (190-217 d.C.) menziona che Paolo scrisse alle sette chiese nelle sue epistole: ai Corinzi (2 lettere), agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi, ai Galati, ai Tessalonicesi (2 lettere) e ai Romani. Paolo scrisse a Filemone, a Tito e due lettere a Timoteo.

Clemente di Alessandria (193-217/220 d.C.) menziona l’apostolo che scrive agli Efesini e cita Efesini 4,13-15. *L’Istruttore*, libro 1, cap. 5, pag. 213

Tertulliano scrisse nel 207 d.C. che l’autore era l’apostolo Paolo, nell’opera *Sulla risurrezione della carne*, cap. 40. Tertulliano affermò che Paolo scrisse Efesini 2,20 in *Cinque libri contro Marcion*, libro 4, cap. 38, pag. 415.

Teodoto (probabilmente montanista) (circa 240 d.C.) allude alla Lettera agli Efesini. *Selezioni dalle Scritture profetiche*, cap. 20, pag. 45

I Naasseni gnostici (prima del 235/6 d.C.), secondo Ippolito, fanno riferimento a Efesini 5,14 in *La confutazione di tutte le eresie*, libro 5, cap. 2, pag. 51

Ippolito (222-235/6 d.C.) cita Efesini 5,14 come Scrittura in *La confutazione di tutte le eresie*, libro 5, cap. 2, pag. 51.

Origene (225-253/254 d.C.) cita Efesini 6,12 come scritto da Paolo agli Efesini nell’opera *De Principiis*, libro 3, cap. 4, pag. 332

Novaziano (250/254-257 d.C.) cita Efesini 4,10 affermando che è opera di Paolo nel *Trattato sulla Trinità*, cap. 17, pag. 627

Il *Trattato contro Novaziano* (254-256 d.C.), cap. 17, pag. 663, cita Efesini 5,6-7 come opera dell’Apostolo

Cipriano, vescovo di Cartagine (circa 246-258 d.C.), cita «la lettera di Paolo agli Efesini» nel Trattato 12, terzo libro, ai versetti 7, 70, 72 e 117.

Firmiliano di Cesarea a Cipriano (256 d.C.) cita Efesini 4,5-6 nelle Lettere di Cipriano, lettera 74, cap. 24, pag. 396.

Al Settimo Concilio di Cartagine (258 d.C.), a pag. 571, Vittore di Assuri parafrasi Efesini 4,5 con le parole «è scritto».

Gregorio il Taumaturgo (240-265 d.C.) parafrasi Efesini 5,5-13 dicendo: «La Scrittura dice» nell’Epistola canonica, cap. 2, pag. 18.

Adamantius (= Adamantius Judaeus) (circa 300 d.C.) cita Efesini 2,11-13 come se fosse opera dell’apostolo agli Efesini. Dialogo sulla vera fede in Dio, seconda parte, p. 99. Egli fa riferimento anche a Efesini 1,5 come opera dell’Apostolo, così come a Efesini 1,6-7 e 2,17-18.

Vittorino di Petau, in Austria (martirizzato nel 304 d.C.), elenca le lettere di Paolo come: Romani, Corinzi, Galati, Efesini, Tessalonicesi, Filippesi, Colossesi, Timoteo.

Pietro di Alessandria (306, 285-311 d.C.) cita Efesini 2,8-9 come opera dell’apostolo nel Frammento 2 sulla Divinità, pag. 280.

Metodio (270-311/312 d.C.) cita Efesini 5,28-30 come opera di Paolo. «Il banchetto delle dieci vergini», discorso 3, cap. 2, pag. 317.

Atanasio di Alessandria (318 d.C., prima di Nicea) cita Efesini 3,18 come opera di Paolo. *L’Incarnazione del Verbo*, cap. 16, pag. 45.

Lattanzio (circa 303-circa 325 d.C.) cita metà di Efesini 4,26 come segue: «Dio ci ha comandato di non lasciare che il sole tramonti sulla nostra ira». *Istituzioni divine*, libro 6, cap. 18, pag. 185

Eusebio di Cesarea (318-325 d.C.) cita Efesini 6:12m (non 11, non 15, non 3 parole) come «Sacra Scrittura». *Preparazione al Vangelo*, cap. 16, pag. 22

Storia ecclesiastica di Eusebio (323-326 d.C.), libro 3, cap. 3, pag. 134 (implicito). Egli afferma: «Le quattordici epistole di Paolo sono ben note e indiscusse». Aggiunge poi che alcuni contestano se Paolo abbia scritto o meno la Lettera agli Ebrei. Afferma inoltre nel libro III, cap. 25, pag. 155 che le lettere di Paolo sono Scrittura. Padri niceni e post-niceni, seconda serie, vol. 1, pag. 155.

Dopo Nicea

Eustazio (323-337 d.C.)

Asterio il Sofista (dopo il 341 d.C.) fa riferimento a Efesini 6,12

Afrahat il Siro (337-345 d.C.), *Dimostrazioni selezionate*

Egemonio (IV secolo) cita metà di Ef 3,8 come opera di Paolo in «Disputa con Mani», cap. 34, pag. 207.

Ammone (IV secolo d.C.) fa riferimento a Efesini 6,12

Risposta di Mario a Candido l’ariano (359-362 d.C.)

Victorinus di Roma (dopo il 363 d.C.)

Basilio di Cappadocia (= Basilio di Ancara) (357-378/379 d.C.) cita Efesini 4,15-16 come «Efesini» in *Sul Spirito*, cap. 5,9, pag. 61. Basilio cita inoltre Efesini 3,9 come opera di Paolo. In *Sul Spirito*, cap. 11, pag. 7

Atanasio di Alessandria (367 d.C.) elenca i libri del Nuovo Testamento nella Lettera festiva 39, pag. 552

Ilario di Poitiers (355-367/368 d.C.)

La *Synopsis Scripturae Sacrae* (350-370 d.C. o V secolo) menziona la Lettera di Paolo agli Efesini come parte del Nuovo Testamento. Essa cita per intero Efesini 1,1.

Lo scismatico Lucifero di Cagliari (370/371 d.C.) fa riferimento a Efesini 4,9; 5,9; 5,15

Marcellus di Ancyra (circa 374 d.C.) fa riferimento a Efesini 4,6

Tito di Bostra (prima del 378 d.C.)

Efraim il Siriano, autore di inni (350-378 d.C.)

Basilio di Cappadocia (357-378 d.C.) fa riferimento a Efesini 4,32

Il Sinodo di Laodicea (in Frigia) (343-381 d.C.), nel canone 60 a pag. 159, elenca i libri dell’Antico Testamento e del Nuovo Testamento. Il canone 59 a pag. 158 stabilisce che in chiesa possano essere letti solo i libri canonici dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Ambrosiaster (dopo il 384 d.C.)

Cirillo di Gerusalemme (circa 349-386 d.C.) cita Efesini 2,10 come opera dell’Apostolo nella Lezione 2.1, pag. 8

Ambrogio di Milano (370-390 d.C.)

Gregorio di Nazianzo (330-391 d.C.)

Gregorio di Elvira (dopo il 392 d.C.)

Gregorio di Nissa (circa 356-397 d.C.) allude a Efesini 3:18 riferendosi a «Paolo… al popolo di Efeso». Inoltre, nel Grande Catechismo, cap. 32, pag. 150

Giovanni Crisostomo, nel 396 d.C., redasse 23 omelie sull’Epistola agli Efesini, di cui disponiamo ancora oggi. Egli affermò che fosse opera di Paolo.

Didimo (398 d.C.)

Lo scismatico Lucifero di Cagliari, in Sardegna (361-circa 399 d.C.), fa riferimento a Efesini 5,9.15

Epifanio di Salamina (360-403 d.C.)

Rufino (374-406 d.C.)

Severiano (dopo il 408 d.C.)

Orosio/Hosio di Braga (414-418 d.C.) cita metà del versetto 7 della Lettera agli Efesini 4 attribuendolo all’apostolo. *Difesa contro i pelagiani*, cap. 17, pag. 137

Girolamo (373-420 d.C.)

Concilio di Cartagine (218 vescovi) (393-419 d.C.)

Cromazio di Aquileia (morto nel 407 d.C.) fa riferimento a Efesini 4:29

Nilo (circa 430 d.C.) fa riferimento a Efesini 4:32

Macario/Simeone (IV o V secolo)

Massimino (dal IV al V secolo d.C.) fa riferimento a Efesini 4,6

Agostino di Ippona (388-28/8/430 d.C.) afferma che Paolo (Sul perdono dei peccati e sul battesimo), libro 1, cap. 43, p. 31 (vol. 5), scrisse le lettere ai Romani, 1 Corinzi e 2 Corinzi (cap. 44, p. 32), ai Galati (cap. 45, p. 32), Efesini (cap. 46, pag. 33), Colossesi (cap. 47, pag. 33), 1 Timoteo e 2 Timoteo (cap. 48, pag. 33), Tito (cap. 49, pag. 33), la Lettera agli Ebrei (di cui alcuni dubitano) (cap. 50, pag. 34), Giovanni che cita Apocalisse 5,9 (cap. 51, pag. 34), gli Atti degli Apostoli (cap. 52, pag. 34)

Giovanni Cassiano (410-430 d.C.) cita Ef 4,28 come se fosse la Lettera agli Efesini nelle «Istituzioni» di Giovanni Cassiano, libro 10.17, pag. 272

Marco l’Eremita (dopo il 430 d.C.)

Cirillo di Alessandria (444 d.C.)

Teodoto di Ancara (V secolo d.C.)

Esichio di Gerusalemme (-450 d.C.) fa riferimento a Efesini 5,19; 6,12

Esichio di Gerusalemme (dopo il 450 d.C.)

Quodvultdeus (circa 453 d.C.) fa riferimento a Efesini 5,14

Teodoreto di Cirro (circa 466 d.C.)

Varimadum (445/480 d.C.)

Speculum (V secolo) fa riferimento a Efesini 4,19; 5,2

Teodoto di Ancira (V secolo d.C.)

Proclo (412-485 d.C.) fa riferimento a Efesini 4:32

Testimonianze relative agli eretici e ai libri apocrifi

L’eretico Marcione secondo Tertulliano ed Epifanio di Salamina

I Naasseni facevano riferimento a Efesini 5:12 secondo Ippolito

L’*Esegesi sull’anima* (gnostica) cita Efesini come opera di Paolo.

L’eretico Priscilliano (condannato a morte nel 385 d.C.) fa riferimento a Efesini 6:12

L’eretico Pelagio (416-418 d.C.)

L’eretico pelagiano Teodoro di Mopsuestia (428 d.C.)

Parte di queste informazioni è tratta da Aland et al., quarta edizione riveduta, Adamantio: *Dialogo sulla vera fede in Dio*, e *Il Libro dei Gradini*: il *Liber Graduum* siriaco.

 

D: In Efesini, come facciamo a sapere che la Scrittura odierna costituisce una conservazione affidabile di ciò che era stato scritto in origine?

R: Almeno 74 manoscritti e scrittori della Chiesa primitiva hanno citato o fatto riferimento a versetti della Lettera agli Efesini. Abbiamo almeno tre validi motivi.

1. Dio ha promesso di preservare la Sua parola in Isaia 55:10-11; Isaia 59:21; Isaia 40:6-8; 1 Pietro 1:24-25; Matteo 24:35.

2. Le testimonianze della Chiesa primitiva. Gli scrittori della Chiesa primitiva fino al Concilio di Nicea I (325 d.C.) hanno citato la Lettera agli Efesini circa 208 volte, senza contare le allusioni. Hanno citato il 66% della Lettera agli Efesini, considerando i versetti parziali come frazioni. Si tratta di 102,85 versetti su un totale di 155.

Si veda la domanda precedente per alcuni degli autori che hanno fatto riferimento ai versetti della Lettera agli Efesini.

3. I più antichi manoscritti di Efesini di cui disponiamo mostrano alcune lievi incertezze testuali, ma nessun errore teologicamente significativo.

Il p46 Chester Beatty II, risalente al 100-150 d.C., contiene 150 versetti della Lettera agli Efesini. Nello specifico, comprende Efesini 1:1-2:7; 2:10-5:6; 5:8-6:6; 6:8-18, 20-24 e altre parti delle lettere di Paolo e della Lettera agli Ebrei. Una fotografia della prima pagina della Lettera agli Efesini è riportata in *A General Introduction to the Bible*, pag. 389, nel *Wycliffe Bible Dictionary*, pag. 532, e nell’*Eerdmans’ Bible Dictionary*, pag. 340. L’opera *The Complete Text of the Earliest New Testament Manuscripts* riporta una fotografia di una parte del p. 46 a pag. 192. Inoltre, alle pagg. 197-198, si afferma che la qualità e i segni stichiometrici indicano che il testo sia stato redatto da uno scriba professionista.

Prima metà del III secolo – 1936 – Frederic G. Kenyon secondo *Il testo completo dei più antichi manoscritti del Nuovo Testamento*.

II secolo, 200 d.C. – 1935 – Ulrich Wilken, secondo *The Complete Text of the Earliest New Testament Manuscripts*.

200 d.C. – 1968 – *The Text of the New Testament*.

81-96 d.C. - 1988 - Young Kyu Kim, secondo *The Complete Text of the Earliest New Testament Manuscripts*.

Circa 200 d.C. - 1975 - Aland et al., terza edizione.

Circa 200 d.C. - 1998 - Aland et al., quarta edizione riveduta.

Dall’inizio alla metà del II secolo d.C. – 1999 – *The Complete Text of the Earliest New Testament Manuscripts*. Ciò si basa in parte sulla grande somiglianza della grafia con il Papiro di Oxyrhynchus 8 (fine del I o inizio del II secolo) e con il Papiro di Oxyrhynchus 2337 (fine del I secolo).

p. 49 + p. 64 (metà del III secolo) Efesini 4:16-29; 4:31-5:13 Il testo completo dei più antichi manoscritti del Nuovo Testamento riporta una fotografia di una parte della p. 49 a p. 346. Si afferma inoltre che la p. 49 e la p. 65 siano state scritte dallo stesso scriba.

Fine del III secolo – 1968 – *Il testo del Nuovo Testamento*.

p92 Efesini 1:11-13,19-21; 2 Tessalonicesi 1:4-5,11-12 (circa 300 d.C.) Il volume *The Complete Text of the Earliest New Testament Manuscripts* riporta una fotografia di una parte del p92 a pag. 614. Si afferma inoltre che esso sia databile alla fine del III o all’inizio del IV secolo, poiché la grafia è piuttosto simile a quella di P. Bodmer IX, P. Cairo Isid. 2 e P. Rylands III 389.

Vaticanus [B] 325-350 d.C.

Sinaitico [Si] 340-350 d.C.

I (Washington D.C.) V secolo Ef 3,20; 4,9,29; 5,22; 6,12; 6,19-20; altri?

Copto bohairico [Boh] III/IV secolo

Copto sahidico [Sah] III/IV secolo

Copto fayumico [Fay] III/IV secolo

Alessandrino [A] 450 d.C. circa

Claromontanus V/VI secolo

Armeno [Arm] dal V secolo

Georgiano [Geo] dal V secolo

Etiope [Eth] dal 500 d.C. circa

Vulgata latina [Vg] IV e V secolo

Peshitta siriaca [Syr P] 400-450 d.C.

p13 Londra/Firenze, III/IV secolo

Siriaco filosseniano [Syr Ph] 507/508 d.C.

 

Per ulteriori informazioni sui primi manoscritti della Lettera agli Efesini, si veda www.BibleQuery.org/Ephesians Manuscripts.html.